Più cresci e più è difficile
Capo Distretto In Store Marketing nord Italia, significava avere l’ufficio a Milano e quindi l’ennesimo trasferimento di tutta la famiglia, con cane e bambino nuovo arrivato al seguito, il tutto a soli otto mesi dall’ultimo trasloco da Lucca verso Roma. Considerando i pochi mesi che aveva Giacomo, in questo caso mi mossi dando priorità assoluta a trovare una casa dove trasferirci già dal primo giorno in cui avrei iniziato a lavorare nella nuova sede lavorativa lombarda. Scartammo subito Milano città, troppo caotica e rumorosa per poter trovare una sistemazione confacente alle nostre aspettative e necessità. Optammo pertanto di andare ad abitare a Monza, una cittadina che seppur relativamente vicina a Milano e anche lei abbastanza congestionata dal traffico, offriva ampi spazi di respiro e di vivibilità maggiormente a misura d’uomo. Trovammo un bell’appartamento in una palazzina composta da sole sei unità immobiliari, la strada era molto trafficata, per contro però lo stabile era nuovo e un po’ all’interno rispetto al fronte strada sul quale dominava un bel giardino condominiale. Quello che avevo effettivamente sottovalutato era il tempo per il tragitto casa-ufficio; seppure si trattassero solo di una quindicina di chilometri, quella direttrice Monza – Cinisello – V.le Zara – Via Pirelli era impossibile percorrerla in meno di 40/45 minuti anche negli orari meno trafficati; i tempi salivano poi abbondantemente sopra i 60/70 minuti se solo ci fosse stata un minimo di pioggerellina a complicare la situazione. Provai anche a organizzarmi con i mezzi pubblici, preso dal buon senso civico e di autodisciplina, oltre che speranzoso di ottimizzare i miei tempi, ma niente, anche in quel caso considerando l’autobus per la stazione ferroviaria, il tragitto in treno e il trasferimento a piedi dalla stazione Centrale di Milano a via Pirelli, arrivavo a metterci parecchio tempo in più.
Il primo giorno, quando mi sedetti sulla poltrona dietro la mia scrivania, del primo ufficio tutto mio, con la mia segretaria personale nell’ufficio accanto, provai da un lato una sensazione di forte gratificazione personale e dall’altro iniziarono a frullarmi in testa tutta una serie di pensieri sul mio lavoro, sul mio futuro, sulla mia famiglia. Quando entrai in P&G vedevo il mio Capo Zona di allora come un punto di riferimento, avrei voluto arrivare a guadagnare come lui anche se, l’obiettivo sicuramente massimo e più ambizioso era quello di diventare Capo Distretto come Franco Dodero, magari potendo prendere il suo posto nell’ufficio di Padova, a solo un’ora da casa. Ebbene, io ero lì con tutti gli obiettivi centrati in tempi sorprendentemente più rapidi rispetto alle mie previsioni iniziali, ma con un grosso punto nero legato al fatto che ero sì Capo Distretto, ma a Milano, in una situazione che sapevo essere in un certo qual modo precaria e sicuramente non destinata a durare nel tempo. Questa cosa mi disturbava abbastanza perché dava incertezza al mio futuro, vedevo il Distretto di Padova prospetticamente difficile da raggiungere, anche perché, indipendentemente dal fatto che Franco Dodero era più che mai “stabile” nella sua posizione, si iniziava a intravedere negli orientamenti aziendali la volontà di concentrare le sedi commerciali dislocate nel territorio dalle sette di allora a non più di tre o quattro. Decisi di non fasciarmi la testa prima del previsto; ero appena arrivato a Milano, avevo la nuova nomina e dovevo imparare a fare bene il mio lavoro di Capo Distretto, la mia famiglia si era appena trasferita e Patrizia era parecchio impegnata a seguire Giacomo nella sua crescita.
Dell’esperienza milanese ricordo degli aneddoti che l’hanno fortemente caratterizzata, primi fra tutti sono quelli legati ai rapporti con il mio capo Cesare Righelli, il Direttore Vendite napoletano doc e quelli relativi alla gestione dei miei Capi Zona. E’ sì vero che, come diceva Robert Hetherton, si tratta sempre e comunque di gestione di persone, certo è però che un conto è gestire venditori, giovani e meno giovani, che hanno però una conoscenza tutto sommato limitata dell’azienda nella sua globalità, tutt’altra cosa è invece gestire managers che conoscono molto bene a loro volta le logiche di gestione del personale e i criteri con i quali l’azienda si muove. In pratica è molto più difficile far accettare a un manager una idea diversa dalla sua o logiche nelle quali va un po’ mascherato il vero obiettivo aziendale; con un Capo Zona bisogna imparare a gestire maggiormente un rapporto “paritetico e coinvolgente” per arrivare a una condivisione delle strategie prima di tutto, il resto viene poi di conseguenza. Cesare Righelli era invece una persona che ti poteva insegnare molto ma della quale bisognava al tempo stesso stare molto attenti. Una delle volte in cui mi sentii più umiliato e insoddisfatto dell’azienda, del mio capo e anche del mio modo di lavorare, fu quando, pochi mesi dopo il mio insediamento a Milano, Cesare mi chiamò dicendomi che voleva uscire con me per andare a vedere un nuovo ipermercato aperto da pochi giorni nell’interland milanese. Io mi organizzai di conseguenza e soprattutto studiai bene la cartina di Milano, per non farmi cogliere impreparato nei meandri del traffico del centro città e della tangenziale. Quella mattina lo andai a prendere all’aeroporto di Linate e poi facemmo insieme il tragitto che ci separava dall’ipermercato quando, per una mia svista, non mi accorsi dell’uscita giusta della tangenziale e proseguii diritto. Lui, che conosceva alla perfezione Milano, se ne guardò bene dall’avvisarmi e mi lasciò proseguire per mettermi alla prova, iniziò a diventare serio e a spazientirsi sempre di più, fino a quando cominciò ad imprecare pesantemente su di me e sul fatto che un Capo Distretto deve conoscere tutte le strade della zona che gestisce e se non le conosce, deve studiarle prima ……..come se io non l’avessi fatto. La mattinata cominciò male e finì peggio in quanto poi ci volle del tempo per ritrovare la via corretta facendoci anche delle code che avremmo potuto evitare. Ci lasciammo prima di pranzo, lui era visibilmente scocciato e io molto amareggiato per quella brutta esperienza e per quella prima prova sul campo da Capo Distretto, a dir poco fallimentare. Non mi preoccupava in quanto tale visto che il motivo dell’insoddisfazione era abbastanza banale, ero un Capo Distretto e non uno stradario, sarebbe stato molto più grave se avesse dovuto farmi appunti o richiami sulla gestione delle persone o del business, però dentro dentro ero terribilmente scocciato per quella figuraccia.
E’ proprio vero, più cresci e più è difficile; devi anche imparare a difenderti da chi sta sopra di te oltre che a gestire bene il tuo lavoro e il team delle persone che è alle tue dipendenze, come mi è successo in un’altra occasione quando ricevetti dal mio capo una richiesta di chiarimenti relativamente ad una mia nota spese. Da Capo Distretto le autonomie erano diverse e invece che avere una auto in dotazione direttamente dall’azienda, ti venivano dati i soldi per comprarti quella che volevi, pur restando all’interno di certi parametri predefiniti. L’auto rimaneva di proprietà dell’azienda e tu dovevi giustificare settimanalmente i chilometri che facevi per motivi professionali e pagare per differenza un determinato importo per chilometro percorso per uso privato. Nella nota spese incriminata il mio capo mi chiedeva chiarimenti sui percorsi dichiarati, che a suo dire non erano corretti in quanto erano conteggiati troppi chilometri per motivi di lavoro, tutti percorsi nell’interland milanese e senza nessuna trasferita fuori città o fuori regione. A parte il fatto che Milano è grande, io abitavo a nord a Monza e molti clienti erano a sud della città e di chilometri se ne facevano parecchi, quello che proprio non mi andava giù e mi indisponeva molto, era il fatto che il mio capo dubitasse di me, solamente pensando che potessi giocare sulla nota spese per risparmiare il costo chilometrico di poche decine o centinaia di chilometri. Facevo fatica a trovare la motivazione e gli stimoli giusti per lavorare bene e amministrare tutto quello che l’azienda mi aveva dato in gestione, pensando che si dubitasse di me per così poco. Per qualche giorno rimuginai su come impostare la risposta a quella richiesta, non affrontando mai, ne io e ne lui, l’argomento telefonicamente; quando ci sentivamo ci limitavamo a parlare di argomenti strettamente legati alla gestione del lavoro, dei clienti e del personale. Era una questione delicata, un richiesta così non la si fa a cuor leggero e la risposta mette in gioco la credibilità della persona e del manager e in un qualche modo le sue stesse prospettive future all’interno dell’azienda. Alla fine decisi di rispondere senza dare nessuno dei chiarimenti specifici richiesti sui tragitti fatti, per i quali non mi sentivo affatto in dovere di farlo e impostai la mia risposta basandomi su concetti completamente diversi. Decisi di fare leva sulla fiducia che a mio avviso è alla base dei valori già valutati dall’azienda nel momento in cui una persona veniva nominata Capo Distretto e quindi facente parte di quel middle management che formava il braccio operativo della direzione aziendale.
Andai a ricercarmi nel mio archivio una ricevuta fiscale di un ristorante del centro di Milano nel quale ero andato a cena alcuni mesi prima con i miei Capi Zona; l’occasione era stata quella di un banale incontro di lavoro di un pomeriggio nel mio ufficio, dopo il quale avevamo deciso di andare a mangiare qualcosa insieme. Io non sono mai stato forte nella vita mondana e tanto meno nella scelta dei ristoranti dove andare a cena, per la quale delegavo volentieri agli altri partecipanti. In quell’occasione la decisione fu presa da Mauro Garino che era il Capo Zona di Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta e che ci propose un locale che conosceva e dove a suo dire si mangiava molto bene. In effetti era proprio così, il mangiare era ottimo ma secondo me il tipo di locale era assolutamente fuori luogo per il contesto della serata di una cena informale di lavoro dopo un pomeriggio trascorso in ufficio e senza nessuna necessità di formalità, sfarzi o bisogno di apparire. Il conto fu molto salto, più di 120.000 lire a testa (parliamo del 1992 !!!!) e io in quell’occasione mi sentii profondamente in colpa come capo per aver gestito male i soldi dell’azienda avendo delegato con troppa leggerezza la scelta del locale dove trascorrere la serata, sapendo peraltro che Milano è notoriamente molto più cara di qualsiasi altra città, ovunque tu vada a mangiare. In P&G si diceva sempre
“gestisci i soldi dell’azienda come fossero i tuoi e decidi di conseguenza”
; se avessi fatto così in quell’occasione, mai sarei andato a cena in quel locale quella sera. Proprio basandomi su questo principio, senza dire niente a nessuno e tanto meno al mio capo, quella volta decisi di “auto penalizzarmi”, non esponendo in nota spese il costo della mia cena in quel ristorante, ma solamente quella dei miei Capi Zona. Considerai l’evento come un’esperienza formativa fatta a mie spese e come se io fossi andato virtualmente a cena con mia moglie e insieme avessimo speso quelle 120.000 lire.
In quell’occasione dei chiarimenti sui tragitti chilometrici, visto il colpo basso del mio capo, decisi di rispondergli nel modo più concreto ed efficace possibile, allegando semplicemente poche righe su quell’accaduto di qualche mese prima e la relativa ricevuta non esposta in nota spese, che stava a dimostrare inequivocabilmente il mio buon senso e integrità che da sempre utilizzavo nella gestione dei beni aziendali. Dopo quella risposta lui se ne guardò bene dal toccare l’argomento ne a voce e ne per iscritto; diciamo che il malinteso si chiuse lì, nel migliore dei modi e decisamente a mio favore………. non so come sarebbe finita se non avessi avuto quell’asso nella manica da giocarmi in quel momento.
Ma il mio capo non era solo rigore e negatività, era uno che nella vita si era fatto da solo, cominciando come me da venditore di detersivi, facendo anche lui la sua “università on the job” e crescendo nell’organizzazione fino a diventare non solo Direttore Vendite Italia, ma anche membro del consiglio di amministrazione dell’azienda. Sapeva fare bene il suo lavoro, aveva un carisma di quelli che ho ritrovato in pochissime altre persone e uno stile di management ineguagliabile. Lavorare con lui era una vera e propria scuola di vita, oltre che di sopravvivenza e in alcuni rari momenti trovava anche il tempo per darti delle lezioni importanti e fondamentali che in un certo qual modo valevano come mesi di formazione se comparati ad altri contesti. Mi ricordo che in una occasione mi esortò dicendomi:
“ tu devi pensare e agire come se tu fossi il tuo capo.”
Sembrava una contraddizione ma non lo era affatto; un manager che pensa e agisce come se fosse il capo di se stesso, ne ricava una serie di indubbi vantaggi:
- agisce più in linea con le aspettative del proprio superiore
- pensa più in grande e con una visione allargata
- si garantisce un vantaggio competitivo verso i colleghi di pari livello
- ottiene migliori risultati di business
- aumenta la leadership nei confronti dei propri subordinati
- acquisisce una formazione più allargata
- pone le basi per una possibile crescita professionale
Per contro tutto ciò ha anche qualche contro indicazione, come ad esempio la maggior probabilità di commettere errori, rischi però ampliamente inferiori dei benefici che si possono avere pensando e agendo in questo modo.
Un altro spunto formativo che mi diede Cesare, anche se in un certo senso molto più “folkloristico”, aveva una sua base di consistenza e veridicità. Più volte in svariate occasioni mi esortò a uscire di più, a essere maggiormente sul campo con i venditori, dai clienti, insomma a essere più vicino e a contatto con il mercato. Io da un lato condividevo quanto lui mi diceva, dall’altro mi sentivo sempre molto oberato da impegni in ufficio, riunioni da fare, relazioni da leggere e tutto era sempre prioritario alle uscita sul campo che di settimana in settimana spostavo a quella successiva. Così un giorno, mentre eravamo in macchina insieme, ritornammo sull’argomento e io gli chiesi come faceva lui a essere fuori così spesso, impegnato com’era a gestire una intera rete vendite, dei reparti interni, le relazioni con gli altri reparti, con la direzione generale e con la sede europea. Io gli dissi “quando esco solo un giorno mi ritrovo in ufficio una marea di posta e di carta da leggere che mi blocca tutto per i due giorni successivi” e lui sorridendo mi disse: “Anch’io quando torno in ufficio ho molta posta da leggere e da smistare, però non ci metto due giorni come te, perché non ho tutto quel tempo a disposizione e uso un metodo molto efficace e che funziona………”.
Chi ti scrive deve imparare a essere sintetico per rispettare il tuo poco tempo, senza considerare che così facendo anche lui avrà più tempo per fare altre cose; da parte mia per abituare le persone a fare ciò e per gestire meglio il mio tempo, applico due regole semplicissime:
- Leggere solo la prima pagina delle relazioni. Chi è prolisso e scrive relazioni di pagine e pagine, dovrà imparare a essere più sintetico o a scrivere le cose importanti nella prima pagina per lasciare spazio nelle pagine successive alle altre cose marginali e alla propensione al ripetersi tipica di noi italiani.
- Non leggere le relazioni in cui si è in “copia conoscenza”, a meno che l’argomento non sia di rilevante importanza. Le nuove tecnologie, soprattutto l’e-mail, sta facendo esplodere la voglie e la tentazione di mettere sempre tutto e tutti in copia conoscenza, facendo perdere una marea di tempo e risorse per leggere cose non importanti, marginali o addirittura completamente inutili.
Erano due concetti che appena sentiti mi sembrarono strampalati e buttati la, come una risposta data a casaccio, invece poi, quando cominciai a selezionare la mia posto in arrivo con un occhio più critico, mi accorsi che era proprio così e che Cesare aveva ragione; c’era una marea di cartaccia inutile che oltre a farmi perdere del tempo, si confondeva trai i pochi documenti veramente importanti che andavano invece letti e gestiti dedicandogli molto tempo e la massima attenzione.
Dopo un anno di ISM fui trasferito al reparto Grande Distribuzione, per la prima volta in sei anni di azienda senza la necessità di sobbarcarmi anche un trasferimento di tutta la famiglia in un’altra città. Mi piacque molto l’idea e il nuovo lavoro in quanto lasciavo un po’ da parte la gestione delle persone, alla quale mi ero dedicato molto negli anni da Capo Zona e da Capo Distretto ISM, per cominciare a gestire più da vicino il mondo dei grandi clienti della Grande Distribuzione Organizzata. I clienti della GDO, sigla derivante dalle iniziali delle tre parole appena citate, erano quelle catene che già allora pesavano più del 25 % del mercato ma che, in una visione prospettica, sarebbero state quelle che avrebbero avuto il maggior tasso di crescita negli anni a venire. Questo perché erano clienti caratterizzati dall’avere medie e grandi strutture di vendita (supermercati e ipermercati), forte competitività all’acquisto, gestione ottimizzata della filiera logistica e organizzativa, aggressive politiche di marketing verso il consumatore finale. Tra i nomi di rilievo di allora vi erano Standa, Giesse, Esselunga, Pam, Coin, Metro, La Rinascente con i canali SMA, CittàMercato, Upim e RinascenteGross. Io mi occupavo della gestione di Giesse e del Gruppo Rinascente, due clienti che da soli facevano oltre 100 miliardi di fatturato su base annua. Soprattutto il Gruppo Rinascente, era una struttura molto variegata, con tipologie di punti vendita che andavano dal supermercato di quartiere (SMA), al grande ipermercato di svariate migliaia di metri quadrati per singola struttura di vendita (CittàMercato), per poi gestire quelli che venivano chiamati i Department Stores, molto più sviluppati all’estero che in Italia (UPIM) e infine i Cash & Carry, dedicati alla vendita all’ingrosso per il canale tradizionale (RinascenteGross).
Lavorare nella Grande Distribuzione significava prima di tutto avere una conoscenza totale della struttura dei propri grandi clienti, conoscerne le procedure operative e decisionali, i limiti e le potenzialità, dedicando loro tutto il tempo necessario e visitandoli più volte nella stessa settimana, ogni volta per un argomento e per uno scopo specifico. La profonda conoscenza dei grandi clienti era alla base di tutto per essere in grado di capire come gli obiettivi della P&G potessero essere raggiunti anche presso di loro, adattando e modificando opportunamente i piani e le iniziative commerciali previste per il resto dei clienti sul territorio nazionale, essendo come un direttore vendite dedicato a loro. Erano i clienti del futuro, con i quali in ogni visita mi giocavo il tutto per tutto; se sbagliavo una presentazione di un nuovo prodotto e se loro non erano intenzionati ad inserirlo, io mi ero già giocato il 50% o il 70% del mio budget in quanto alla fine gestivo due clienti molto grandi, ma sempre e solo due clienti erano e tali rimanevano. Gestire i clienti GDO mi ha dato inoltre la possibilità di lavorare su progetti innovativi sia da un punto di vista tecnologico che di approccio commerciale, in quanto qualsiasi nuova iniziativa partiva sempre prima con loro e io, in qualità di responsabile del cliente, fungevo da tradeunion tra i reparti dell’azienda coinvolti al progetto e il cliente o i clienti stessi.
Ero consapevole dell’importanza di quell’esperienza; il largo consumo è stato da sempre ed è tuttora considerato una dei comparti più all’avanguardia dell’intero mercato, sia dal punto di vista della produzione che della distribuzione; la GDO all’interno di quel comparto era a sua volta il segmento più potenziale, più competitivo e più innovativo. Ero certo che prima o poi, ovunque mi avesse portato il mio futuro professionalmente parlando, quella esperienza mi sarebbe ritornata utile.
Senza rendermene troppo conto, o meglio essendone consapevole ma senza dargli troppa importanza, la vita privata della mia famiglia era stata “impostata secondo le priorità lavorative del marito” e questo era un dato di fatto con il quale avrei dovuto fare i conti più volte nel mio futuro, di lì fino ai giorni nostri. Mentre a Pordenone, Lucca e Roma, Patrizia si era saputa adattare abbastanza bene, sapendo apprezzare di ogni città gli aspetti positivi; a Milano tutto questo non avvenne.
Pordenone non era certo una bellissima città, però c’era l’euforia della prima convivenza nel nostro primo miniappartamento e la vicinanza a Conegliano, con i nostri parenti e le nostre amicizie di sempre.
Lucca invece, era un cocktail di cose belle: la Toscana con le sue meraviglie geografiche e climatiche, la gente aperta e cordiale che favoriva le nuove amicizie, la città piccola e storica, un po’ come Treviso e il mare che distava non più di una decina di chilometri.
Di Roma abbiamo apprezzato moltissimo la bellezza, l’imponenza e il clima che ti dava la costante illusione di essere sempre in ferie; purtroppo ogni rientro nel Veneto era impegnativo e lungo sia in auto che in treno.
A Milano le sensazioni positive furono davvero poche: ci si sentiva costantemente aggrediti dal caos, dal traffico e dallo smog; la gente era tutt’altro che aperta e gioviale e difficilmente si faceva conoscenza con l’inquilino della porta accanto. Per non parlare poi del clima, quasi sempre ostile con giornate cupe, umide e spesso piovose. Ci eravamo orientati per trovare un appartamento in città, ma abbiamo desistito subito nella ricerca, per i prezzi impossibili e per la pessima qualità delle soluzioni disponibili; sperando poi che scegliere Monza fosse un buon compromesso, visto anche il grande parco e il piacevole centro storico che la cittadina offriva.
Mentre per me vivere a Milano non era un grosso problema, preso dal mio lavoro e dai continui impegni e frequenti viaggi in Italia e all’estero, per Patrizia ogni giorno diventava sempre più pesante. Non usciva mai in auto perché non si fidava di guidare in città, anche a causa di Giacomo che era molto piccolo, e le uscite ai parchi pubblici erano molto sporadiche in quanto non riusciva a trovarne grande piacere, e così le settimane trascorrevano nella costante attesa del week end per poter tornare nel Veneto a trascorrere un paio di giorni a casa. Anche se poi lì le cose non erano più come prima in quanto vivere dai suoi genitori o dai miei quando eravamo soli era molto più semplice che farlo con un bambino piccolo che aveva le sue esigenze, aveva bisogno dei suoi spazi, dei suoi equilibri e della sua tranquillità.
In un giovedì come molti altri, Patrizia ricevette una telefonata dalla sorella che la informava del fatto che la madre ormai anziana di una sua collega, aveva deciso di vendere l’appartamento in cui abitava a Conegliano, per trasferirsi a vivere con la figlia. Noi avevamo già valutato un po’ di tempo prima l’ipotesi di acquistare un appartamento nel Veneto, per avere un nostro punto di riferimento, un punto d’appoggio e in qualche modo un obiettivo e punto d’arrivo a cui mirare, anche se poi i prezzi e forse la nostra poca convinzione, ci avevano fatto desistere nella ricerca. Quella telefonata riaccese in qualche modo i nostri entusiasmi e la sola idea di avere una nostra casa a Conegliano, ci rendeva felici e ci faceva dimenticare tutti i sacrifici che stavano facendo per cercare di costruirci un futuro sereno. Il sabato mattina successivo, alle 11.00 del mattino andammo all’appuntamento, in via Tirindelli, 39 a Conegliano: la casa era una tipica abitazione anni 60, con un appartamento già abitato al piano terra e giardino nel lato sinistro e l’altro appartamento al primo piano con scala esterna, con garage e giardino sul lato destro, fortunatamente molto più ampio dell’altro. La casa era in evidente stato di “abbandono”, non perché disabitata ma perché si percepiva da mille dettagli che mancava da molto tempo l’uomo di famiglia che si dedicasse all’ordinaria e straordinaria manutenzione dell’immobile e del giardino stesso. Sul marciapiede si vedevano tutti i segni delle perdite delle grondaie bucate un po’ ovunque, i serramenti esterni scrostati mostravano i segni evidenti del tempo, il giardino incolto e la recinzione arrugginita e a tratti fatiscente veniva qua e là avvolta dalle erbacce che trovavano facile presa nella rete metallica. Anche se un po’ titubanti, ma per niente scoraggiati, entrammo in casa dove questa gentile e anziana signora, supportata dal genero, ci ospitò. Sembrò d’un tratto di tornare indietro di trent’anni, con i pavimenti in marmo di allora, i lampadari, l’arredamento, i termosifoni in ghisa, i vetri che vibravano al passare di un’auto, le piastrelle del bagno colore celestino chiaro alle pareti e nere nel pavimento, gli accessori cromati ma ormai ossidati, la stufa in cucina e le luci basse come si usavano allora. Mentre il genero si preoccupava di illustrarci l’abitazione come un vero e proprio oggetto da vendere, l’anziana signora, incurante di qualsiasi strategia commerciale, quasi a sperare che non la volessimo comprare, tornava indietro con i suoi ricordi a quando il marito costruì quella casa e a quanti bei ricordi aveva della vita trascorsa lì vedendo crescere le sue due figlie tra quelle mura e giocando in quel piccolo ma piacevole giardino che costeggiava il fiume Monticano. Purtroppo la morte del marito prima e l’allontanamento delle figlie al momento del matrimonio poi, fecero sì che lei si ritrovò sola in quella casa a convivere con i suoi ricordi per ancora parecchi anni, fino a quei giorni in cui decise che era arrivato anche per lei il momento di trovare una soluzione diversa.
Mentre il genero ci parlava, io e Patrizia cercavamo di valutare quella casa con i nostri occhi, conoscendo le nostre necessità ed esigenze, usando tutta l’immaginazione possibile per poter “vedere” il risultato che una buona ristrutturazione avrebbe potuto portare. Le condizioni generali erano davvero pessime, ma quella casa aveva pochi grandi elementi che per noi erano di vitale importanza e assumevano un valore molto maggiore delle negatività che quella soluzione rappresentava:
- un giardino tutto nostro con la possibilità di parcheggiare anche il camper nel retro
- un ingresso completamente autonomo con nessun tipo di spesa condominiale
- un posto molto tranquillo e non trafficato, a un chilometro dal centro di Conegliano
- una soffitta probabilmente recuperabile e riutilizzabile in qualche modo
- un autonomia totale e al tempo stesso la possibilità di avere una famiglia di vicini al piano di sotto
Il pomeriggio stesso tornammo sul posto con un nostro amico idraulico per avere un parere tecnico sui lavori da fare nell’impiantistica e il suo verdetto fu il peggiore che potessimo aspettarci: “qui è tutto da rifare, impianto idraulico, elettrico, rete fognaria ecc.ecc.”. Nonostante ciò dopo un’ora avevamo firmato il preliminare e fatto l’acquisto di quella casa, vista per la prima volta solo poche ore prima. Non so neanche perché avessimo chiamato quel nostro amico a darci un parere tecnico visto che tanto, rivelatosi il peggiore possibile, abbiamo comunque deciso di comprare quella casa che ci aveva colpito così profondamente e che già immaginavamo completamente rifatta e rimessa a nuovo come l’avremmo voluta noi.
Il costo d’acquisto fu equo e riuscimmo a supportarlo tutto con i nostri risparmi, fino all’ultimo centesimo, senza dover fortunatamente fare nessun mutuo. D’altronde dovendo pagare parzialmente un affitto a Milano e tutte le spese di trasferta nei fine settimana, solamente con il mio stipendio sarebbe stato impossibile far fronte anche a un mutuo per l’acquisto della casa. Rimanemmo talmente al verde che per la prima volta nella mia vita dovetti chiedere un prestito a mio papà di 7.000.000 di lire, per poter pagare le spese notarili e l’IVA per il passaggio di proprietà. Era la fine del 1992 e ricordo come nel settembre del 1993 avevamo già ristrutturato l’interno dell’appartamento, almeno per le cose essenziali, ricorrendo comunque a un piccolo mutuo triennale, grazie al quale avevamo anche saldato il debito con mio padre. Era la prima volta che chiedevamo un prestito in banca, non ci eravamo abituati e scioccamente lo avevamo fatto triennale perché volevamo toglierci presto quell’impegno che non volevamo avere sulle nostre spalle. Fu un errore in quanto passammo dodici/diciotto mesi con seri impegni economici che ci costringevano a misurare con attenzione le nostre spese per far sì che i conti a fine mese quadrassero sempre e comunque in quanto riserve non ce n’erano, di nessun tipo, e i soldi del mio stipendio dovevano bastare per tutto. Non è una sensazione piacevole: lavori, lavori, fai sacrifici personali, costringi la famiglia a vivere lontano da casa e, come se non bastasse, devi misurare le tue spese per far fronte a tutti gli impegni affinchè i soldi non vengano a mancare….. è una bella prova di tenuta, anche del rapporto di coppia !!!
Poco dopo aver terminato la ristrutturazione della nostra casa, decidemmo che per il bene della famiglia sarebbe stato opportuno che Patrizia e il piccolo Giacomo si trasferissero definitivamente a Conegliano, mentre io sarei rimasto a vivere a Milano, rientrando a casa tutti i week end, in treno o in macchina. Fu una decisione sofferta e combattuta per entrambi, ma non riuscivamo a trovare una soluzione diversa ai nostri problemi del vivere lontano da casa, in una città nella quale facevamo molta fatica ad ambientarci. Le cose migliorarono di molto già da subito, sia in famiglia che nel lavoro, al quale potevo dedicarmi completamente dal lunedì al venerdì. Divenni un fedele consumatore dei risotti già pronti e pian piano ne provai tutte le varianti disponibili in commercio; l’unico problema stava nel fatto che non facendo il formato monodose, mi ritrovavo sempre a cenare per due!! Uscivo presto la mattina e rientravo spesso molto tardi, un po’ di faccende domestiche e poi subito a nanna; il venerdì sera poi correvo a casa, finalmente in una casa tutta nostra, dove ritrovavo i miei cari, le mie cose e momenti importanti di serenità e tranquillità.
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