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Convivenza e matrimonio

Quel lavoro in P&G condizionò molto, fin da subito, anche la mia vita privata; la necessità di risiedere nella sezione, anche se le distanze erano limitate, mi aveva obbligato a trasferirmi a Pordenone e così Patrizia mi seguì venendo a convivere con me. Fu un’esperienza molto bella, entrambi ventiduenni, eravamo assieme già da più di quattro anni e l’idea di andare a vivere insieme, anche se nata da motivi professionali, piaceva molto ad entrambi. Era come una sorte di prova generale al matrimonio al quale entrambi stavamo cominciando a pensare.

Casa Pordenone 1987 Gianluca Pellegrinelli

Trovata la casa, ci andammo ad abitare dopo pochissimi giorni; era un miniappartamento arredato, con una stanza che faceva da ingresso, salotto e cucina contemporaneamente, c’era poi la stanza da letto e un piccolo bagno, tutto qui. Io ero impegnato dal mio nuovo lavoro in P&G, mentre lei usciva la mattina per andare a Conegliano, a circa una quarantina di chilometri, dove lavorava come commessa in un negozio di calzature, mentre a pranzo tornava a mangiare dai suoi genitori a Vittorio Veneto. Ci si ritrovava così alla sera a casa, verso le 20.00 e mentre mangiavamo ricordo che ci raccontavamo quanto era accaduto durante la giornata, io nel mio nuovo lavoro e lei invece con i problemi di sempre tra colleghe, che accettava con difficoltà e ai quali faceva sempre molta fatica ad abituarsi. La vita di coppia fu da subito molto naturale e armoniosa, lavorando entrambi era normale darsi una mano nelle faccende domestiche, ecco così che pur essendo intercambiabili, ognuno dei due si specializzò maggiormente su alcuni compiti. Lei si occupava di cucinare, stirare e fare i letti, mentre io aspiravo, spolveravo, portavo giù le immondizie e coniugando un forte interesse professionale, facevo la lavatrice, provando i vari tipi di detersivi, a bassa, media e alta temperatura, con e senza ammorbidente, con prelavaggio ecc., valutando e comparando risultati, prestazioni e facilità d’uso.

Non avrei mai creduto di appassionarmi così a dei detersivi, pensando a come potesse essere interessante anche un prodotto apparentemente così poco confacente a una figura maschile; quello che imparai era invece che commercialmente parlando ci si può appassionare a vendere qualsiasi cosa, in quanto è la vendita di per se che ha un suo fascino intrinseco, indipendentemente da cosa si vende.

Una delle cose che ci piaceva meno fare era quella di lavare i piatti, così lo facevamo un po’ a testa, ripromettendoci ogni volta che alla prima nostra vera casa non sarebbe mancata da subito una  lavastoviglie nuova fiammante. La sera d’estate ogni tanto cenavamo nel nostro piccolo terrazzo, non più di un paio di metri quadri, allestivamo un piccolo tavolino con tutte le sue cose e ce ne stavamo li a chiacchierare, godendoci l’imbrunire e la brezza che al quinto piano era quasi sempre presente. La domenica mattina, sistemavamo la nostra casetta e poi di solito tornavamo nelle nostre zone, ospiti a pranzo dai miei o dai suoi genitori, per poi passare il pomeriggio con gli amici, quasi sempre con Marzio e l’Adriana. Furono mesi molto piacevoli, senza nessun trauma di vita di coppia, anzi, stavamo molto bene insieme, e non avendo nessun impegno di bambini o altro, ci toglievamo tutti gli sfizi e i desideri che ci venivano giorno per giorno.

 

Dopo pochi mesi, una volta appurato che il mio inserimento in azienda stava avvenendo positivamente e soprattutto che ci sentivamo molto bene nella nostra nuova vita di coppia, decidemmo di sposarsi e coronare finalmente quel sogno e quell’unione che durava ormai da cinque anni. Il matrimonio fu fissato per il 20 settembre del 1987, rigorosamente in chiesa nella cattedrale di Vittorio Veneto alla quale Patrizia è stata da sempre molto legata, in quanto era la chiesa della sua parrocchia, della sua infanzia, della sua giovinezza e dei suoi ricordi. L’annoso problema dei preparativi di un matrimonio, che spesso è già di per se una forte prova di tenuta di una relazione di coppia, nel nostro caso devo dire che fu quasi indolore; entrambi avevamo una visione abbastanza simile in questo senso, con la volontà di una cerimonia basata sulle tradizioni cristiane, con relativo pranzo nuziale e invitati, ma senza particolari sfarzi o esagerazioni di forma. Il problema forse più grande per Patrizia era l’abito nuziale, lei molto sportiva e dinamica non riusciva proprio a vedersi con un abito di tipo tradizionale e io, nel pieno rispetto delle usanze, non potevo vedere l’abito fino al giorno della cerimonia e così non potevo essergli di aiuto in nessun modo.

La sera prima, decidemmo di non dormire a casa nostra, così dopo avere fatto le ultime commissioni e seguito i preparativi finali, accompagnai Patrizia a casa dei suoi genitori dove lei andò subito a letto a causa di un fortissimo mal di testa, forse dovuto anche dalla tensione per l’evento. Io stavo tornando a Falzè di Piave a casa dei miei genitori quando passando da Pieve di Soligo, trovai in piazza un po’ di miei amici che erano lì a chiacchierare; decisi di fermarmi, ripromettendomi di stare lì solo pochi minuti perché anch’io ero stanco e la giornata successiva sarebbe stata sicuramente molto impegnativa. Cominciammo a scherzare e a ridere, dicendoci che era una serata speciale e che non doveva finire così, decidemmo pertanto di andare sul fiume Piave di notte con la jeep di uno dei miei amici. Iniziammo a correre avanti e indietro lungo e dentro il fiume, nell’acqua sempre più alta che vedevamo arrivare fino alle fiancate della jeep, una Land Rover che a detta del mio amico, ne aveva fatte di peggio e non ci avrebbe sicuramente abbandonato in mezzo al fiume. Vedendo l’acqua che lambiva sempre di più i fianchi del fuoristrada, bagnando anche i finestrini, io qualche dubbio francamente lo avevo, anche se il guidatore era una persona esperta e capace, che conosceva bene il suo mezzo e il punto fino al quale poterlo spingere. Ci siamo divertiti moltissimo, ridevamo a crepapelle e abbiamo continuato a correre almeno fino all’una di notte, finché siamo riusciti a venire via senza fare grossi danni …. sarebbe stato veramente imbarazzante dover chiamare qualcuno che venisse a soccorrerci in mezzo al fiume, in piena notte, solo poche ore prima del matrimonio.

Non contenti di ciò, visto che l’appartamento a Pordenone era libero, decidemmo di andare a farci una bella spaghettata; siamo arrivati là alle due passate del mattino e ridendo e scherzando abbiamo iniziato a scaldare l’acqua per poi mettere su la pasta. Era notte fonda e ricordo che ci divertivamo moltissimo, ridendo su tutto, anche sulle cose più banali che in una situazione normale non hanno niente di comico. A un certo punto, erano circa le quattro del mattino, il telefono suonò e d’un tratto tutti si ammutolirono e rimase solamente lo squillo rimbombante di quel telefono che continuava a suonare imperterrito e incurante dell’orario. Tutti ci domandammo chi potesse essere a quell’ora, forse mio padre preoccupato che non mi aveva visto arrivare a casa ? no, molto più semplicemente era un inquilino del secondo piano che, nonostante i tre piani che ci separassero da lui, non riusciva a dormire per le risate e per il nostro baccano. Zitti, zitti, sghignazzando e spingendoci a vicenda giù per le scale, tornammo a Pieve, per poi andare ognuno a casa propria, più o meno alle cinque del mattino. E’ stata una bellissima serata, tuttora la ricordo con estremo piacere e gioia; una di quelle serate che volendo organizzarla non potrebbe mai venire così. La casualità dell’incontro di quella sera, la nostra amicizia, la voglia di tutti di divertirsi e l’occasione di festeggiare il mio addio al celibato, erano stati come una miscela esplosiva che aveva fatto di una serata qualsiasi un vero e proprio momento di gioia e divertimento.

Non mi rimaneva a quel punto che godermi quelle due ore e mezzo di sonno che mi separavano dalla sveglia dell’indomani mattina, anzi di quella stessa mattina, per poi iniziare a vestirmi e prepararmi per la cerimonia.

 

Quel 20 settembre 1987 si presentò subito, già dalle primissime ore del mattino, come una giornata soleggiata, molto bella e calda; io mi alzai senza fare troppa fatica in quanto per abitudine mi alzavo presto, indipendentemente dall’orario in cui andavo a letto, risentendo poi eventualmente nel pomeriggio dei bagordi della sera prima. Come se quella sarebbe stata una giornata qualsiasi, decisi di andare a Pieve al solito bar, dove mi ero trovato la sera prima con gli amici, a fare colazione con cappuccino e brioche. Tutto era tranquillo, come in una domenica qualunque e io stesso non mi rendevo conto di come invece sarebbe stata diversa, speciale, con io e Patrizia come protagonisti di un qualcosa che avevamo desiderato e sognato da tempo. Dopo un’oretta tornai a casa, tranquillo e rilassato, mentre vidi che l’ambiente era già in fibrillazione, tutti in fase di preparativi, chi per vestirsi, chi per pettinarsi, chi impegnato ad iniziare ad accogliere i primi invitati, soprattutto miei parenti che arrivando da lontano erano partiti presto per non correre il rischio di ritardare. Verso le 9.30 del mattino di Antonello, il mio testimone di nozze, non si vedeva neanche l’ombra; era arrivato solo il pomeriggio prima appositamente dalla Germania dove gestiva una gelateria e la sera era tra il ristretto numero di amici spontaneamente coinvolti nella traversata del Piave in jeep e nella spaghettata a Pordenone. Dentro di me pensai subito che fosse ancora a letto, dormiglione d’abitudine com’era, figuriamoci quel giorno che dopo il viaggio se n’era stato in giro fino alle cinque del mattino. E le cose furono esattamente così, non vedendolo arrivare qualcuno è andato a casa sua, alle 10.00 e lui era tranquillamente a letto che dormiva perché, a suo dire, la sveglia non aveva suonato. Arrivò tutto trafilato a casa mia, con i capelli un po’ ribelli, lo sguardo perso e la testa che sembrava avere dentro un batterista scatenato che suonava con i suoi tamburi a tutta forza una musica rock. Avrebbe dovuto essere lui ad accompagnarmi a Vittorio Veneto in chiesa, ma quando mio zio vide le condizioni dell’auto con la quale si presentò quella mattina, sospirò pensando “questi giovani ……….” e tirò fuori le chiavi della sua Mercedes luccicante come fosse appena uscita dall’autosalone del concessionario, nuova fiammante.

Finalmente alle 11.00 tutti eravamo in chiesa, io davanti all’altare ad aspettare Patrizia che puntualmente arrivò accompagnata dal padre Armando, visibilmente emozionato; io in quel momento non sentivo niente, niente musica, nessun parente, nessun amico, la chiesa mi sembrava completamente vuota, ero intento solo a guardare lei, il suo abito che le stava benissimo e la gioia che aveva impressa sul suo viso. Alla mia destra Antonello, in piedi immobile e con sguardo marmoreo per l’emozione e probabilmente anche per la stanchezza; alla sinistra di mia moglie, o quasi, c’era Lorena, una sua amica di vecchia data che, anche lei come Antonello, gestiva una gelateria in un’altra cittadina tedesca. La cerimonia si svolse regolarmente, senza nessun intoppo, anche se l’emozione dentro di me era forte e non accennò a diminuire fino al momento dello scambio degli anelli e del bacio di consacrazione del matrimonio, al quale seguì una scroscioso applauso da parte di tutti gli invitati e in generale dei partecipanti alla messa domenicale.

All’uscita, mio cognato Maurizio, al quale non mancava certo la fantasia, pensò di sostituire l’auto nuziale, che non era altro che la mia FIAT REGATA di tutti i giorni, con una PIAGGIO APE, uno di quei tre ruote che vengono usati principalmente da fruttivendoli e pescivendoli per muoversi con disinvoltura nelle strette vie cittadine. Il vano di carico, se così possiamo definirlo, era stato allestito come una specie di trono, con tanto di seduta per noi e per i nostri nipotini, Mirko e la Debora; nella parte superiore era stato accuratamente allestito un arco di rami e piante verdi. Maurizio pensò all’APE in quanto io ero e sono tutt’ora un grande appassionato di VESPE PIAGGIO, ne ho possedute parecchie e mi ha sempre attratto la loro filosofia costruttiva e di utilizzo, così lui, a suo modo, mi fece omaggio con un qualcosa di simile e di più appariscente.

Fuori dalla chiesa ci protraemmo per più tempo del previsto, si stava molto bene, il clima caldo ma piacevole e tutti gli invitati iniziarono a chiacchierare; c’erano anche molti miei amici che, sebbene non invitati al matrimonio in quanto limitato ai soli parenti e agli amici più stretti, vennero comunque in chiesa a trovarmi e a trasmettermi il loro affetto e partecipazione al lieto evento.   Finalmente ci trasferimmo poi al ristorante “AI TRE PINI”, una trattoria locale accogliente e alla buona dove si mangiava molto bene; occupavamo una grande stanza con ampie vetrate su tre lati che dominavano dall’alto una campagna e dei boschi rigogliosi e verdi che colpivano per la loro bellezza e per il loro vigore.

Il nostro tavolo era dedicato ai giovani, c’eravamo noi, mia sorella e suo marito, i miei tre cugini da parte di mia zia Rita, con le rispettive compagne, Marzio e l’Adriana, mio cognato Maurizio con sua moglie, i due testimoni e altri ancora. Abbiamo passato tutto il pomeriggio allegramente a chiacchierare, ridere e divertirci; non era solito ritrovarsi così, tutti insieme, ma quello che piaceva era che in occasioni come quelle ci divertivamo e puntualmente ci ripromettevamo di organizzare qualcosa di lì a breve, senza dover aspettare il prossimo matrimonio che chissà quando sarebbe stato. Sbirciando agli altri tavoli vedevamo che tutto procedeva bene, tutti gli invitati erano a loro agio, in buona compagnia e tutti si divertivano tra una portata e l’altra. Per Maurizio, ogni occasione era buona per fare festa, alla faccia di sua moglie che gestiva la vita familiare e il rapporto di coppia come se fosse un generale: Maurizio quà, Maurizio là, attento ai bambini, prendi questo, prendi quello … e così via. Così lui, avendo bevuto magari un bicchierino di troppo, iniziava a intonare “bacio, bacio, bacio”, non limitandosi a rivolgersi a noi neo sposini, ma anche a turno a tutte le coppie presenti, sposate e non, senza demordere fino a quando la coppia non cedeva presa dalla disperazione e lui trascinava tutti in un urlo e un applauso liberatorio. Finalmente verso sera tutti si congedarono e noi, con un ristretto numero di amici, andammo a casa nostra, a Pordenone, ancora invasa dalle stoviglie della spaghettata della sera prima, dove rimanemmo in compagnia con loro ancora per qualche ora.

Anche questa era fatta, pensammo io e Patrizia, tutto era andato nel migliore dei modi e noi, finalmente, avevamo ufficializzato la nostra unione, promettendoci amore e scegliendo di dare al nostro rapporto un legame che sarebbe durato per tutta la vita. Erano sentimenti e scelte già fatte e maturate nei cinque anni passati, anche se dichiararle apertamente e di fronte a tutte le persone care, aveva un certo effetto e una sua valenza emotiva.

Quella sera entrambi siamo crollati, sfiniti per le emozioni di quel giorno e per tutto lo stress accumulato nei giorni precedenti al matrimonio a causa dei preparativi, degli inviti e degli imprevisti che inevitabilmente si presentano. L’indomani ricordo che lo abbiamo dedicato a un giro di saluto e ringraziamento ai nostri genitori, a saldare qualche conto quà e là e a curare gli ultimi preparativi per il viaggio di nozze, per il quale saremmo partiti la mattina seguente, destinazione Stati Uniti: New York, Los Angeles e San Francisco !!!

 

Era la prima volta che affrontavo un viaggio oltre oceano ed era anche la prima volta che viaggiavo in aereo; da sempre nutrivo una attrazione per gli Stati Uniti e la scelta di questo paese come mio primo grande viaggio e come viaggio di nozze, era stata una scelta quasi scontata. Entrambi avevamo poi delle persone da andare a trovare in America, lei aveva la madrina che viveva a Los Angeles, mentre io avevo un mio caro compagno delle scuole medie che dopo essere stato a San Francisco per una stagione estiva, ci si è fermato per più di sei anni a giocare a calcio e a fare l’università. Il viaggio fu organizzato autonomamente, rinunciando a pacchetti predefiniti, ma limitandosi a prenotare il solo volo aereo transoceanico e gli alberghi nelle tre grandi città, mentre per i voli interni avevamo acquistato un package open che dava ampia libertà di scelta delle tratte da percorrere e delle date, bastava solo prenotare con un giorno di anticipo. Finalmente la partenza, dall’aeroporto di Venezia e transito da Malpensa, con le nostre Samsonite nuove fiammanti che ci aveva regalato Antonello come regalo di nozze, jeans e uno zainetto in spalla.

 

L’arrivo alla Grande Mela avvenne in perfetto orario, nel primo pomeriggio dell’ora locale, uscimmo dall’aerostazione, tutt’altro che spaesati e iniziammo a cercare di capire quale fosse il mezzo più semplice ed economico per trasferirci in città per raggiungere l’hotel prenotato dall’Italia. Trovammo un pullman che faceva servizio di navetta per la città e viceversa, al costo di 5 dollari a testa, era uno di quei mezzi che avevo visto per molti anni nei films, così diversi da quelli che avevamo noi in Europa, grande, vetri scuri e aria condizionata al massimo. Nonostante la stanchezza, per tutto il tragitto fummo attratti da tutto, ogni cosa ci sembrava grande e diversa, tutto era in movimento e la città viveva in ogni angolo e in ogni strada la sua frenesia, fatta di gente di corsa, di rumori, di sirene e clacson provenienti da tutte le direzioni. Arrivati nel centro città, il pullman si fermò nella stazione centrale delle corriere, e lì capimmo che era il momento di scendere perché eravamo arrivati al capolinea; tutto ci sembrava diverso e per la prima volta sentimmo quel tipico odore di grande città che sembrava disincentivarti dal toccare qualsiasi cosa. Ecco quindi che abbiamo iniziato a usare le nostre due valige come dei pratici sgabelli, lì seduti a cercare di orientarci su una cartina della città, apparentemente molto semplice e intuitiva, visto che tutte le strade di Manhattan erano parallele e perpendicolari tra loro, ad eccezione di una sola che attraversava diagonalmente tutto il quartiere. Finalmente abbiamo individuato la via del nostro hotel, una via parallela alla famosa quinta strada, poco distante da lì, verso la quale ci siamo incamminati a piedi fino a raggiungerla; l’albergo si presentava bene, aveva una grande hall, molto lussuosa e un bel ristorante sempre al piano terra. Appena arrivati e fatto il check in, un facchino ci aiutò a portare i bagagli in camera, al sedicesimo piano e, mentre eravamo in ascensore, pur noi non proferendo nessuna parola, ci aveva già inquadrati e aveva capito che eravamo italiani, come se lo avessimo avuto scritto in fronte a caratteri cubitali. Con un sorriso a trentadue denti tirò fuori un volantino, tipo un ciclostile, che reclamizzava un negozio dove si potevano acquistare le scarpe Timberland a prezzi molto più convenienti che in Italia; bastava andarci facendo riferimento a lui e avremmo ottenuto un extra sconto e lui, sicuramente, una provvigione. La stanza, pur essendo decorosa, non era all’altezza del primo impatto con l’albergo, abbastanza piccola, con splendida vista su un palazzo adiacente a pochissimi metri di distanza dal nostro. Passammo un po’ di giorni piacevoli a New York, turisti fai da te, visitammo un po’ tutto quello che c’era da vedere a Manhattan, escludendo del tutto le visita agli altri quartieri della città che avrebbero richiesto troppo tempo.

Ricordo tra le cose più belle la salita sull’Empire State Building, dove si arrivava al 76° piano con un ascensore veloce che arrivava diretto al 70°, per poi cambiare e prenderne uno che portava per l’appunto sulla terrazza del 76° piano. Da lì il panorama era affascinante, tutti i palazzi visti dall’alto sembravano delle casette con i tetti piatti e sopra i quali c’era un’altra vita, tutti in qualche modo riutilizzati nei modi più disparati. I rumori dall’alto erano infinitamente molti di più di quelli che si potessero ascoltare da terra in un punto qualsiasi della città, anche il più rumoroso, mentre le persone e le  automobili erano talmente piccole che quasi non si riconoscevano. L’unico grattacielo, anzi gli unici due, che sovrastavano L’Empire, erano le Twin Towers, meglio conosciute come le torri gemelle, regine incontrastate della città che con la loro imponenza e superiorità si elevavano da Wall Street, tempio dell’economia e della finanza di tutto il mondo.

Solo a New York, città di contrasti e contraddizioni, si poteva passare in pochi minuti dal caos assordante dei grattacieli, alla quiete quasi irreale di Central Park, il polmone verde della città, con una tale estensione che al suo interno i rumori della metropoli lasciavano posto alla quiete, ai sapori e ai canti della natura. Visto dall’alto era come un grande fazzoletto rettangolare, pieno di verde, di vegetazione, di boschi e di laghetti sparsi un po’ qua e là, dove tutti i newyorkesi amavano trascorrere il tempo libero, passeggiare, fare sport o semplicemente consumare un pasto veloce a metà giornata, prima di tornare alla frenesia del loro lavoro in ufficio. Contrariamente a quanto in Italia sarebbe stato impensabile, vedevi questi colletti bianchi, in giacca e cravatta o le donne in tailleur, che incuranti della forma e degli abbinamenti di abiti e scarpe, indossavano un paio di scarpe da ginnastica e passeggiavano o stavano seduti in una panchina all’ombra di un albero a leggersi un libro, magari mangiando un sandwich.

Il cambio di fuso orario ci procurava qualche problema e così, alle prime ore del pomeriggio, stanchi anche per il continuo camminare, andavamo in albergo e ci mettevamo a dormire, per poi riuscire più riposati in tarda serata: Rimanendo nel centro città la cosa era indifferente, di giorno e di notte il traffico era lo stesso e sia i negozi che i centri commerciali rimanevano aperti 24 ore su 24; e così a qualsiasi ora tu potevi scendere e approvvigionarti di quello che volevi senza il timore di trovare questo o quel negozio chiuso. Per noi era un gran salto di usanze, tuttora abituati nel Veneto conservatore a vedere che tutti gli esercizi commerciali, anche i più grandi, effettuano persino la chiusura nella pausa pranzo dalle 12.30 alle 15.00, figuriamoci la sera e i giorni festivi.

 

Dopo qualche giorno partimmo con direzione Los Angeles, con un volo aereo che, pur essendo una tratta interna, durava sei ore, quasi come la traversata dall’Europa a New York. All’aeroporto vennero ad accoglierci Gianni e Gina, lei entrambi di origini italiane, lui era nato lì e la sua famiglia risiedeva in America da generazioni, mentre lei, madrina di Patrizia, ci si era trasferita da una trentina d’anni dopo aver conosciuto il futuro marito durante un periodo di ferie in Italia. Abitavano in una bellissima casa in un quartiere residenziale vicino a Beverly Hills, una via larga e alberata, con la pista ciclabile sui lati che costeggiava un susseguirsi di giardini impeccabili che risaltavano ancora di più nella loro bellezza grazie al fatto che non esisteva nessun tipo di recinzione ne verso la strada e neanche tra le case. Ogni casa aveva un ingresso centrale pedonale e uno più a lato per l’autovettura, che veniva usualmente sostava davanti al portone del garage. Anche sul retro vi era un giardino, più vissuto ma sempre bello e ordinato, c’erano giochi, attrezzi da giardinaggio e l’immancabile barbecue formato famiglia. Gianni e Gina avevano tre figli maschi ormai grandi, il più piccolo aveva circa vent’anni e il loro problema più grande era quello di lavorare in  qualche modo per poter racimolare dei soldi e andare a divertirsi. Il lavoro a Los Angeles non mancava di certo e così facevano di tutto, imbianchini, camerieri, fattorini, cambiando impiego con la velocità e con naturalezza con la quale io ero abituato a cambiarmi una maglietta quando era sporca. La casa era in vero stile americano, tutta di legno dipinto con colori pastelli molto tenui, grandi stanze con arredamento abbastanza spartano e una maxi cucina con gli elettrodomestici che per noi sembravano futuribili: frigo grande a due ante con dispenser per ghiaccio e acqua, asciugatrice, tritarifiuti incorporato sul lavello, tostiera formato industriale. Gianni, molto tranquillo e un po’ timido, era l’opposto di Gina, sempre molto espansiva, chiacchierona e di compagnia,

Il nostro hotel era quello che si addice perfettamente a una coppia in luna di miele, l’hotel Hilton & Tower di Los Angeles in Whileshire Boulevard, una mega struttura dove ci hanno dato una suite stupenda di settanta o ottanta metri quadrati, con salotto, due bagni e cucinino.

Gianni, molto tranquillo e un po’ timido, era l’opposto di Gina, sempre molto espansiva, chiacchierona e di compagnia, ci venivano a prendere in hotel di buona mattina e ogni giorno ci portavano a visitare un posto nuovo; lui per l’occasione e per poterci seguire meglio si era persino preso una settimana di ferie. Los Angeles è una città bellissima, piena di giovani, di voglia di vivere e di posti dove divertirsi, soprattutto sulla costa oceanica. Loro avevano una casetta a Santa Monica, una cittadina che, con le dovute differenze, potremmo paragonare a Ostia per i romani. Il sapore era quello delle ferie, tutti vestiti in abiti da mare, questo paese pieno di negozietti e localini, una spiaggia gigantesca delimitata su un lato da palme altissime e dall’altro dalle onde dell’oceano che nei giorni in cui erano più calme, superavano di gran lunga quelle dei nostri mari nei momenti in cui sono più agitati e massi. Al centro la spiaggia era interrotta da una fascia di cemento lunga e interminabile, della larghezza di un paio di metri e che si stendeva come un serpente a sole formando delle onde sulla sabbia; sopra vi scorrazzavano le persone più strane ed eccentriche, oltre a una vera e propria sfilata di miss, abbronzate e in bikini, con pattini in linea, biciclette e l’immancabile walkman.

Un giorno non poteva non essere dedicato a DisneyLand, il parco divertimenti più famoso del mondo che distava da lì solo poche decine di miglia. Per arrivarci, lungo le grandi freeway californiane, si vedevano a gruppi di decine alla volta, le macchine estrattrici di petrolio che funzionavano imperterrite giorno e notte, con il loro movimento basculante lento e apparentemente inarrestabile. Loro avevano una Cadillac anni ’60, perfetta,  di colore rosso con inserti bianchi sulla carrozzeria, anche gli interni erano di pelle rossa e il cambio rigorosamente automatico. Gianni non superava per nessun motivo i 50 miglia orari, adeguandosi scrupolosamente a tutti i limiti che trovava indicati durante il percorso. Mentre lui guidava, Gina non faceva altro che ricordare e raccontare con enfasi le brutte esperienze di guida vissute durante le sue vacanze in Italia: tutti che correvano a velocità folle, clacson che suonavano, sorpassi in zone vietate e macchine in divieto di sosta ovunque, per non parlare poi dei cambi manuali delle macchine dove ogni secondo dovevi metterti a pensare se cambiare oppure no, trovando il sincronismo tra cambio, leva della frizione e acceleratore. DisneyLand fu bellissimo e non deluse affatto le nostre aspettative; quello che stupiva di quel parco divertimenti, al dì la delle dimensioni e del fatto che tutto fosse così grande e curato nei minimi particolari, era l’atmosfera che erano stati capaci di creare. Sembrava di essere immedesimati in un altro mondo dove la fantasia e le favole avevano libero sfogo e potevano diventare realtà a piacimento dei singoli visitatori del parco.

Durante una rappresentazione in uno spettacolo, vi era un robot che impersonava in modo straordinario la figura di Abramo Lincoln, ex presidente degli Stati Uniti; a vederlo anche a pochissimi metri sembrava proprio lui in carne e ossa, il suo corpo si muoveva con disinvoltura e persino le rughe del suo viso cambiavano forma mentre parlava o anche solamente al cambiare delle sue espressioni.

Rimasi fortemente stupito quando nella sala si cominciò a sentire l’inno nazionale americano e tutti indistintamente si alzarono e posando la mano destra sul petto iniziarono anche loro ad intonare quell’inno che esaltava e esprimeva appieno il loro senso di patriottismo e di appartenenza alla Nazione. In pochi secondi avevano cambiato atteggiamento, da quello scherzoso di una giornata di festa, a quello serio e devoto di persone che credono fortemente nella loro Nazione, verso la quale hanno un senso di appartenenza decisamente superiore a quello dei cittadini di molti altri Stati anche con una storia molto più lunga e radicata di quella americana, compresi quelli europei.

Furono giorni molto belli dove io e Patrizia siamo stati molto bene e abbiamo visto tantissime cose, grazie all’ospitalità e alla disponibilità dimostrata da Gianni e Gina nei nostri confronti; grazie a loro abbiamo visitato luoghi al dì fuori dei normali circuiti del turismo di massa, ristoranti e locali tipici, mercati e zone commerciali frequentate dalla gente comune…. insomma, siamo riusciti a vivere come veri americani nell’America degli americani, quella di tutti i giorni.

 

L’ultima tappa del nostro viaggio era San Francisco, che distava da Los Angeles solo un’ora di aereo, dove alloggiavamo a Fisherman Warf, il quartiere del pesce, in un buon albergo molto accogliente ed ospitale della catena Holiday Hinn. San Francisco è una città molto diversa da quelle che avevamo visitato, anche da un punto di vista morfologico, a parte il luogo comune di essere tutte affacciate sul mare. Quest’ultima si estende su un territorio completamente collinare che fa si che in città tutte le vie siano un continuo sali scendi con pendenze sempre mediamente molto accentuate; anche le case sono costruite tutte su terreni scoscesi e così le si vedono una vicino all’altra, con forti dislivelli, pur essendo a pochi metri di distanza l’una dall’altra.

Abbiamo girato la città in lungo e in largo, a piedi e con gli storici Cable Car, tuttora uno dei pochi mezzi pubblici funzionanti nel centro cittadino; il loro nome deriva dal fatto che sono come dei vecchi vagoni ferroviari, abbastanza piccoli, che si muovono nelle ripide discese e salite, per mezzo di un sistema di cavi sotterranei continuamente in tensione ai quali sono collegati. Ricordo la collina dove sono nati i primi hippy, lo storico carcere di Alcatraz sull’isola adiacente a Fisherman Warf, il gigantesco ponte Golden Gate, con le sue numerose corsie nelle quali viene modificato il senso di marcia in base alle ore della giornata, alla mattina quasi tutte in direzione centro città, mentre al pomeriggio quasi tutte dirette verso la periferia.

Marco, il mio amico delle medie, era andato a San Francisco un’estate per lavorare in un negozio di articoli sportivi; in quel periodo iniziò a giocare a calcio come passatempo in una squadretta locale, dove venne notato da dei managers americani che gli proposero di fermarsi lì per un tempo più lungo a giocare con la squadra calcistica universitaria. Lui accettò, lusingato dal fatto che in America le squadre universitarie sono il preludio ai team che giocano a livello professionistico, frequentava l’università e intanto girava l’America disputando i vari tornei calcistici. Nel poco tempo che poteva dedicarci, in quanto era un periodo impegnativo per gli studi, ci portò soprattutto di sera a mangiare in vari locali, tra cui un ristorante giapponese dove si mangiava per terra, scalzi e rigorosamente con i bastoncini al posto delle più comode posate. Visitammo per la prima volta anche un Hard Rock Cafè, quella catena americana di ristoranti ispirati alla musica rock, ai suoi idoli e caratterizzata oltre che per il buon cibo, anche dal fatto che ogni locale sembra un vero e proprio museo storico, con vecchi cimeli e ricordi di ogni tipo, persino vecchie auto e moto appese al soffitto o murate nelle pareti laterali . Degli Hard Rock Cafè sono famosi anche gli shops, presenti in tutti i locali, dove si possono acquistare dei capi di abbigliamento e gadgets vari, personalizzati con il nome della città dove sono stati acquistati, come quelli che probabilmente avete visto indossare quà e là in giro per il mondo dalla gente comune per strada; sembra che la classica t-shirt Hard Rock Cafè sia famosa al punto tale da essere la più venduta al mondo.

Il nostro viaggio di nozze non sarebbe potuto andare meglio, tutto era filato liscio e sia io che Patrizia eravamo rimasti estasiati da quello che avevamo visto, dalla gente, dalla grandezza degli Stati Uniti che forse, rispetto a noi, una delle poche cose che potevano rimpiangere era la quasi completa assenza di bellezze artistiche a causa della giovane età di un territorio scoperto da meno di due secoli. Ripartimmo a malincuore da San Francisco con un aereo di linea Pan Am, che faceva scalo a New York, per poi ripartire in direzione Milano Malpensa. L’arrivo a New York, sotto un forte temporale, fu abbastanza movimentato, anche se era niente al confronto di quello che ci sarebbe successo di lì a poco. Infatti, ripartendo poche ore dopo, il brutto tempo non accennava a migliorare, anche se ci dicevano che quando l’aereo è in piena accelerazione nella fase di decollo, risente molto meno delle turbolenze del mal tempo e difatti fu proprio così, superammo le nubi e i temporali come una freccia che lanciata a forte velocità trafigge una cascata d’acqua. Eravamo partiti da quasi un’ora e l’aereo sembrava ormai posizionato alla quota di crociera quando d’un tratto sentimmo un forte boato e tutti i passeggeri del Boing 747 fecero un urlo, risvegliati dal torpore che li aveva ormai avvolti. Era buio e non si capiva che cosa fosse successo, quando guardando fuori vedemmo che aveva preso fuoco uno dei due motori posti sull’ala dalla nostra parte, furono momenti di paura e terrore, anche se immediatamente il sistema antincendio entrò in funzione e in pochi secondi l’incendio si spense, lasciando comunque il motore rimase fuori uso. Le hostess e lo stesso pilota si prodigarono immediatamente nel dare spiegazioni ai passeggeri, tutt’altro che tranquilli, assicurando che la situazione era sotto controllo, che l’incendio era stato spento e che l’aereo aveva una certa autonomia anche con solo tre motori funzionati. Sembravano molto convinti di quanto dicevano, però noi eravamo preoccupati, l’aereo era strapieno con circa 400 passeggeri e relativi bagagli, avevamo circa sette ore ancora da fare, dovendo tra l’altro attraversare tutto l’oceano e senza nessuna possibilità per un eventuale atterraggio di emergenza. Soprattutto Patrizia ricorda ancora oggi il nostro vicino di posto, un ragazzo americano grande e grosso che da quando eravamo partiti non aveva fatto altro che masticare gomma americana, sembrando uno di quelli che avrebbe spaccato il mondo e poi tramutatosi immediatamente in docile e impaurito agnellino, inerme e impotente di fronte a quella situazione di emergenza. Dopo pochi minuti il pilota, cosciente della situazione e dei rischi, decise di invertire rotta per fare rientro all’aeroporto Kennedy di New York, dal quale saremmo ripartiti alcune ore più tardi con un altro velivolo, direzione Torino, in quanto a Milano, tanto per cambiare, era in atto uno sciopero. Quell’evento purtroppo, anche se finito senza brutte conseguenze, influenzò molto mia moglie al punto da farle rimanere una forte paura dell’aereo che tuttora la limita nel suo utilizzo, limitato solo ai casi di assoluta necessità e dove noi ci siano possibili alternative di mezzi di trasporto.

Giacomo - Gianluca Pellegrinelli

Giacomo Pellegrinelli e Lucrezia Bozzolo - Gianluca Pellegrinelli

Giacomo Pellegrinelli - Gianluca Pellegrinelli

Giacomo Martina e Federico - Gianluca Pellegrinelli

Rientrati dal viaggio riprendemmo la nostra vita di sempre, nel nostro mini appartamento di Pordenone dove avevamo iniziato la nostra convivenza, prima di sposarci. Nonostante il sacrificio di vivere un po’ distanti da Conegliano, dal suo lavoro, dai genitori e dagli amici, eravamo felici, piccioncini innamorati che di giorno si dedicavano ai rispettivi impegni professionali e di sera si ritrovavano nel loro piccolo ma caldo nido d’amore.

 

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pellegrinelli@glooke.com

Nato a Mantova il 3 maggio 1964 e diplomato come perito elettrotecnico, inizia la sua prima esperienza lavorativa, nel 1984 come commerciale in una agenzia IBM. Successive esperienze commerciali in P&G (7 anni), Montenegro (1 anno) e Tecnica (4 anni) e poi come amministratore delegato di Intersport Italia (4 anni) e infine di Briko spa (3 anni). Ha pensato e creato due startup web, nel 2007 Galileo, un B2B innovativo per contenuti e funzionalità e nel 2012 Truckpooling, il principale comparatore online per spedire merci. Nel 2002 inizia la sua avventura di imprenditore in provincia di Treviso nel commercio al dettaglio di articoli sportivi e subito dopo, nel 2003 con la vendita online nella quale ha maturato ad oggi più di 14 anni di esperienza. Tra i vari siti e-commerce del suo gruppo il principale è Glooke Marketplace ( https://www.glooke.com ), il centro commerciale online con più di 120.000 prodotti praticamente di tutte le merceologie, incluso l’alimentare. Glooke Marketplace vende in 120 Paesi ed ha identificazione fiscale diretta in UK, DE, FR e ES, oltre ad avere circa 20 account nei principali marketplace a livello mondiale. Esperto di Marketplace, è consulente di Ebay e di Confcommercio per le quali ha seguito il progetto “eBay adotta l’Aquila”. Sempre per eBay e Confcommercio si occupa su base continuativa di formazione ed avvio al business online di aziende.

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