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Falllimento da neo-imprenditore

Finito il servizio militare non c’erano più scuse, era arrivato il momento di fare sul serio !!!!!!

In quel periodo mio padre era venuto in contatto con un noto scultore della zona che aveva sfruttato la sua vena artistica per produrre fusioni artistiche dedicate principalmente al mondo delle premiazioni sportive. L’attività si era così evoluta nel tempo, tanto da diventare una vera e propria azienda artigianale, con una vasta gamma di prodotti commercializzati in serie e su specifica richiesta del cliente finale, una sua unità produttiva e cinque o sei operai alle sue dipendenze.

Quell’attività, dalla quale mio padre fu subito attratto, presentava alcune caratteristiche peculiari molto interessanti, quali i ridotti investimenti di start up e l’alta marginalità derivante dalla differenza tra il prezzo del prodotto finito e i costi diretti della materia prima utilizzata e della relativa manodopera necessaria. Lo scultore stesso, non è ben chiaro per quali motivi, diede inoltre a mio padre la massima disponibilità a supportarlo nello sviluppo dei prototipi da utilizzare come base per la successiva produzione di serie. Ecco quindi che, dopo un breve consulto tra noi, decidemmo di partire in questa avventura imprenditoriale, entrambi attratti dall’idea di poter investire il nostro tempo e le nostre capacità su un’attività imprenditoriale nostra e non su aziende altrui.

 

Nell’interland milanese vi era una azienda specializzata nella fornitura delle apparecchiature necessarie che erano principalmente tre. C’era una pressa che serviva, partendo dai prototipi, per la produzione degli stampi che sarebbero poi serviti per la produzione di serie; tali stampi non erano altro che due grossi dischi di gomma accoppiati, con diametri da un minimo di 20 cm, fino ad arrivare a 50 cm circa e spessore di circa 1 cm l’uno. Vi era poi il forno che non era altro che un grosso crogiolo riscaldato elettricamente, del diametro interno di circa quaranta centimetri, dove veniva fusa la lega di piombo da utilizzarsi poi per la produzione delle fusioni artistiche. Le fusioni venivano fatte utilizzando una grossa centrifuga, nella quale venivano posizionati gli stampi, cioè i dischi in gomma di cui abbiamo parlato prima, quando la centrifuga iniziava a girare a forte velocità, con un normalissimo mestolo da cucina, veniva inserita dall’alto la lega allo stato liquido che, penetrando nello stampo in gomma tramite un foro situato al centro del disco superiore, iniziava a scorrere dentro lo stampo, verso l’esterno, spinta dalla forza centrifuga del disco. In questo modo si riempivano completamente tutti gli stampi che, una volta aperti e raffreddati, andavano a costituire le statuine allo stato grezzo sulle quali venivano poi effettuate le successive lavorazioni di finitura, fino ad arrivare alla verniciatura e al posizionamento su piedistalli appositi, quasi sempre di marmo. Particolarmente interessante era la verniciatura, su base nera o argento, sulla quale con un pennello molto asciutto si effettuava un successivo trattamento di doratura o ramatura che dava alla fusione un effetto anticato molto gradevole alla vista. Il ciclo produttivo era tutto sommato molto semplice e i macchinari necessari non penso costassero allora, parliamo del 1985, non più di 20 milioni di lire, mentre come laboratorio, decidemmo di utilizzare il garage della nostra casa dove abitavamo allora, che era molto grande in quanto ci potevano stare tre auto, era tutto piastrellato e ben illuminato da portoni e finestre. In poco tempo acquistammo i macchinari, affidandoci all’agente dell’azienda produttrice che ci consigliò sulle scelte da fare e ci istruì sulle modalità di utilizzo, allestimmo il laboratorio di tutto punto con quanto necessario per l’inizio attività, compreso un impianto elettrico ad hoc con corrente trifase visto l’alto consumo di energia elettrica delle attrezzature e infine trovammo lo spazio persino per un ufficio, con mobili nuovi fiammanti degni di un’azienda che già produceva ricavi e profitti significativi !!!!!!

 

Nacque così l’azienda “FUSIONI ARTISTICHE LA PERLA”, in onore del nostro cane di nome Perla, un bellissimo pastore belga al quale tutta la famiglia era molto affezionata; per lo sviluppo del marchio, carta intestata e biglietti da visita, ci appoggiammo a Francesco, un cugino toscano di Patrizia che aveva studiato ed esercitava la sua professione nell’ambito della grafica.

Con il senno del poi sorrido pensando a come si erano previsti tutti gli aspetti più superficiali, vedi l’ufficio per esempio, e a come ci facemmo influenzare dagli aspetti teoricamente più interessanti, senza aver fatto nessuno studio di settore, nessuna analisi della concorrenza, nessun piano finanziario e commerciale, nessun budget di vendita e tanto meno identificato un punto di break even economico per l’anno uno e successivi. Ma l’errore forse principale, di cui ci siamo resi conto prestissimo, fu il non aver pianificato con maggiore concretezza e certezza, quale sarebbe stata o quali sarebbero state, le fonti di sviluppo dei prototipi artistici, indispensabili per la produzione degli stampi.

Ci rendemmo subito conto di ciò in quanto, quando tutto era pronto e bastava solo partire con la produzione, ci recammo dal “famoso scultore” citato all’inizio, per vedere cosa ci poteva dare da riprodurre; la sorpresa e lo stupore fu altissimo quando, suonando al campanello del suo laboratorio, senza neanche aprirci ci disse dal citofono che aveva cambiato idea, che non aveva tempo per seguirci e ci consigliò di rivolgerci a una persona che a suo dire avrebbe potuto crearci qualche statuetta come prototipo. Lo sconforto e soprattutto il disorientamento furono totali, ancora oggi li ricordo molto bene e sono ben impressi nella mia memoria, in quanto non poteva esserci impatto più brutto e doloroso al mondo del lavoro, soprattutto in un’ottica imprenditoriale. Quello scultore, così noto e affermato, non ci ha pensato un attimo a chiudere la porta in faccia  a persone alle quali pochi mesi prima aveva tanto propagandato la sua attività al punto da convincerli ad investire tempo e denaro in essa. Io penso che lui avesse capito come si stava creando un potenziale concorrente nel mercato locale e questo lo posso condividere, quello che è certo è che avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato, gestendo il problema con un minimo di forma, tatto e buon senso.

 

Devo dire che in quel contesto mio padre fu molto bravo in quanto, nonostante le difficoltà, non si perse d’animo e si rimboccò le maniche per cercare delle fonti creative in grado di darci la “materia prima” su cui lavorare. Come volevasi dimostrare, il nominativo segnalatoci dallo scultore non  si dimostrò interessato a collaborare con noi, così alla fine operammo con tre differenti “artisti”:

Il primo era mio padre, che rispolverò le sue vecchie passioni artistiche sviluppando dei prototipi di vario tipo sui quali lavorava per giorni e giorni, guardandoli e modificandoli, modificandoli e guardandoli, fino ad arrivare a delle versioni definitive, onestamente mai particolarmente attraenti.

Il secondo era Vittorio, ricordate il papà del mio amico Claudio, l’artista del ferro nonché creatore dei mitici carretti della discesa di Chiesuola; lui seguì un filone interessante che era quello del ciclismo sportivo e d’epoca. Creò infatti delle belle biciclette da corsa lavorando tondini di ferro del diametro di circa mezzo centimetro, usò un diametro un po’ inferiore per la versione di bici più piccola e sviluppò anche due bellissimi modelli di bici d’epoca, quelle del tipo con la ruota grande davanti e piccola dietro.

La terza e ultima fonte creativa era un ragazzo di Pordenone, conosciuto tramite un mio compagno di scuola, abile nel creare sculture in legno. Lui, su nostra commissione, sviluppò un prototipo in legno, raffigurante in chiave ironica un pesce che si immedesimava in un pescatore, sorridente e dotato di canna e stivaloni da pesca. Avendo gestito nel passato un laghetto di pesca sportiva, si intravedeva un’ottima opportunità commerciale in questo particolare segmento.

 

Io, pragmatico e concreto, mi occupavo maggiormente della produzione vera e propria e cioè alla fusione, mentre mio padre, da artista, si occupava della verniciatura e dei piedistalli dove, volendo anche risparmiare, recuperava tutti gli scarti dai marmisti e faceva dei piedistalli di dimensioni irregolari e variegati nei colori che diventavano in un certo senso dei “pezzi unici”. Mi occupavo più direttamente anche della gestione commerciale, che curavo in prima persona, senza l’ausilio di una rete vendite che non avrei neanche saputo da dove cominciare a creare. Così, quando avevo merce a sufficienza, caricavo il baule della Golf di mia mamma e iniziavo a girare andando a visitare i negozianti di coppe e trofei sulla base degli elenchi ricavati dalle pagine gialle. Avevo anche sviluppato un rudimentale catalogo fotografico dove facevo vedere le foto dei modelli già venduti per raccogliere eventuali prenotazioni da produrre ad hoc. La linea delle biciclette da corsa e d’epoca ebbe il migliore riscontro da parte del mercato, anche se le vendite in nel loro complesso erano abbastanza modeste e soprattutto occasionali. Anche mio padre ebbe una significativa esperienza commerciale che ricorda tuttora molto bene e quando ne parliamo, ci si ride sopra: lui, che tra l’altro non ha fatto il militare, era convinto di poter vendere in grossa quantità un portachiavi dedicato alla adunata nazionale degli alpini che quell’anno si sarebbe tenuta a Genova. Sviluppò così un prototipo in prima persona, guardandolo e modificandolo, modificandolo e guardandolo, fino ad arrivare alla versione finale di questo portachiavi a forma di cappello di alpino, del quale produsse penso qualche migliaio di pezzi. Riempì un grosso zaino, ricordo che si trattava di una lega di piombo, e partì per Genova con una corriera che organizzata apposta dal paese per l’occasione. Devono essere state giornate molto “difficili” e “pesanti” sotto tutti i punti di vista, in quanto le vendite furono bassissime, forse non recuperò neanche le spese di viaggio, senza neanche sperare di recuperare le spese di produzione. Così, l’ultimo giorno, per non riportarsi indietro tutto quel peso, iniziò a regalare a tutti quei portachiavi, simbolo in un certo senso del nostro fallimento imprenditoriale.

 

Non so se sia stata quella la goccia che ha fatto traboccare il vaso, non ricordo esattamente il giorno in cui decidemmo, comunque di lì a poco iniziammo a smantellare tutto, cercando di recuperare il recuperabile e di limitare i danni. L’azienda produttrice dei macchinari fu disposta a riacquistarli, ovviamente a un prezzo inferiore di quello iniziale, il compressore e altra attrezzatura fu venduta a dei privati, così come il bell’ufficio che ben poche fatture di vendita ha emesso nella sua breve esistenza. E’ stata davvero una bella lezione, di metodo e di vita, sulla quale ho poi capitalizzato nel futuro, sia come manager che come imprenditore; è stato un caso lampante dove non avevo saputo applicare quella bella regola già citata addietro che dice che “bisogna saper gestire gli eventi e non subirli”.

 

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pellegrinelli@glooke.com

Nato a Mantova il 3 maggio 1964 e diplomato come perito elettrotecnico, inizia la sua prima esperienza lavorativa, nel 1984 come commerciale in una agenzia IBM. Successive esperienze commerciali in P&G (7 anni), Montenegro (1 anno) e Tecnica (4 anni) e poi come amministratore delegato di Intersport Italia (4 anni) e infine di Briko spa (3 anni). Ha pensato e creato due startup web, nel 2007 Galileo, un B2B innovativo per contenuti e funzionalità e nel 2012 Truckpooling, il principale comparatore online per spedire merci. Nel 2002 inizia la sua avventura di imprenditore in provincia di Treviso nel commercio al dettaglio di articoli sportivi e subito dopo, nel 2003 con la vendita online nella quale ha maturato ad oggi più di 14 anni di esperienza. Tra i vari siti e-commerce del suo gruppo il principale è Glooke Marketplace ( https://www.glooke.com ), il centro commerciale online con più di 120.000 prodotti praticamente di tutte le merceologie, incluso l’alimentare. Glooke Marketplace vende in 120 Paesi ed ha identificazione fiscale diretta in UK, DE, FR e ES, oltre ad avere circa 20 account nei principali marketplace a livello mondiale. Esperto di Marketplace, è consulente di Ebay e di Confcommercio per le quali ha seguito il progetto “eBay adotta l’Aquila”. Sempre per eBay e Confcommercio si occupa su base continuativa di formazione ed avvio al business online di aziende.

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