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Gianluca e Chiara

Io e Gianluca ci siamo conosciuti in IB Consul dove lui si occupava di sviluppare nuovi software su sistemi che l’azienda commercializzava già da tempo al dì fuori del mondo IBM. Era un gran lavoratore, ricordo che frequentemente ci trovavamo in ufficio da soli il sabato mattina, io con le mie schede del telemarketing e lui per poter lavorare indisturbato senza i problemi della quotidianità a cui dover far fronte. Quello che mi colpì subito di Gian, così lo chiamavano tutti, era la sua capacità di mantenere la calma e la razionalità per analizzare ogni situazione, anche la più difficile, oltre che la disponibilità ad aiutare chiunque bussasse alla sua porta, indipendentemente che l’argomento fosse strettamente legato alla sua attività o meno. Io approfittavo spesso di questa sua disponibilità ogni qualvolta avessi bisogno di un consiglio tecnico su come usare il programma di video scrittura, il database o il foglio elettronico di allora, il Multiplan e lui prontamente interrompeva il suo lavoro, veniva davanti al video del mio computer e con semplicità e naturalezza mi indicava come poter procedere nella direzione più giusta. Quello che comunque mi piaceva di più in Gian era la passione e l’entusiasmo che dimostrava per quello che stava facendo; per lui un progetto non era un lavoro qualsiasi da svolgere ma una missione vera e propria da portare a termine a tutti i costi e senza compromessi. Ecco quindi che lo sviluppo di uno specifico software lo impegnava a 360° con lavori di analisi delle necessità dell’utente finale, sviluppo software in ufficio, letture serali su casistiche e soluzioni da adottare, test di funzionamento e così via; di sovente mi chiamava per farmi vedere delle particolari applicazioni che stava implementando al fine di avere un riscontro esterno o un consiglio obiettivo in merito.

Anche Martignago considerava Gian come il punto di riferimento dell’azienda nell’area sistemistica in quanto era un perfetto esempio di integrazione delle capacità e competenze tecniche, con le caratteristiche e l’approccio commerciale che bisogna avere per poter vendere il prodotto nel mercato. A differenza degli altri programmatori Gian aveva poi un approccio molto pragmatico e concreto alla sua attività, senza ideologismi super tecnici che poi si dimostravano anti economici nei fatti e con l’umiltà di chi era disposto ad ascoltare e imparare anche da un commerciale, il che era tutto dire. Forse l’unica area grigia, di cui tutti dentro di noi eravamo consapevoli, era il fatto che lui fosse dedicato e si dedicasse con così grandi energie a programmi sviluppati su tecnologie non proiettate alle scelte del futuro dell’azienda. Martignago dal canto suo lo sapeva bene ma non poteva e non voleva certo pensare di rinunciare alle sue conoscenze sui vecchi computer per ricominciare da zero e investire per formarlo sui Sistemi 36 IBM; per lui era sicuramente più proficuo mantenere Gian focalizzato su quei progetti e ripartire da zero con nuove persone su IBM. Mentre da un punto di vista di Martignago come imprenditore, questa posizione fosse capibile e avesse una sua logica, quello che non capivo e non condividevo in Gianluca era la sua caparbietà nel non volere evolvere e guardare più al futuro che al passato, stava investendo mesi e mesi di lavoro su programmi che potevano andare bene solo a chi già lavorava con noi con macchine di vecchia generazione, in quanto ai potenziali nuovi clienti ci guardavamo bene dal proporre quelle soluzioni. Tutto questo Gian non lo voleva capire o meglio, secondo me l’aveva capito molto bene ma dall’altra parte sapeva benissimo cosa avrebbe voluto dire buttare tutto all’aria e ricominciare da capo nell’imparare nuovi linguaggi di programmazione su nuove macchine, con logiche completamente diverse da quelle con le quali aveva lavorato per anni.

Non so quanto guadagnasse allora, penso molto poco, comunque si era appena comprato una FIAT UNO 45 diesel nuova fiammante su cui faceva un figurone, mi sembrava una gran macchina, molto bella, forse perché in quel momento era il migliore esempio di utilitaria super accessoriata ed equipaggiata con un motore diesel di nuova generazione di piccola cilindrata con consumi estremamente ridotti; da buon tecnico e persona razionale quale era Gian, in quel momento non avrebbe potuto fare una scelta più azzeccata. In quel periodo conobbi anche Chiara, la sua fidanzata, una bella ragazza bionda, piccola ma con un bel fisico, vestiva sempre in modo molto gradevole e piacevole. Ricordo che ogni tanto arrivava in ufficio, parcheggiava la sua PANDA 30 celeste e veniva a salutare Gian, magari a prenderlo per andare da qualche parte, e in quelle occasioni aveva sempre un saluto cortese per tutti noi. Qualche volta iniziammo ad uscire la sera, con le rispettive fidanzate, finché anche loro divennero amiche, ahimè, in quanto facevano fronte unico su una serie di argomenti in cui io e Gian venivano accomunati:

pensano solo al lavoro e non dedicano tempo sufficiente a noi
guadagnano poco per il tempo che dedicano al lavoro
se ci sposiamo le cose devono cambiare

Verso la fine del 1987 io cambiai lavoro mentre Gianluca e Chiara si sposarono e comprarono con un gran mutuo un miniappartamento alla periferia di Treviso, così, dopo un breve periodo di stacco dovuto agli impegni reciproci, iniziammo a frequentarci nuovamente e solitamente io e Patrizia andavamo a trovarli a casa loro. Ripresero così gli argomenti di sempre: il troppo lavoro, pochi soldi con in più la variabile nuova del mutuo da pagare, il costo dei figli se sarebbero arrivati un domani e così via, come una di quelle torture delle quali si legge nei libri di storia quando facevano cadere una goccia d’acqua sulla testa del prigioniero, lenta ma costante e inesorabile, destinata a logorare l’individuo e a prenderlo per sfinimento.

Obiettivamente la variabile nuova era che io avevo cambiato lavoro, economicamente guadagnavo di più, ero contento e stimolato e quindi il povero Gian si trovava contro il fronte femminile che usava me come esempio per spronarlo a cambiare lavoro e a togliersi il prosciutto dagli occhi nel voler perseguire quegli ideali di progetti di lungo termine che un giorno, chissà quando, avrebbero dovuto cominciare a portare dei buoni frutti. Anch’io, più pacatamente e a tu per tu, lo consigliai in quel senso in quanto ero consapevole delle enormi potenzialità che lui avesse e di come le stesse in un certo senso sprecando; l’informatica richiedeva allora come oggi forte dinamismo e capacità di innovazione e di innovarsi, avendo alle spalle una struttura solida in grado di supportarti in questo, cosa non fattibile in IB Consul. Alla fine lui stesso si convinse che era arrivato il momento di cambiare azienda e decise di andare a lavorare con il gruppo Eurosistem-Sistemarca, una software house della zona che entrambi conoscevamo bene in quanto la trovavamo spesso come concorrente diretto nelle trattative; ricordo ancora oggi il funzionario commerciale dell’azienda che al tempo si muoveva con una LANCIA THEMA nuova fiammante, alla faccia delle nostre 500, UNO o nel mio caso della REGATA.

Nel frattempo Chiara rimase incinta e ricordo che una sera ci trovammo e per fare qualcosa di diverso dal solito, andammo all’ippodromo a giocare ai cavalli. Era una serata di mezza estate, con una leggera brezza che ci faceva stare molto bene all’aperto, Gian era più rilassato e contento nel suo nuovo lavoro mentre Chiara aveva già il pancione molto grosso. Tra una corsa di cavalli e l’altra l’argomento nuovo era Gloria, la bambina che stava per arrivare e perché anch’io e Patrizia non pensassimo di avere un figlio, in fondo avevamo già 24 o 25 anni, non erano pochi !!!

Per me Gian era sempre lo stesso, sia in quei momenti di gioia per la figlia che stava per arrivare che nei momenti più difficili del passato, lui riusciva sempre ad essere sereno e ad apprezzare le cose belle della vita, rispettava profondamente le idee del prossimo, era sempre desideroso di apprendere anche al dì fuori del mondo del lavoro, aveva la capacità di ascoltare come pochi hanno, sapeva tollerare, viveva e lasciava vivere.

A causa degli impegni di lavoro che hanno caratterizzato la mia vita e dei frequenti trasferimenti in città diverse, io non ho avuto molti amici che frequentavo con continuità nel tempo, Gian è stata quasi l’unica eccezione in questo senso e oggi posso dire che è stato sicuramente il mio migliore amico e l’unico con il quale mi confrontavo liberamente sulla mia situazione personale, sui problemi professionali e su tutto quello per il quale avessi avuto bisogno di conforto o semplicemente di un consiglio. Quando erano presenti le rispettive mogli, le occasioni di dialogo a tu per tu erano un po’ più limitate e così ricordo che usavamo il momento, ormai istituzionale, nel quale uscivamo a prendere le pizze, per approfittare reciprocamente uno dell’altro, per parlare, aggiornarci e confrontarci sui rispettivi stato d’animo, sugli interessi del momento e su come stessero andando il lavoro e la vita familiare. Era un momento molto bello, mezz’oretta nella quale sapevamo ascoltarci a vicenda, confrontarci e darci consigli utili, per poi tornare a casa e rientrare più sereni nel nostro ruolo, anche più forti nel sostenere le nostre tesi con le mogli nelle discussioni di sempre:

se vuoi crescere professionalmente devi fare dei sacrifici
nessuno ti regala niente
dobbiamo investire oggi che siamo giovani per raccogliere un domani
il nostro lavoro non prevede un orario fisso come un normale lavoro impiegatizio, dobbiamo lavorare quando serve
le cose o si fanno bene o non si fanno
questo è un periodo difficile che passerà…………

e a quest’ultima frase scoppiava la risata generale, soprattutto con il passare del tempo, dove ci rispondevano che il periodo difficile passeggero durava già da dieci anni o più.

In seguito nacque Gloria, era una bambina bellissima, aveva meno di due anni quando ricordo che vennero a trovarci e alla sera andammo in una gelateria del centro che aveva i tavolini in un bel giardino all’aperto; lei giocava allegramente e io la guardavo, scherzava, iniziava a fare i primi discorsetti ed era molto gioviale, trasmetteva quell’allegria, quella spontaneità e quella purezza che solo i bambini ti possono dare. In quel momento anch’io ero molto desideroso e ansioso di poter vivere una gioia simile, di potere avere un figlio mio da crescere con mia moglie, condividendone le gioie e gli impegni; un figlio che provavamo ad avere da tempo, purtroppo senza successo. Finalmente di lì a poco, Patrizia rimase incinta e solo un mese dopo fu la volta di Chiara, nuovamente, per avere il secondo figlio, come completamento ideale della famiglia che con due bambini ritenevamo tutti fosse il numero ideale. Gian, contento per il nuovo arrivo disse: “questa volta voglio riprendere il nuovo figlio da piccolissimo” e così si presentò alla prima ecografia accompagnando la moglie e con una bella telecamera nuova sulle spalle, pronto a immortalare veramente da piccolissima la nuova creatura che misurava probabilmente pochi centimetri. Il filmato è uno di quelli che non si possono dimenticare: lei stesa sul lettino, il ginecologo intento a fare l’ecografia e Gian, che non si vede e del quale si sente solo il respiro, è in silenzio dietro l’obiettivo della telecamera intento a riprendere quello schermo in bianco e nero nel quale era proiettata l’ecografia della pancia di Chiara. A dire il vero non si vedeva molto, già io ho fatto sempre difficoltà, soprattutto ai primi mesi di gravidanza, a identificare il corpicino in quello schermo poco nitido, figuriamoci a doverlo fare per il tramite di una telecamera con la quale sta filmando un papà molto emozionato ed eccitato per il nuovo evento. A un certo momento, in diretta, si sente il ginecologo che interrompe quel silenzio incantato dicendo “eccoli si vedono”, e gli occhi di tutti iniziarono a ricercare nel video quei due braccini al quale il ginecologo si riferiva ….. non si capiva proprio come il medico avesse potuto individuarli, si vedeva che a differenza di noi era un vero professionista della materia. Sempre nel video si vede il ginecologo che ribatte: “ma cosa avete capito ?? si vedono i bambini, sono due, sono bellissimi !!!!” e in quell’istante è immediato il forte sussulto della telecamera, ad evidenziare la perdita temporanea di controllo da parte di Gian, per la notizia ricevuta e l’espressione di stupore e incredulità di Chiara. “Davvero dottore ?? ne è sicuro o sta scherzando ??” ribadì subito Chiara, ancora sconcertata dalla notizia tanto dirompente quanto inattesa; il secondo figlio era voluto, ma da uno a tre il salto era davvero grande. Nei mesi successivi e fino al parto, si susseguirono continue alternanze di emozioni, dalla gioia immensa per i due bambini che stavano per arrivare, ai timori di Chiara per l’impegno dei tre figli, alla scelta forzata del definitivo abbandono del lavoro da parte sua, ai problemi per quell’appartamento che nel frattempo, dopo la nascita di Gloria avevano cambiato e che adesso diventava nuovamente piccolo. Ricordo che Gian, una sera raccontò un aneddoto molto divertente in merito: era andato da un cliente e stava lavorando su dei computer per aggiornare dei programmi, lui era un po’ preoccupato per l’arrivo dei nuovi due figli e così, quasi a cercare un po’ di conforto, iniziò a confidarsi con il suo interlocutore, un cliente ormai storico con il quale aveva una certa confidenza. Quando gli raccontò del lieto evento e degli impegni che avrebbe dovuto gestire nel futuro per la famiglia così numerosa, il cliente sorridendo gli disse “ti capisco benissimo, anche a me è capitata la stessa identica cosa, solamente che alla seconda ecografia i figli diventarono quattro, perché nel frattempo si erano spostati anche i due che essendo dietro, non erano stati visti la prima volta”. Nei due mesi che passarono fino alla seconda ecografia Gian visse uno dei periodi più difficili, con il terrore di rivivere anche lui una situazione simile a quella nella quale si era trovato il cliente che gli aveva dato tutt’altro del conforto desiderato.

Gianluca Busatto e Chiara - Gianluca Pellegrinelli

Gianluca, Chiara e la primogenita Gloria. I gemellini erano già nel pancione 🙂

E così, negli anni successivi gli incontri erano a otto, oltre a noi quattro genitori c’erano Gloria, Giulia e Federico da parte loro e Giacomo da parte nostra. Purtroppo quando Gloria aveva circa tre anni scoprirono che soffriva di una grave forma di diabete infantile che la costringe tutt’ora a controlli del livello del diabete da farsi più volte al giorno, da correggere poi in base alla quantità presente nel sangue in quel momento, con punture di insulina o con l’integrazione di zuccheri mangiando qualcosa. Come se non bastasse uno o due anni dopo le è stata diagnosticata anche una forte allergia alimentare al glutine che la costringe a una rigida dieta, nella quale sono completamente assenti alcuni alimenti e i suoi derivati, quali il latte, la pasta e altri di un uso talmente comune che di fatto rendono la dieta stessa molto limitante e impegnativa. Nonostante tutto ciò, Gloria oggi ha 14 anni, è una bellissima ragazzina, vivace, spigliata e ormai quasi autosufficiente nel gestirsi i controlli e i regimi alimentari che le permettono di vivere normalmente e fare tutte le cose che fanno le sue compagne di scuola e di giochi. I bambini erano molto vivaci o tremendi, a seconda del punto di vista dalla quale si volesse vedere la cosa, soprattutto Federico, molto dispettoso e insistente su tutte le cose, gioiva quando riusciva nell’intento di fare degli scherzi alle sue sorelle o ai genitori. Di Gianluca mi ha sempre stupito la sua capacità di tollerare e di non perdere la calma; quando i bambini erano irrequieti, Chiara dava di quelle urlate a squarciagola che facevano tremare i muri della casa, mentre lui li richiamava all’ordine sempre con tono pacato e invitandoli al buon senso, anche se in verità non sempre riusciva nell’intento o sicuramente meno di Chiara con i suoi modi poco diplomatici.

Ho sempre invidiato Gian, nel senso buono del termine, perché pur con gli impegni di lavoro, tre figli e una moglie, riusciva a ritagliarsi del tempo per coltivare dei suoi hobby personali, cosa che io non riuscivo mai a fare. Lui andava una o due volte a settimana a giocare con gli amici, a pallavolo in gioventù e a tennis successivamente, anche d’inverno nei campi coperti; diceva che lo sport lo aiutava molto a scaricare la tensione e a distrarsi un attimo dagli impegni e soprattutto dai pensieri del lavoro da cui spesso faceva fatica a staccarsi anche quando era a casa.

Per alcuni anni ha frequentato una compagnia teatrale che lo impegnava per una o due sere alla settimana; andava a Montebelluna, peraltro non vicinissimo a dove abitava e lì si dedicava alla recitazione che gli trasmetteva forti sensazioni. Era interessante il teatro per imparare a conoscersi di più, diceva, provando a recitare e a immedesimarsi in un personaggio, provando a modificare le proprie espressioni e il proprio timbro di voce e sentendo dentro le emozioni e i timori che un pubblico ti può trasmettere. Chiara lo lasciava fare, anche se poi si scocciava quando sapeva che dopo le prove di recitazione, era frequente che si fermasse fuori con i compagni per mangiare una pizza o bere qualcosa e siccome nella compagnia teatrale c’erano anche molte ragazze ……………… quando eravamo insieme e ne parlavamo, arrivavano puntuali le sfrecciatine di Chiara e lui con naturalezza sorrideva, quasi a voler sminuire e dissipare i suoi timori.

Il diabete di Gloria lo spinse molto a documentarsi su questa malattia e ad assumere un ruolo attivo in una associazione di persone sofferenti questa patologia. Partecipava a riunioni e incontri sul tema, teneva contatti con altre famiglie che erano nella stessa situazione, cercava insomma di vivere la situazione da attore e non da semplice spettatore. Le altre sue grandi passioni erano le vacanze in Sardegna dove per anni è andato con tutta la sua famiglia nei periodi estivi ed ogni volta ci stupiva poi per la bellezza dei posti e dei soggetti che fotografava, la musica era un altro suo hobby, ma soprattutto la lettura, per la quale sapeva appassionarsi a qualsiasi argomento e leggere con lo stesso interesse e la stessa passione un libro romantico, un giallo, un testo commerciale o uno tecnico, magari informatico..

Era passato qualche anno da quando aveva cambiato lavoro e ormai aveva acquisito una sua credibilità e una posizione di rilievo nella nuova società; come me faceva degli orari assurdi, magari andando in ufficio alle tre o quattro di mattina per finire dei lavori prima che iniziasse la giornata normale o perché non riusciva a dormire, a causa dei pensieri per gli impegni in essere. Lavorava moltissimo tutti i giorni e se non andava in ufficio presto, allora rientrava molto tardi, comunque mai prima delle otto o otto e mezza di sera; difficilmente a pranzo andava a casa a mangiare nonostante l’ufficio fosse a pochi chilometri di distanza in quanto diceva che era più veloce e produttivo un panino veloce sotto l’ufficio. In azienda, dove era diventato ormai il responsabile di tutta l’area sistemistica, arrivando a coordinare una cinquantina di persone, riuscì nel tempo a rilevare una quota di minoranza della società, per arrivare fino a possederne il 5 %. Non era molto ma la società era abbastanza grande e quelle quote erano uno stimolo importante perché sapeva che stava lavorando per una azienda che, anche se in misura marginale, era anche sua. La posizione di rilievo all’interno della società gli permise di comprarsi una bella macchina, aveva un’AUDI A6 blu con gli interni in pelle chiara e il cambio automatico, oltre che a far avere alla sua famiglia un tenore di vita che penso sia corretto definire agiato. Cambiò anche casa, e con quello diventava il quarto mutuo che faceva, senza mai aver estinto i precedenti ma solo incrementandoli in base al differenziale di costo tra la casa precedente più piccola e la nuova più grande, più spaziosa e quindi più costosa. L’ultimo acquisto era davvero bello, una porzione di casa colonica di circa 300 mq disposti su tre piani, con un bel giardino e una mansarda mozzafiato, con travatura in legno a vista; il tutto gestito da Chiara che si occupava con molto gusto dell’arredamento, dell’allestimento e della manutenzione del giardino, facendo però ampio uso delle casse familiari.

Una profonda differenza, forse l’unica, che riscontravo in Gian, rispetto al mio modo di pensare del tempo, era il fatto che lui comprasse tutto pagando ratealmente: non solo l’abitazione e lì posso capirlo, anche se quattro case, con mutuo sempre in crescendo, non sono poche. Lui comprava a rate le automobili, l’impianto hi-fi, i mobili, la telecamera, insomma tutto quello che poteva lo pagava rateizzato nel tempo perché tanto diceva che non c’era fretta. Io era molto più parsimonioso e comunque pensavo che bisognasse acquistare per quello che si poteva pagare in quel momento, quindi mettevo via i soldi, pagavo l’affitto e non compravo la casa, perché i soldi che mettevo via, pagando l’affitto, non erano mai sufficienti.

Crescendo professionalmente e come persona, Gian dimostrava sempre più interesse per attività extra lavorative di un certo spessore, sfornava in continuazione idee e progetti caratterizzati da un alto livello di innovazione e che si distinguevano per l’originalità dell’approccio, spesso al dì fuori degli orientamenti e delle tendenze della massa.

Iniziò una forma di collaborazione con l’Università di Venezia, per la quale teneva degli incontri con gli studenti su temi specifici legati al mondo del lavoro in ambito informatico. Era molto attratto da questa attività che lo avvicinava agli studenti e a quel mondo, quello universitario, a cui anche lui come me aveva rinunciato in gioventù, più o meno per gli stessi motivi per i quali ci avevo rinunciato anch’io. Chiara si lamentava di questi impegni extra professionali che in qualche modo riducevano ulteriormente il già poco tempo nel quale Gian si dedicava alla famiglia, ma l’attrazione era così forte che non sapeva rinunciarci, pur consapevole delle legittime ragioni di sua moglie.

Alla fine degli anni 90, i mass media pullulavano di talk show televisivi che parlavano del fenomeno del Nord Est e del boom economico che stesse vivendo in quegli anni, in molti casi strumentalizzandolo a loro piacimento. Ricordo prima tra tutte una trasmissione gestita da Santoro, forse Bianco & Nero ed altre, come Il Maurizio Costanzo Show che erano sicuramente più pacate e obiettive, ma sta di fatto che l’immagine generale che ne usciva della nostra regione era quella di un popolo ricco, benestante e laborioso, che esprimeva senza indugi la sua “intolleranza razziale” verso la gente del sud o gli extra comunitari e spendeva i propri soldi con le prostitute che frequentavano in quantità le trafficate e intasate strade del Veneto, la Pontebbana, il Terraglio e molte altre. E così, alla sera per televisione si vedevano spesso servizi giornalistici che più o meno direttamente facevano questo quadro della situazione e utilizzavano personaggi pubblici di rilievo, quali esempi di questo modo di essere e di pensare, primo fra tutti il sindaco Gentilini di Treviso, spesso definito dalla stampa “lo sceriffo” per i suoi modi poco diplomatici e per le sue espressioni a volte molto dirette e dure a favore del popolo Veneto. Tutto questo non lasciava indifferente Gian che anzi si sentiva molto irritato ed offeso da questa visione distorta della situazione, lui che ogni giorno faceva grandi sacrifici per assicurare un benessere alla sua famiglia, senza per questo frequentare donne di strada, case di appuntamenti e tanto meno avere atteggiamenti o pensieri discriminatori verso chi arrivava da luoghi lontani in cerca di fortuna nei nostri territori. Cercò di non rimanere indifferente a tutto ciò, diceva che il silenzio significava subire se non addirittura condividere quella visione delle cose e che qualcuno doveva farsi sentire e far capire alla gente l’altro punto di vista, quello dei diretti interessati, quello dei condannati sommariamente e unilateralmente, senza processo. E così iniziò a scrivere articoli molto dirompenti e di straordinario impatto per la semplicità con la quale esprimeva le proprie idee e il suo punto di vista, alcuni di essi furono pubblicati anche sui giornali locali e questo lo gratificò molto. Quell’anno Gianluca riuscì a partecipare anche a uno di quei famosi talk show dedicato a questo argomento che si tenne d’estate all’aperto in Piazza San Marco a Venezia, anche se non ne sono sicuro, mi sembra che il conduttore fosse Gartlender ??. Tornò abbastanza deluso e amareggiato da quella serata principalmente per il fatto che gli interventi del pubblico erano stati gestiti in maniera tale che risultava molto difficile esprimere liberamente e completamente un concetto, tanto più se questo concetto si discostava ed era contrario dall’orientamento generale della trasmissione.

Un giorno Gian mi stupì profondamente per una cosa che fece, talmente banale ma di così forte impatto che immediatamente pensai: “ come ho fatto a non pensarci anch’io ?”. La società per la quale lavorava e di cui era anche socio, era in continua crescita e c’era una cronica carenza di personale, proprio nell’area sistemistica e di sviluppo software di cui Gian era responsabile. Ogni volta che ci vedevamo, mi aggiornava sul personale che stava perdendo perché cambiava lavoro o perché faceva scelte professionali diverse e di come questo gli dispiacesse molto, perché aveva il sapore di una sconfitta da un lato e perché gli si ripresentava l’annoso problema di sostituire la persona con una nuova assunzione. Proprio a causa di quella fiorente situazione economica del Nord Est, il problema della disoccupazione era praticamente inesistente e così, trovare candidati capaci, competenti e volenterosi era una vera impresa e ogni assunzione aveva tutto il sapore di un successo o di un 13 al totocalcio, sperando che poi nei fatti si dimostrasse tale. Arrivato al culmine della disperazione per la carenza di personale, lui decise di cambiare le regole del gioco e così scrisse un bellissimo articolo che inviò ai quotidiani locali, dove spiegava come la società per la quale lavorava non riusciva a trovare programmatori a 3 milioni di lire nette al mese. Di lì a pochi giorni in tutte le prime pagine dei quotidiani l’articolo era pubblicato con un titolo a caratteri cubitali che più o meno dappertutto diceva così “nel Nord Est non si riesce ad assumere a 3 milioni al mese” , con riferimenti interni nell’articolo a Gian e al Gruppo Eurosistem-Sistemarca. Il riscontro fu immediato e l’azienda iniziò a ricevere da quel giorno maree di curriculum di programmatori volenterosi di essere assunti con quello stipendio e per un po’, dal punto di vista del recruiting, l’azienda visse di rendita con l’archivio delle candidature che si era creata grazie a quella iniziativa.

Le uniche e ultime ferie trascorse insieme, rappresentano oggi un serbatoio enorme di bei ricordi per i momenti trascorsi in compagnia, in quel Natale del 2000 in montagna a Padola. Io e Patrizia avevamo venduto da pochi mesi il nostro camper ed eravamo in attesa di quello nuovo che avevamo ordinato e che era previsto in consegna nei primi mesi del 2001 e così, per la prima volta in dieci anni, dovevamo pensare alle ferie invernali in appartamento o in albergo. Questo era il motivo per il quale, nonostante la forte amicizia che ci legasse, non avevamo mai avuto l’occasione di trascorrere insieme le ferie e così, quell’anno sembrò a tutti il momento giusto per approfittare di quel particolare contesto. Su nostra proposta optammo per prendere in affitto un appartamento per una decina di giorni a Padola, un piccolo paesino di montagna situato nel Cadore Bellunese che a noi piaceva molto in quanto, anche nei classici periodi di alta stagione, a Natale e a Capodanno, mantiene tuttora una sua fisionomia molto tranquilla, locale e al dì fuori dai grandi circuiti turistici; insomma, era il luogo ideale per riposarci. Nel paese c’era un piccolo negozio di alimentari, una chiesa molto accogliente e frequentata dai paesani, due bar, una pizzeria, due impianti di risalita solo con lo skilift, un anello per lo sci da fondo e c’erano persino la pista del pattinaggio sul ghiaccio e un cinema di quelli che da noi ricordiamo stile anni ’60, con le sedie in legno e il proiettore che ogni tanto fa sfuggire qualche pallino bianco sul grande schermo. L’appartamento era vicino alle piste da sci, nuovo e molto grande, d’altronde contando i bambini eravamo in otto; il 23 dicembre, quando arrivammo, ne fummo da subito impressionati positivamente. L’indomani mattina eravamo già operativi sulle piste da sci, non in prima persona, ma per consegnare Gloria, Federico e Giulia a un maestro di sci che insegnasse loro le regole fondamentali per poter sciare; per Giacomo era solo un ripasso in quanto sa sciare da quando aveva circa tre anni. Ci misero un’ora o poco più a imparare a prendere lo skilift e a scendere da soli, sempre rigorosamente a uovo e senza fare una curva perché l’obiettivo era solo quello di gareggiare tra loro. Lo sci fu per noi una liberazione, alle 8.30 del mattino i bambini erano davanti agli impianti e sciavano continuamente fino alle 16.30 quando chiudevano, con una sola pausa su nostra insistenza per un pranzo veloce. Questo contesto così favorevole ci sembrava un sogno, Patrizia e Chiara avevano il tempo di passeggiare, chiacchierare, fare la spesa senza fretta, mentre io e Gian pensavamo e fantasticavamo molto su dei nuovi progetti per il futuro. Nevicava quasi tutte le notti e al mattino andavamo in un bar che aveva delle grandi vetrate che guardavano la pista da sci dove i bambini si divertivano e lì io ho letto un paio di libri e molte riviste sul franchising, che man mano che finivo passavo a Gian il quale le leggeva con altrettanto interesse e poi le commentavamo insieme pensando a come poter concretizzare qualcosa in quell’inizio di nuovo millennio che in qualche modo doveva significare una svolta.

Le ragazze lo prendevano in giro perché, a differenza mia che ero molto focalizzato su quell’argomento, lui si interessava a qualsiasi cosa fosse da leggere e così, le riviste femminili che giravano per l’appartamento se le sfogliava e leggeva tutte, così come qualsiasi cosa fosse stampata, persino le etichette alimentari. Dopo aver mangiato si stendeva a letto dicendo che andava a leggere un po’, tanto per cambiare, anche se dopo meno di dieci minuti si sentiva il suo russare fino in cucina ……. e noi ridevamo di ciò.

Oltre alla lettura, i due temi dominanti di quelle vacanze furono lo sport (poco) e il mangiare (tanto). Abbiamo persino fatto una giornata di fondo, allenandoci al mattino nell’anello, vicino alle piste di sci, mentre al pomeriggio io e Gian ci siamo avventurati in un percorso che avrebbe dovuto portarci al Passo Monte Croce Carnico, dove non siamo neanche arrivati perché stava diventando buio e perché abbiamo dovuto fare più di metà del percorso con gli sci in spalla a causa delle forti pendenze del tracciato. Per quello che riguarda il mangiare direi “no comment”, ogni occasione era buona per mangiare qualcosa, aprire un panettone, fare una pausa di mezza mattina con i kraffen caldi del bar dove stavamo a leggere, assaggiare qualche dolce tipico locale. Il capodanno l’abbiamo festeggiato con una sera di anticipo, il 30 dicembre, andando a cena in un bel locale poco affollato, mangiando molto bene e spendendo il giusto, evitando così le resse di massa della serata successiva nella quale noi ci siamo dedicati ai fuochi d’artificio sulla neve.

Sono state delle vacanze bellissime, i bambini si sono divertiti molto, noi ci siamo riposati, siamo stati molto bene sia insieme che nei momenti di relax e riflessione singolarmente, ci siamo conosciuti anche in un contesto di convivenza dove si è confermata quell’armonia che già sentivamo essere molto presente e radicata in noi. E’ stato davvero un momento di bilanci, di riflessioni e di nuove idee e nuovi progetti per quella svolta di terzo millennio che tutti sentivamo e desideravamo avvenisse ma che sapevamo di non poter aspettare come qualcosa che cadesse dal cielo, dovevamo esserne noi i propulsori, i registi e gli attori al tempo stesso.

Nella primavera del 2002 Gian iniziò a soffrire di dolori a un braccio che, seppur non molto forti, erano molto frequenti e gli procuravano un senso di disagio e prurito continuo con non accennava a diminuire. Con il passare delle settimane la patologia si acuiva sempre più, al punto tale che lui cominciava ad avere seri problemi di notte in quanto faceva fatica a dormire per il continuo formicolio sul braccio che lo portava a massaggiarselo continuamente con l’altra mano. Una sera, eravamo tutti insieme a mangiare la pizza a casa sua, c’erano anche Adriano e Tiziana, e lui ci disse che, preso dalla disperazione per non riuscire a venirne a capo e per non riuscire più a dormire di notte, aveva deciso di farsi ricoverare in ospedale a Treviso; tutti quella sera lo abbiamo supportato sulla decisione presa che ci sembrava la più giusta in quel momento. Rimase in ospedale per circa una settimana e alla fine venne dimesso con una diagnosi di esaurimento nervoso a causa del troppo lavoro e dello stress accumulato, gli prescrissero inoltre una serie di medicinali e tranquillanti che lo avrebbero dovuto aiutare a ristabilire i suoi equilibri, alleviare il dolore al braccio che nel frattempo non accennava a diminuire e finalmente a riuscire a dormire di notte. Di lì a poco, quando ci incontrammo nuovamente, ci disse che era molto scocciato di quell’esperienza in ospedale dove a suo dire gli avevano fatto poco o niente ma soprattutto avevano sbagliato completamente la diagnosi: non si sentiva esaurito, lavorava tanto ma come sempre, i problemi c’erano ma non più grandi di quelli con i quali era abituato a convivere ormai da più di un decennio. Decise pertanto di approfondire ulteriormente la situazione, facendo delle visite specialistiche privatamente e così la settimana successiva si recò in uno studio medico di Castelfranco Veneto, fiducioso di arrivare finalmente al bandolo della matassa.

L’esito di quella visita e degli accertamenti fatti immediatamente dopo, fu il peggiore che una persona possa aspettarsi in quanto gli diagnosticarono un tumore, probabilmente esteso a polmoni, fegato e midollo osseo. Da quel momento la vita di Gian, Chiara, dei suoi figli e della sua famiglia cambiò radicalmente, era un colpo troppo forte, una mazzata che nessuno si aspettava così immediata e dirompente, anche dopo la folle e incredibile diagnosi sbagliata dall’ospedale di Treviso solo pochi giorni prima. Come era potuta accadere una cosa simile, senza nessun segnale premonitore, proprio a Gianluca, cultore della vita sana, della buona alimentazione, dello sport e non avendo mai fumato una sigaretta in vita sua. Come poteva meritarsi una punizione così proprio lui, una persona così buona prima di tutto, brava e volenterosa; un professionista stimato, un marito amato, un padre desiderato dai suoi figli, un amico vero probabilmente per molti.

A seguito di quella diagnosi Gian fu ricoverato il giorno stesso all’ospedale di Cittadella, in provincia di Padova, dove iniziarono una serie di accertamenti più mirati a focalizzare esattamente il tumore e al decidere che tipo di terapia intraprendere e se fosse stato necessario o opportuno operare. Rimase in ospedale qualche settimana, nel frattempo iniziò la chemioterapia e passava le giornate aspettando gli esiti, uno dopo l’altro, degli accertamenti fatti per poter arrivare poi a una visione globale dell’insieme; Chiara aveva l’ingrato compito di parlare con i medici e poi di riferire a Gian cosa avessero detto. Fu questione di pochi giorni, per rendersi conto che le speranze di sopravvivenza erano pochissime ………. i medici parlavano di non più di due mesi di vita; il tumore si era già esteso parecchio e aveva intaccato una serie di organi vitali per cui qualsiasi tipo di operazione sarebbe stata inutile. Uscire dallo studio del medico e riprendere forza per entrare di lì a pochi metri nella stanza di Gian con un atteggiamento apparentemente normale, era la cosa più difficile che Chiara dovesse fare in quel contesto. In uno dei loro momenti d’intimità, Chiara chiese a Gian cosa avesse voluto sapere di quanto dicevano i medici e lui, con semplicità e chiarezza rispose:

“Quanto basta ………”

Di fronte a questa risposta lei non se la sentì di dirgli che gli restavano da vivere non più di due mesi e così iniziarono insieme un percorso difficile e doloroso di cure, appesi a un sottile filo di speranza legato alla forza di volontà di Gian e alla capacità e volontà del suo fisico di reagire ai bombardamenti della chemioterapia e delle altre terapie seguite.

Una sera, terminato il lavoro, partii per Cittadella per andare a trovarlo; scelsi quel momento perché ero abbastanza sicuro che a quell’ora, durante la settimana, forse sarei riuscito a stare un po’ da solo con lui in quanto nei normali orari di visita era sempre attorniato da familiari, persone care, amici e colleghi di lavoro. Arrivai verso le 20.30, era ormai buio e grazie al buon senso degli infermieri di turno, riuscii ad entrare e a trovare la sua stanza. Era a letto, con una luce molto bassa e soffusa che lo illuminava, a fianco c’era un signore anziano apparentemente molto malato che stava lì steso a dormire e, a parte il continuo tossire, ci lasciava tranquilli. Quando Gianluca mi vide gli si illuminarono gli occhi, non se l’aspettava, forse non l’avevo detto neanche a Chiara che quella sera sarei andato a trovarlo. Iniziammo a parlare di questa malattia, di come tutto fosse cambiato nella sua vita e di come, pur avendo vissuto la stessa sorte sua mamma dieci anni prima, non avrebbe mai pensato che un giorno potesse capitare anche a lui. In un week end dove gli avevano permesso di tornare a casa con la sua famiglia, da buon informatico si documentò su internet e mi disse, con gli occhi lucidi di chi vorrebbe piangere ma si sforza nel trattenersi, che le statistiche dicevano che di tumore sopravvive solamente il 3 % dei malati, fegato e midollo a parte. Quella verità che aveva evitato a Chiara di dovergli raccontare, se l’era cercata e trovata lui, senza filtri e con la consapevolezza dei numeri veri delle statistiche che davano l’esatto spessore di quel filo di speranza alla quale tutto era appeso. Ci guardavamo dritti negli occhi e, pur nel silenzio assoluto di quella stanza di ospedale, era come se mi stesse dicendo tante cose:

“mi è sprofondato tutto addosso……
ti auguro che non ti succeda mai niente di simile……
non voglio morire, non voglio perdere mia moglie e i miei figli……
la mia memoria è piena di ricordi bellissimi……
il lavoro è una parte marginale della vita……
fai nella vita tutto quello che desideri……
voglio vivere ogni giorno che mi resta, godendo di tutto quello che mi può dare……
voglio lottare per guarire, voglio essere in quel 3 %……”

Per rompere il ghiaccio e distrarlo, con un nodo in gola che mi faceva parlare a fatica, iniziai a raccontargli delle nostre avventure in IB Consul, dei nostri lavori, delle bellissime vacanze di Padola, promettendoci che ci saremmo ritornati insieme, appena lui fosse guarito; cominciò anche lui ad arricchire i racconti con ricordi e aneddoti che in parte avevo io stesso dimenticato e sorridevamo pensando a Martignago, a Checco (Francesco) con la 500, alle discussioni con le nostre mogli sui problemi di sempre, al loro lamentarsi del poco tempo dedicato alla famiglia …… tanti bei ricordi che davano sapore e gusto alla vita trascorsa fino a quel momento. Uscii da quella stanza di ospedale verso le 11 di sera, in punta di piedi per non farmi sentire dall’infermiera che era chiusa nel suo piccolo ufficio; ero contento di quella serata e penso che anche Gian stesse un po’ meglio, felice di vedermi, di sfogarsi e di sapere che io c’ero e che avrebbe potuto contare su di me per qualsiasi cosa, per lui e per la sua famiglia.

Iniziò così un lungo periodo di cure, dove si alternavano le chemioterapie e la radiofrequenza, con cure e medicine alternative delle quali sia io che lui in una situazione normale saremmo stati molto scettici, ma in quel momento non veniva lasciato niente di intentato. A casa sua aveva una grande scatola in cartone dove teneva tutte le medicine che doveva prendere ogni giorno, saranno stati 20 o 30 tipi diversi. Sorridendo, una sera tirò fuori un flaconcino di quelli naturali, una bottiglietta di vetro del tipo utilizzato per i succhi di frutta, senza nessuna etichetta riportante la composizione del contenuto, un liquido indefinibile, e poi mi chiese: “indovina quanto costa ??” Io, in difficoltà nel dare una risposta che avesse un senso, aspettai che lui si esprimesse desideroso di farmi partecipe di quella che probabilmente era una assurdità. Non udendo mie risposte in merito disse: “un flaconcino costa 100.000 lire, ne devo prendere uno al giorno tutti i giorni, in più ci sono le visite periodiche, gli altri medicinali e tutto quello che concerne la medicina di tipo tradizionale”. Da un conto veloce era chiaro come stesse in quel periodo spendendo moltissimi soldi per le sue cure, la cosa era marginale, anzi insignificante se solo avesse portato a una guarigione, anche se lunga e difficile.

All’inizio dell’estate il clima si era parzialmente rassenerato, grazie ai continui miglioramenti di Gian, aveva ripreso a guidare la macchina, andava a lavorare anche se con ritmi ovviamente più tranquilli, un giorno andammo al mare tutti insieme anche con Adriana e Tiziano e andò anche in ferie una settimana con la sua famiglia, organizzando tutto lui e facendo una sorpresa tanto grande quanto gradita a Chiara e ai bambini. Ogni tanto qualche leggero malore, qualche disturbo, ma tutto sembrava filare liscio, nella direzione giusta anche se era sempre un po’ dibattuto dal fatto che chi lo seguiva nella medicina alternativa lo stava portando a un bivio dove avrebbe dovuto decidere per l’una o per l’altra, non potendo affidarsi contemporaneamente ad entrambe. Non credeva nella medicina naturale, ma il fatto di stare meglio non escludeva che fosse dipeso anche da quella; dall’altra parte abbandonare le certezze e le concretezze della medicina tradizionale, per affidarsi a un mondo di teorie e supposizioni, era veramente difficile anche perché la situazione non permetteva di sbagliare, non ci sarebbero state opportunità di replica. Decise pertanto di continuare sui due fronti, non abbandonando quella strada, o meglio quelle strade, che fino a quel momento si erano dimostrate in un certo senso vincenti.

Ricordo che nel settembre 2002 io e Patrizia andammo in Ucraina per adottare un bambino, era un progetto al quale lavoravamo da tempo e tutti i nostri amici ne erano in un qualche modo partecipi. Tornati dal primo viaggio, inviai via e-mail una foto del piccolo Stefano a Tiziana, come per anticipare l’arrivo di quel figlio che per aspetti burocratici era posticipato ancora di qualche mese. Gian ne venne a conoscenza e la mattina di venerdì 4 ottobre, mi scrisse una e-mail che esprimeva appieno il suo stile e il suo approccio:

“Mi hanno detto che bussando a questa porta arrivano magicamente delle foto di un bimbo piccino. Io ci provo e chiedo scusa per l’intrusione. Gianluca”

Purtroppo nel dicembre 2002 le sue condizioni cominciarono a peggiorare, iniziava a gonfiarsi molto, soprattutto il viso e le gambe e aveva difficoltà a camminare. Aveva appetito anche se aveva perso completamente il senso dell’olfatto per cui non sentiva nessun gusto, mangiare una cosa o l’altra per lui era la stessa cosa in quanto si trattava solo di una funzione utile solo per alimentarsi. Non stava bene e usciva a fatica, ma una sera, quando seppe che avremmo voluto incontrarlo a casa di Tiziana per presentargli Stefano, volle venire a tutti i costi, nonostante che Chiara non volesse assolutamente. Quella sera aveva già chiesto alla sorella di sostituire lui e Chiara a un incontro importante sul diabete della figlia Gloria al quale avrebbe voluto sicuramente partecipare se ne avesse avuto la possibilità. Per lui fu una gioia immensa conoscere Stefano, vivace e espansivo con tutti, gli si buttò al collo, ci giocò, battè cinque con le mani come fanno i grandi e Gian era felice e gratificato di quella serata, vedendo quella creatura che sebbene avesse due anni e mezzo, era come se avesse iniziato la sua vita da pochi giorni. Successivamente Chiara mi raccontò che quella sera, quando salirono in macchina per tornare a casa, Gian disse che era contento e tranquillo, aveva visto Stefano sano e gioioso come non se lo sarebbe mai aspettato, ma soprattutto aveva visto Giacomo, il fratello maggiore, molto contento del nuovo fratellino e tutt’altro che geloso o invidioso delle attenzioni che gli venivano dedicate. Prima di quella sera Gian aveva sempre avuto dei timori per questa adozione e per l’impatto verso Giacomo, ma si era tenuto tutto dentro, come per evitare di infondere preoccupazioni ulteriori su una cosa già di per sé impegnativa e difficile.

A fine dicembre fu ricoverato in ospedale in quanto ebbe alcuni svenimenti durante il giorno e così, trascorse il fine anno e i giorni successivi, sempre attorniato e accudito dalla moglie Chiara, dal papà Toni, dal fratello Enrico e dalla sorella Chiara. Verso il 10 di gennaio, ero a Bressanone e ricevetti una telefonata di Tiziana che piangendo mi raccontò che Gian quel giorno era stato male più volte, perdendo conoscenza e aveva chiesto di poter vedere in ospedale tutti i suoi amici e i suoi figli quel pomeriggio. Io ero via e quindi non feci in tempo a rientrare, ma mi raccontarono che organizzò una festicciola con tanto di birra (nascosta), bibite e pasticcini, come fosse stata una sua festa di compleanno, anche se l’ambiente non era certo dei migliori. L’indomani mattina andai anch’io in ospedale e appena entrai, senza nessun giro di parole mi disse che aveva dei disturbi di stomaco e che se avesse iniziato a vomitare, io sarei potuto uscire senza problemi e senza vergognarmi di questo nei suoi confronti. Comunque stava molto meglio del giorno prima e mi raccontò delle brutte sensazioni dei malori della mattina precedente, era stato male e aveva visto la morte di fronte; pensava fosse arrivato il suo momento e mi ha detto di avere avuto paura. Al pomeriggio invece, quando tutti erano arrivati, si era quasi vergognato di quell’invito affrettato che aveva fatto cambiare i piani della giornata di tutti, “forse ho esagerato” mi disse, quasi ad aver sopravvalutato un semplice mancamento momentaneo.

In realtà fu l’ultima volta che lo vidi, il 15 gennaio in prima mattinata, ero da un fornitore e ricevetti la telefonata di Tiziana che mi informava che il grande Gian se n’era andato, non c’e’ l’aveva fatta. Nella notte Chiara dormiva sulla poltrona vicino a lui e a un certo punto, quasi sentendosi osservata, si svegliò e vide Gian che era lì, con gli occhi ben spalancati che la guardava e serenamente la salutava dicendole:

“vado……”

Era tutto finito, quell’amore e quel sogno che, quando della malattia non c’era il benché minimo presentimento, sembrava così “scontato e ormai acquisito”, da quel momento non c’era più, era sfumato nel nulla. Il dolore era così forte che sembrava impossibile pensare a un futuro, a una vita serena senza Gian, ritrovando la forza di lottare per far crescere i figli che sebbene ormai grandicelli, erano ancora molto piccoli e bisognosi sì della mamma, ma anche della figura paterna. Ritornarono alla mente delle frasi di Gianluca, di poche settimane prima, quando disse alla Chiara di non preoccuparsi, era giovane e bella e si sarebbe sicuramente rifatta un giorno una nuova vita, avrebbe ritrovato l’amore e il calore di una persona a lei vicina. Lei si arrabbiò molto di quelle affermazioni, quasi offesa da quelle parole che sminuivano il loro amore e che in quel momento, dopo la morte, sembravano ancora più assurde e fantascientifiche che mai.

Tutta la famiglia, primi fra tutti il padre, il fratello e la sorella, si chiusero nel loro grande dolore e si strinsero attorno a Chiara insieme agli amici, ai colleghi e a tutta la comunità locale; uscirono persino due bellissimi articoli sui quotidiani del giorno dopo, entrambi con la foto di Gian, in giacca e cravatta, sorridente come sempre.

Scomparsa Gianluca Busatto - Gianluca Pellegrinelli

Cosa hanno scritto nel momento della Sua scomparsa

Il funerale si tenne il sabato mattina successivo, nella stessa chiesa dove quindici anni prima Gianluca e Chiara si erano sposati; nonostante la chiesa fosse in pieno centro a Treviso dove era impossibile parcheggiare, i banchi iniziarono a riempirsi un’ora prima della cerimonia finché la gente iniziò ad occupare anche il piazzale esterno vicino all’ingresso. Ritrovai in quella triste circostanza gente conosciuta, ex colleghi di lavoro dei tempi dell’IB Consul con i quali non ci eravamo più visti da allora e molti amici comuni. Fu un funerale diverso da quelli dove magari la presenza è più di forma o dove chi se ne sta andando non ti è poi così vicino; quel giorno piansi molto, piansi quando vidi arrivare la bara, piansi in chiesa durante l’omelia, piansi in cimitero quando vedevo la bara scendere in quella buca scavata da poco nella terra fredda e umida. Il momento più toccante lo ricordo in chiesa, quando prima la figlia Giulia anche a nome dei fratelli, poi la moglie Chiara e infine i colleghi di lavoro, vollero dedicare a Gianluca una loro lettura, dei pensieri e un ringraziamento che avevano scritto dopo la sua morte:

Dai figli a Gianluca:

“Caro papà, noi con te volevamo fare ancora tante cose, provare esperienze nuove, condividere emozioni. Ti volevamo tanto bene e te ne vogliamo tanto ancora adesso che ci hai lasciato.

Facevi tutto con impegno e tenacia, il lavoro ti occupava molto eppure la sera trovavi sempre il tempo per ascoltarci, riuscivi sempre a capirci e con pazienza ci aiutavi a riflettere e a trovare il comportamento giusto. Ci aiutavi per la scuola, ci incoraggiavi e giocavi con noi.

Ci hai trasmesso principi che consideravi molto importanti e che noi non scorderemo mai. Sei sempre stato un papà forte, onesto, generoso; anche quando stavi male trovavi il tempo per pensare agli altri e a chi era più sfortunato di te.

Così a Natale ci hai fatto riflettere e ci hai proposto di aiutare i bambini d’Etiopia che muoiono di fame. Questo tuo esempio ci resterà sempre impresso nel più profondo dei nostri cuori;

siamo fieri di te, papà.”

Da Chiara a Gianluca:

“Il giorno più bello della mia vita è cominciato qui in questa chiesa il giorno del nostro matrimonio e in questa chiesa ti lascio andare.

Quella notte sedevo accanto al tuo letto stringendoti la mano, mi ero assopita e ho sentito il tuo sguardo. Nei tuoi occhi non ho visto il dolore ma amore, e il dispiacere di dover fare qualcosa che non avresti voluto: lasciarmi, lasciarci ………non riuscivi più a parlare, mi hai detto solo

– TI VOGLIO BENE MAMY, VADO –

Il mio cuore si è spezzato, mi sono resa conto in quel momento che qualcosa di grande, per me stava finendo. Eppure sento che sono stata una donna fortunata perché ho incontrato te Gian, con te ho conosciuto il vero amore che è cresciuto di giorno in giorno e si è rafforzato con la comprensione, la tolleranza, con il rispetto reciproco, con la gioia e la spensieratezza.

Ma non sono stati sedici anni di rose e fiori, abbiamo attraversato momenti difficili, ma il profondo legame che ci univa ci ha permesso di superare sempre le avversità.

In questi lunghi mesi di malattia mai dalla tua bocca sono uscite parole di lamento, anzi, eri tu che con il tuo coraggio e la tua forza di volontà infondevi speranza a chi ti era vicino.

Grazie Gian di essere stato così, non avrei potuto affrontare questa atroce prova senza il tuo aiuto. Come faremo adesso non lo so, ti prego, restaci accanto. Proteggi i tuoi sogni, diventeranno i nostri.”

Dai colleghi a Gianluca:

“La bontà d’animo, la propensione ad aiutare gli altri, la generosità, l’altruismo, l’entusiasmo, il candore ………sono qualità fra le più elevate che si possano riscontrare in un essere umano. Quando in qualcuno, ne riconosciamo anche solo una di queste, ci viene spontaneo pensare e dire ……… che bella persona !

Ebbene, tu Gianluca queste virtù le possedevi tutte ed in grande misura. Eri davvero speciale !

Quando avevamo occasione di parlarti per motivi di lavoro, o solo per scambiare due chiacchere, avevamo la piacevole certezza di essere ascoltati e di essere considerati: ci facevi sentire importanti !

Ora che non sei più tra noi, ci mancherà il tuo sorriso, ci mancherà il conforto di sapere che la tua porta è sempre aperta al nostro bisogno. Siamo consapevoli di essere stati privilegiati ! Solo per averti incontrato, conosciuto e per aver condiviso con te una parte della nostra vita.

Ci hai lasciato una grande eredità morale e spirituale; il tuo esempio.

Grazie Gianluca: Per essere stato sempre un amico prima che un collega di lavoro, per non aver mai negato un consiglio tra i cento che ogni giorno ti venivano richiesti. Per averci fatto crescere a livello professionale e soprattutto umano e per essere stato per noi un punto di riferimento.

Grazie per essere sempre rimasto Gianluca……… I tuoi soci e colleghi.”

Ancora oggi non capisco come soprattutto Giulia e Chiara siano state capaci di mantenere il controllo per riuscire a leggere quelle parole così forti e toccanti a ricordo di Gian, Chiara disse che come era riuscito a farlo lui in occasione della morte della madre, avrebbe dovuto saperlo fare lei in quel momento. Ci fu un passaggio della lettura, dove focalizzando per un secondo l’attenzione sulla gente, mi resi conto che praticamente tutta la chiesa si era unita in un grande pianto di emozione e di dolore, nel sentire quelle voci che rompevano quel silenzio di sofferenza, con delle verità assolute condivise da tutti.

Dopo solo due settimane, la figlia Gloria, di soli dodici anni, scrisse a scuola un tema che esprimeva appieno il senso del dolore e di svuotamento nella quale si è trovata dopo la morte del padre. Un racconto che aveva tutto l’aspetto di un racconto scritto da una mano adulta con inciso nel proprio intimo la sofferenza indescrivibile per la perdita di una persona amata:

“Dolore, dolore, dolore, solo questo provo.

Dolore, dolore, dolore, solo questo sento.

Dolore, dolore, dolore, ma quando se ne andrà?

La morte di una persona cara, amica, con cui volevo provare le prime cose di tutto, solo lui, un buco che non si riempirà mai, pur avendo tanti amici. Mi sento come era Leopardi, solo, triste, dopo la morte di una persona cara, Silvia, come per me mio padre.

Il dolore mi avvolge ed ho voglia di riabbracciarlo un’altra volta, solo un secondo, per dirgli

“ TI VOGLIO BENE PAPA’ ”.

Non ho mai passato tanto tempo con mio padre, ma i pochi momenti che passavo con lui, significativi per me, mi bastavano per una giornata. Tanti sogni, tante speranze, tanti progetti da realizzare ma una sola vita per riuscirci.

Quando è morto mio padre sono come morta anch’io con lui, anche se la mia vita prosegue. Continuo a ripetermi, come farò senza di lui ?il mio braccio destro, il mio eroe da cui prenderò spunto per tutta la vita.

Io sono molto giovane, ma la mia vita mi sembra morta, non sarà più come prima e tutto ciò mi preoccupa. Il mio desiderio più grande è poter richiedere una vita nuova per poter passare con mio padre tutto il tempo che ci hanno rubato, tutto quello che ci siamo persi.

Come Leopardi, pure io ho perso la mia speranza, i miei desideri, i miei progetti e spero tanto di poterlo rivedere in una vita remota, passare un’eternità con lui per rimarginare il tempo perso di una vita.

Certe volte mi credo perché perché lui ci ha creato, se ci vuole tanto bene, ci porta via le persone più care per farci soffrire ? Perché? Perché? Perché? Non me ne faccio una ragione, mio padre è stato tanto per me, un amico, un eroe, un punto di riferimento e l’esempio perfetto della vita da seguire.

Questo per me è importante ed è quello che voglio seguire e che ricorderò per sempre di lui.”

Erano passati otto mesi dalla diagnosi iniziale della malattia e pur essendo in un certo senso preparato a quel momento che purtroppo, soprattutto negli ultimi mesi, ero conscio che prima o poi dovesse arrivare, ho provato un dolore e un senso di svuotamento come non mi era mai capitato prima. Avevo perso il mio migliore amico, l’unica persona con la quale sentivo di potermi confidare liberamente e con la quale ero legato da un reciproco e profondo spirito di amicizia, stima, ammirazione e gratificazione. Iniziai a riflettere molto sul significato della vita, sulle parole di Gian di quella sera in ospedale a Cittadella e su quali siano i veri valori della vita. Riflessioni profonde che avevo iniziato a fare già da prima, in quell’inizio di nuovo millennio dove avevo già maturato delle scelte di vita che stavano cambiando radicalmente le mie abitudini, il mio modo di pensare, le mie priorità sulle cose veramente importanti dell’esistenza.

Si vive una volta sola, la vita è un dono che bisogna saper gestire e apprezzare giorno per giorno in tutta la sua bellezza; nel rispetto del proprio prossimo, ognuno dovrebbe fare tutto quello che desidera fare, come se ogni giorno fosse l’ultimo.

La vita è un dono che va condiviso con qualcuno che si ama e va regalata a dei figli che possano godere e beneficiare anche loro delle bellezze e delle emozioni che può dare; la condivisione della vita non deve diventare quotidianità e routine, perché il tempo di una esistenza già di per sé non è sufficiente per viverne tutte le emozioni.

Il lavoro è una parte importante della vita ma non la più importante, anche se occupa la maggior parte del tempo disponibile. Il lavoro deve prima di tutto permettere di soddisfare le necessità materiali, deve piacere e deve gratificare l’individuo per come sta impiegando la parte predominante del suo tempo. Il lavoro può richiedere rinunce personali che non devono però mai sacrificare radicalmente l’essere privato dell’individuo e la famiglia.

Penso sia bello finire la propria vita pensando a dei bei ricordi e non a dei rimpianti per quanto si sarebbe voluto fare e non si è fatto, perché troppo presi dal lavoro o più semplicemente dalla routine e dalla quotidianità.

Non so quanto questa mia visione del futuro sia nata dalle mie scelte di nuovo millennio o dalla morte di Gian, quello che è certo è che da allora sto cercando di non dimenticarmi di ciò, sto cercando anche se a fatica, di mettere in pratica questi principi che, se letti a se stanti, sembrano così banali e scontati che chiunque non può che condividerli. In essi sono contenute delle considerazioni profonde, leggendo e rileggendo quelle poche righe, si può capire come ogni parola e ogni virgola abbia un suo significato ben preciso e nasconda delle riflessioni importanti che, da sole, meriterebbero un intero capitolo a parte.

Mi auguro di riuscire nell’intento che mi sono prefisso, mi auguro di saper concretizzare le mie idee e sono convinto di essere sulla strada giusta; le scelte fatte, le rinunce a cui oggi guardo con serenità, il mio lavoro attuale e questo stesso libro, sono il segno evidente di una direzione che vedrà in fondo la luce di una vita piena di bei ricordi e non di rimpianti.

 

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pellegrinelli@glooke.com

Nato a Mantova il 3 maggio 1964 e diplomato come perito elettrotecnico, inizia la sua prima esperienza lavorativa, nel 1984 come commerciale in una agenzia IBM. Successive esperienze commerciali in P&G (7 anni), Montenegro (1 anno) e Tecnica (4 anni) e poi come amministratore delegato di Intersport Italia (4 anni) e infine di Briko spa (3 anni). Ha pensato e creato due startup web, nel 2007 Galileo, un B2B innovativo per contenuti e funzionalità e nel 2012 Truckpooling, il principale comparatore online per spedire merci. Nel 2002 inizia la sua avventura di imprenditore in provincia di Treviso nel commercio al dettaglio di articoli sportivi e subito dopo, nel 2003 con la vendita online nella quale ha maturato ad oggi più di 14 anni di esperienza. Tra i vari siti e-commerce del suo gruppo il principale è Glooke Marketplace ( https://www.glooke.com ), il centro commerciale online con più di 120.000 prodotti praticamente di tutte le merceologie, incluso l’alimentare. Glooke Marketplace vende in 120 Paesi ed ha identificazione fiscale diretta in UK, DE, FR e ES, oltre ad avere circa 20 account nei principali marketplace a livello mondiale. Esperto di Marketplace, è consulente di Ebay e di Confcommercio per le quali ha seguito il progetto “eBay adotta l’Aquila”. Sempre per eBay e Confcommercio si occupa su base continuativa di formazione ed avvio al business online di aziende.

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