Intersport, grazie di tutto!
E’ mercoledì 12 gennaio 2005, sono passati quasi due anni da quel 23 aprile del 2003, data nella quale ho deciso di iniziare l’avventura stupenda e difficile di scrivere questo libro. Come allora, è mattina presto, molto presto; sono solo le 2 e 45, non riesco a dormire e così sono andato nel mio ufficio di casa in mansarda, guardando fuori si vede solo il buio, interrotto qua e là dalla luce fioca di qualche lampione. Non riesco a capire che tempo farà oggi e forse a dir la verità non mi interessa neanche tanto scoprirlo; non è certo per me la cosa più importante a cui pensare oggi. Ho sbrigato alcune faccende di lavoro, non molte, in quanto non essendomi portato a casa il mio personal computer portatile nel quale ho dentro praticamente tutta la mia azienda, le cose che potevo fare erano poche.
Ecco che allora mi viene subito alla mente il mio libro, è da due mesi che sono completamente fermo e immobile …… non riesco ad andare avanti, non riesco a rompere quella barriera virtuale che si è frapposta nel racconto delle mie esperienze di vita. Forse perché sono arrivato al dunque, sono arrivato al punto di dover iniziare la parte forse piu’ intensa e difficile, perché è quella che mi ha cambiato radicalmente la vita e mi ha stimolato e spinto a scrivere questo libro.
INTERSPORT ha significato per me davvero tanto: mi ha fatto crescere, mi ha stressato, mi ha gratificato economicamente, personalmente e professionalmente, mi ha fatto vivere esperienze di vita e professionali uniche ed irripetibili, mi ha fatto conoscere persone a cui sono molto legato e che mi hanno dato tantissimo, mi ha fatto ridere e piangere al tempo stesso, come forse niente altro me lo aveva fatto fare fino a quel momento. Per me INTERSPORT potrebbe essere un libro a se stante, una storia fatta di 1000 piccoli grandi capitoli che, anche se finita, in un certo senso sta ancora continuando ed è viva dentro di me. Come scrissi all’inizio,
“la decisione di scrivere questo libro è maturata nell’aprile del 2002, quando all’apice della mia carriera professionale come amministratore delegato e direttore generale di una società che fatturava 185 miliardi delle vecchie lire, ho preso una decisione importante, difficile e drastica, che ha letteralmente stravolto la mia vita e che, se da un lato mi ha fatto soffrire moltissimo, dall’altro mi ha fatto vedere la vita da un’ottica diversa e mi ha fatto scoprire come, da un semplice rapporto di lavoro, possano nascere dei sentimenti e dei valori tra le persone molto sinceri e profondi. E’ bellissimo che tutto ciò possa accadere ed è proprio in quel momento che mi sono detto “adesso ho qualcosa di importante da dire – mi piacerebbe un giorno poter scrivere un libro su quanto ho vissuto e provato”. Anche se sarà letto solo da parenti e amici, o se il suo contenuto sarà apprezzato da un solo lettore, sarà per me un grandissimo successo.”
E’ difficile iniziare, decidere da dove e come partire, però sono solo le 3 e 04 del mattino e un po’ di tempo, per provarci a impostare questa storia c’è, prima di dover andare in ufficio a gestire la mia quotidianità ………….
Nel febbraio del 1998, io ero Direttore Vendite Italia del Gruppo Tecnica e stavo partecipando alla fiera di settore che si svolgeva a Monaco di Baviera, due volte all’anno. Era l’occasione per presentare le nuove collezioni, incontrare parte dei clienti italiani e gli agenti …. insomma era praticamente il fischio d’inizio della campagna vendite invernale.
I clienti che visitavano la fiera erano grandi e piccoli, ma comunque mediamente importanti, visto che era gente orientata alla conoscenza e disposta a venire in Germania a vedere la fiera, sostenendo costi rilevanti e allontanandosi dall’azienda per alcuni giorni. Una mattina si presentarono allo stand niente meno che Vincenzo Mancini, titolare del Gruppo Cisalfa, accompagnato da Marco Giunta in qualità di Amministratore Delegato e Direttore Generale dell’azienda. Il Gruppo Cisalfa era allora e lo è ancora di più oggi, il cliente del settore sport più grande esistente in Italia e Vincenzo Mancini per me fino ad allora era solamente un mito, una di quelle leggende viventi di cui tutto il mercato parla, citando le sue imprese audaci e azzardate, ma poi rivelatesi sempre vincenti.
Il loro atteggiamento, forti della loro posizione di grande cliente, era bellicoso e di superiorità, anche se la facciata era sapientemente costruita ad arte su una strategia del “volemosi bene”. Chiesero di poterci sedere a parlare di condizioni commerciali e così ci appartammo in un piccolo ufficio nel retro dello stand. Giancarlo Zanatta, titolare di Tecnica, giustamente si defilò, per non doversi esporre in prima persona di fronte alle richieste del cliente e così mi trovai, mio malgrado e senza quasi neanche rendermene conto, sul bordo di una padella dove sarai andato presto a soffriggere se non fossi stato attendo a gestire in modo adeguato quella trattativa.
L’incontro fu molto duro e devo dire che alla fine mi feci i complimenti con me stesso. Il succo della trattativa stava nel fatto che erano tornati alla carica per ottenere uno sconto sulla fornitura di circa 10.000 paia dei mitici MOON BOOT, i doposci leader nel mondo inventati e prodotti da Tecnica. Il giorno prima la stessa trattativa la ebbi infatti con il loro compratore del settore scarpe, al quale non concessi neanche lo 0,1% dello sconto richiesto. Comunque, per coerenza, decisi di tenere una posizione coerente, anche se con il sorriso sulle labbra, e anche con loro non cedetti neanche di un centesimo. Sapevo che comunque i MOON BOOT li avrebbero comprati, forse non 10.000, ma d’altronde non volevo assolutamente iniziare a concedere uno sconto che negli anni successivi avrei dovuto ogni volta ridiscutere nella sua entità.
Ci lasciammo così così, ma d’altronde non sempre (anzi, quasi mai), nel gioco delle parti si può essere d’accordo …………….
Dopo due o tre mesi, ricevetti una strana telefonata da Marco Giunta, che, dopo i dovuti convenevoli, mi accennò all’idea di un progetto molto importante del quale avrebbe voluto parlarmi di persona e così fissammo un incontro nella sede di Cisalfa di Orio al Serio, in provincia di Bergamo. Fui molto sorpreso da quella telefonata, piacevolmente stupito e curioso di capire di cosa si trattasse.
Il primo incontro ci fu nel mese di maggio e lì mi venne presentato l’ambizioso progetto che Cisalfa aveva a seguito dell’acquisizione della quota di maggioranza di Union Sport SpA, un gruppo di acquisto italiano che contava circa 150 affiliati e un fatturato consolidato di 57 miliardi delle vecchie lire. Quell’acquisizione era stata una delle operazioni sicuramente più azzardate di Vincenzo Mancini, per motivi economici, strutturali e se vogliamo, possiamo definirli politici:
Motivi Economici: 57 miliardi di fatturato erano troppo pochi per un Gruppo di Acquisto, se comparato con quelli presenti negli altri Paesi; era una soglia dalla quale Union Sport da anni non riusciva a discostarsi. Con un fatturato di quel livello, con i margini contenuti tipici dei Gruppi d’Acquisto e con i costi fissi della struttura, l’azienda aveva e avrebbe avuto sempre di più, seri problemi di solidità economica e di competitività commerciale.
Motivi Strutturali: Union Sport era nata dall’idea di associazionismo di una decina di commercianti e l’azienda è poi cresciuta con una mentalità e una politica manageriale che rispecchiava in un certo senso “l’azienda familiare”, con tutti i limiti che questo comportava. Anche nella gran parte dei dipendenti questa cultura era radicata e quindi molte cose si facevano così perché si erano sempre fatte così e non perché qualcuno si fosse domandato se era giusto o sbagliato……. Tutto ciò causava un imbuto, un tappo alla crescita e al salto di qualità che era indispensabile fare.
Motivi “Politici”: Che Cisalfa acquisisse il controllo del maggiore Gruppo d’Acquisto italiano, nel quale erano affiliati molti dei suoi concorrenti, non stava certo bene a molti negozianti e fornitori. Era come se Cisalfa tirasse le fila sugli strumenti commerciali da dare ai suoi concorrenti, magari traendo anche un utile da questo tipo di attività. Ovunque ci si girasse c’era qualcuno che era infuriato: i negozianti che si sentivano raggirati e avevano paura di perdere il controllo e la competitività della loro azienda, i fornitori che si preoccupavano dell’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di una sola azienda che peraltro pagava in modo molto meno preciso di Union Sport e infine i rappresentanti che vedevano in questo tipo di operazione la forte probabilità di perdere la gestione e quindi le provvigioni sugli affilati Union Sport, come già avvenuto in precedenza per i punti vendita acquisiti da Cisalfa.
In questo contesto Vincenzo Mancini e Marco Giunta videro la grande opportunità:
- acquisire Union Sport a condizioni competitive
- ottenere la licenza del marchio INTERSPORT (il gruppo d’acquisto piu’ importante nel mondo) per l’Italia
- rifondare una nuova struttura Intersport partendo dalla “vecchia” Union Sport, acquisire centinaia di nuovi affiliati, fare contratti con nuovi fornitori e crescere esponenzialmente nei ricavi e nei margini aziendali
- sviluppare economie e sinergie negli acquisti, nelle vendite e nei servizi tra Cisalfa e Intersport, diventando così l’interlocutore di gran lunga più rilevante nel mercato nazionale e uno dei più importanti a livello europeo
I punti 1) e 2) erano già una realtà, ma mancava a quel punto un tassello importante, la persona giusta e di piena fiducia per l’imprenditore, che avesse le capacità, la determinazione e la volontà di completare il progetto nelle fasi 3) e 4), fondamentali per il successo dell’operazione. Fui molto lusingato dal fatto che avessero anche solo per un momento pensato a me per quella posizione; prima di allora ci incontrammo solo quella volta a Monaco e forse la mia strategia fu davvero vincente, soprattutto perché loro hanno potuto apprezzare e vedere in me delle potenzialità interessanti su cui investire.
Nelle settimane successive ci furono altri incontri, due o tre, dove non si parlò mai di soldi e di remunerazione; in quel momento la cosa più importante era capire bene il contesto lavorativo, le aspettative dell’azienda, i limiti della struttura, le reticenze del personale operativo e del management, le autonomie decisionali, i budgets ecc. ecc. Ogni incontro iniziava alle 15.00 circa del pomeriggio e finiva non prima delle 20.00, spesso erano le 21.00 di sera. Io ero conscio di cosa si parlasse, conoscevo bene Union Sport, il suo management, gli affiliati e anche Cisalfa e sapevo che l’operazione era tutt’altro che una passeggiata. Il quadro che ne venne fuori alla fine di questi incontri fu tra i più controversi; volendo usare una metafora un po’ colorita, io mi sarei trovato come un pollo in pentola su un piano di cottura con tutti e quattro i fuochi accesi e desiderosi di cuocermi a dovere:
Gli affiliati: sarei stato l’uomo Cisalfa che avrebbe gestito Intersport a esclusivo vantaggio di Cisalfa e a loro totale discapito
I fornitori: stanchi delle promesse non mantenute nel passato da Union Sport e timorosi della crescita eccessiva di Cisalfa, avrebbero preteso concretezza nei volumi e nei pagamenti, ostacolando comunque l’attività del gruppo, fumentando malumori alla base per mezzo delle loro reti vendite
La struttura: poco disposta a cambiare modo di lavoro, soprattutto il middle management e il top management. Le tensioni dovute alla necessità di sostituire molte persone per adeguare le competenze e le professionalità alle mutate esigenze dell’azienda; basti solo pensare ad esempio all’internazionalizzazione dovuta a INTERSPORT e alla necessità di conoscere da parte di molti di loro almeno l’inglese, se non anche il tedesco.
Cisalfa: che avendo investo soldi, risorse e tempo, si aspettava una ritorno anche economico che remunerasse quel rischio imprenditoriale sostenuto nel progetto, senza dover necessariamente allineare a tutti i costi le sue condizioni commerciali e le sue politiche sul sell out, a quelle degli affiliati INTERSPORT.
Ultimo punto, di carattere personale ma non per questo meno importante, anzi, avrei dovuto lavorare stabilmente a Bologna, con gli ovvi problemi di trasferimento che nel passato avevo conosciuto molto bene sulla mia pelle e su quella della mia famiglia.
Con questi presupposti affrontai i due incontri conclusivi relativi alla definizione dell’inquadramento contrattuale, economico e dei benefits. Ero molto determinato, conscio di quello che mi sarebbe aspettato e devo dire che entrambi (io e Cisalfa) avevamo deciso che eravamo fatti uno per l’altro; io piacevo a loro e loro piacevano a me, il progetto mi entusiasmava e mi sentivo la persona giusta per poterlo portare a termine con successo, anche se ogni tanto mi affiorava qualche sensazione di paura.
Fu dura trovare un accordo perché era uno di quei matrimoni che ormai avevamo deciso di fare ma che richiedeva i giusti investimenti da ambo le parti, finchè, in una fresca serata di fine giugno, alle 10.00 di sera ……. fumata bianca ………. il 1° settembre si comincia !!!!!!!!!!!!
Il mio primo giorno di lavoro in Intersport lo passai sempre con Marco a Bologna; come prima cosa andammo dal notaio in centro dove venne formalizzato un atto notarile che mi dava nei fatti le deleghe e i poteri necessari allo svolgimento della mansione di Direttore Generale e quindi alla gestione dell’azienda. Già questo fu per me un primo passo importante, non ero abituato a gestire anche aspetti formali di questo tipo e capii che stavo entrando in una sfera diversa, non ero più il direttore vendite di un’azienda, che si occupava di commerciale e nient’altro, ma avrei dovuto gestire amministrazione, logistica, contabilità, sviluppo prodotto, insomma dovevo saper diventare un tuttologo, cioè uno di quelli che sa un po’ di tutto.
Rientrati in sede ci fu il primo incontro con l’altro amministratore delegati (GM), il primo era Marco che seppur non operativo in azienda era quello che nei fatti tirava le fila, essendo espressione dell’azionista di maggioranza. Il benvenuto ci fu, anche se un po’ a denti stretti, essendo il mio ingresso comunque motivo di maggior condivisione della gestione e delle decisioni che fino ad allora GM aveva preso con maggiore autonomia. Che le cose stavano cambiando GM lo sapeva molto bene, ancor più se si pensa che fino a pochi mesi prima, cioè quando Cisalfa non era ancora azionista di Intersport, lui gestiva e decideva tutto, essendo i vecchi proprietari figure praticamente inesistenti come azionisti e a malapena attivi come associati. Il primo passo fu quello della nomina dei due amministratori delegati e il secondo quello dell’inserimento del direttore generale, cioè io, che per di più, per avere la piena autonomia decisionale e operativa, riportavo direttamente al consiglio d’amministrazione dell’azienda e non ai due a.d., come di solito avviene.
Tutti gli uffici operativi erano al 1° piano, mentre l’ufficio di GM e della sua assistente erano al piano terra, vicino all’ingresso. Marco decise che per “facilitare l’integrazione delle nostre funzioni”, sarebbe stato opportuno che anch’io avessi il mio posto di lavoro nello stesso ufficio e che Lucilla divenisse l’assistente di entrambi. Da un punto di vista tecnico la scelta era ineccepibile, anche se personalmente GM non l’avrebbe mai presa; meglio, molto meglio, inserire il direttore generale al 1° piano insieme alle persone operative dell’azienda …..
Comunque era un punto già deciso e così GM iniziò a liberare suo malgrado un piccolo scrittoio molto bello ma piccolo; non ci stavo neanche sotto con le gambe, che dovevo tenere perennemente rannicchiate e il piano di lavoro mi ricordava molto quello di un banco di scuola delle elementari. La disposizione finale quindi prevedeva in fondo alla stanza GM con la sua scrivania transatlantica perennemente allestita su un lato con un grande vassoio stracolmo di Ferrero Rocher, Mon Cherì, Baci Perugina, Pocket Coffe, caramelle varie ….. , e dall’altro un vassoio altrettanto addobbato con essenze ed aromi di vario tipo e genere che se solo chiudevi gli occhi un momento, ti trasmettevano l’impressione di essere in qualche vecchio mercato indiano. Di fronte a lui, sul lato opposto della stanza, c’era la scrivania di Lucilla, stessi mobili anche se di dimensioni piu’ umane, diciamo una scrivania di circa 180/200 cm di larghezza e un allestimento più sobrio, con computer, centralino, stampante, fotocopiatrice ecc. Sul terzo lato della stanza, c’ero io, come loro con le spalle rivolte al muro, posizionato esattamente al centro; guardando a destra vedevo Lucilla e guardando a sinistra vedevo GM; il mio piano di lavoro era la metà di quello della nostra assistente e un quarto di quello di GM !!!!!!!!!!! La forzatura per farci stare tutti nello stesso ufficio era evidente, ma con il senno del poi devo dire che Marco aveva ragione e che quella scelta si rivelò più che corretta.
L’ultimo atto formale per concludere quel mio primo giorno di lavoro, fu la presentazione ufficiale ai dipendenti e anche su questo Marco aveva le idee chiare: convocarli tutti insieme e fare una presentazione unica. Ecco allora che GM diede istruzioni al magazziniere di allestire in magazzino, non ho mai capito perché proprio lì, un piccolo palco su delle pedane e una platea di sedie, tante quanti erano i dipendenti presenti quel giorno. La scena era davvero buffa, in mezzo a scaffali, scatoloni e muletti, ci trovammo io e Marco seduti su due sedie in ferro da giardino di colore verde e di fronte tutti i dipendenti, circa 25 che aspettavano di sentire cosa aveva da dire GM e ovviamente mi squadravano dalla punta dei piedi fino alla testa. GM si prodigò a presentarmi a tutti, argomentando i motivi della mia assunzione, gli impegni sempre più rilevanti ai quali lui era chiamato e che inevitabilmente rendevano necessaria la presenza di qualcuno che si occupasse operativamente dell’azienda, insomma spiegò in modo molto accorato ed esaustivo come e perché lui mi aveva voluto in azienda. Sia io che Marco eravamo seduti e ad ascoltare e guardavamo le facce dei dipendenti, per lo più a me sconosciuti, che ascoltavano con attenzione quanto veniva detto. I più anziani e smaliziati però vedevano ben al dì la della parole di GM, ricordo Stufy (così veniva chiamato affettuosamente Stefano perché sbuffava ogni volta che gli chiedevano di fare qualcosa) che stava lì in silenzio, in un angolo ad ascoltare, con gli occhi spalancati quasi a dire “ma cosa stà dicendo ??? sono tutte balle !!! GM non avrebbe mai voluto condividere niente !!!” Al termine conclusi io con un mio breve intervento di presentazione, dove ricordo come cercai di applicare le regole imparate in P&G per un’efficace presentazione in pubblico: voce pacata, guardare a rotazione tutte le persone cercando la loro attenzione e il loro assenso, usare il linguaggio del corpo, sorridere, trasmettere sicurezza, non avere paura di fare una pausa (meglio pensare bene a cosa dire anziché affannarsi a parlare, magari dicendo cose poco sensate o che non rimangono impresse alla platea) ……
Nei giorni successivi iniziò un lavoro attento e minuzioso per capire bene quale fosse la reale situazione in azienda, molte persone si dimostrarono fin da subito estremamente disponibili nei miei confronti, mentre altre ostacolarono il flusso d’informazioni verso di me, in modo più o meno evidente. Ogni giorno saltavano fuori cose nuove: modalità di gestione, spese, scelte commerciali, favoritismi e penalizzazioni nella gestione del personale, coinvolgimento inopportuno di affiliati nelle attività della centrale ecc. ecc., tutte cose di cui la proprietà, non essendo costantemente presente in azienda, non ne era a conoscenza.
Con il passare del tempo iniziarono a delinearsi sempre di più, come in un mosaico che prende forma ad ogni pezzo che viene aggiunto, i due schieramenti, uno a favore della gestione storica e l’altro invece desideroso di un cambiamento radicale; ogni persona si collocava in una o nell’altra parte, anche senza esprimerlo direttamente.
L’unica figura “ambigua”, nel senso buono del termine, era Lucilla, la “nostra” assistente che fino ad allora era stata l’assistente di GM. Io la conoscevo già da quando ero fornitore, spesso avevo avuto a che fare con lei per fissare appuntamenti, effettuare modifiche ai contratti o gestire altre attività operative e devo dire che mi ero sempre trovato bene; mi piaceva molto come persona, nel suo modo di fare, per come si esprimeva e anche come donna. Lucilla era originaria di Campobasso, ma già da un po’ di anni abitava e lavorava a Bologna dove si era trasferita per cercare lavoro appoggiandosi inizialmente al fratello che già viveva nella città Emiliana. Era considerata una delle storiche di Union Sport, GM l’aveva assunta già parecchi anni prima e l’aveva formata praticamente da zero. I maliziosi dicevano che ci fosse, o ci fosse stata anche una relazione sentimentale tra loro, in quanto lei era molto giovane, carina e single, mentre lui aveva uno spiccato punto debole per il gentil sesso. Anch’io all’inizio ne ero convinto, ci avrei scommesso, avevo saputo che GM se l’era anche portata al seguito in alcuni suoi viaggi di lavoro all’estero, a Parigi e penso anche in altre città europee e quindi, facendo 2 + 2 ……
Invece non era così, più passava il tempo e più mi accorgevo e apprezzavo le sue grandissime doti personali e professionali, fu così brava ed abile al punto di diventare l’unica persona talmente equilibrata che, pur non schierandosi pro o contro di me, mi ispirava una fiducia totale. Pur avendone la possibilità, essendo stata la persona da sempre più a contatto con GM, in quattro anni non mi diede mai un accenno a niente di quello che sapeva su di lui, non ne sparlò mai, sempre rispettosa del proprio superiore anche nei momenti più delicati. Questa per me era una garanzia in quanto ero certo che anche nei miei confronti si sarebbe comportata nello stesso modo un domani, magari quando io avrei lasciato Intersport.
Lucilla era l’unica persona per la quale io sentissi un feeling così completo e totale, sotto tutti i punti di vista:
Era una ragazza intelligente, colta e volenterosa, sempre attenta alle evoluzioni e desiderosa di imparare e crescere.
Era una assistente perfetta (almeno quando era la mia assistente); fidata al 100%, precisa, puntuale, attenta, discreta, capace di sostituirmi e di alleviare i miei carichi di lavoro in modo considerevole
Era una persona che sapeva vivere bene in tutti i contesti, personali e professionali, dando il meglio di sé e sapendo cogliere il meglio da tutte le situazioni.
Era una credente convinta che cercava di mettere in pratica tutti i giorni, nella vita quotidiana, le cose e gli ideali nei quali credeva; avendo sempre una accesa attenzione al rispetto delle differenze e delle altre persone in generale.
Nel tempo era diventata per me un’amica sincera e leale, che sapeva scindere bene l’amicizia dalla più semplice e banale conoscenza, comportandosi caso per caso nel modo più appropriato e consono alla situazione.
Volendo sintetizzare tutte queste sue caratteristiche in una sola parola, penso di poterla definire una donna INTENSA !!! Nella mia vita ho conosciuto molte persone, ma nessuna, mi aveva mai colpito nel suo insieme come lo ha fatto lei. C’e’ chi eccelle per bellezza fisica, chi per intelligenza, chi per profondità di sentimenti, chi per professionalità; molte persone possono colpire per qualcosa ma poche, pochissime, sono dotate di un mix così entusiasmante di positività !!!!!
A noi bastava guardarci per capire cosa volevamo dirci, la parola era un accessorio utile ma non indispensabile. Un giorno Lucilla mi disse che tra noi c’era una “bella complicità” che ci permetteva una intesa perfetta. Penso spesso a come sia stato possibile che in quattro anni non abbiamo litigato praticamente mai; ciò è molto difficile, è come fare 0 al totocalcio, cioè quasi impossibile !!!!
Nei sei mesi in cui io e GM lavorammo gomito a gomito, lei subì le maggiori pressioni possibili, trovandosi suo malgrado sempre tra l’incudine e il martello, cioè io che gli assegnavo dei compiti da eseguire e GM che gli dava prontamente dei contrordini diversi. Spesso quando io ero fuori azienda, venivo a sapere che avvenivano delle sfuriate nel nostro ufficio tra loro, con urla che si sentivano fino al piano superiore. Al mio rientro dovevo poi approfondire cosa fosse successo, rimettere i “puntini sulle i” e ristabilire i corretti equilibri. Successivamente mi confidò che quella situazione così difficile che si era creata in quel momento in azienda, si ripercosse pesantemente anche sulla sua vita privata, mettendo a rischio una sua relazione che con molte difficoltà si era creata.
Il lavoro con GM proseguiva giorno dopo giorno, io cercavo di capire come venissero gestite le cose, quali fossero i metodi e i criteri decisionali e ogni giorno scoprivo qualcosa di nuovo, qualche gestione troppo “personalizzata” non certo condivisibile. Lui mi diceva le cose, ma a singhiozzo e senza un capo e una coda, quasi a volermi dire qualcosa (perché doveva), ma non tutto quanto mi fosse necessario per svolgere poi le mie mansioni.
Io in questo mantenevo un atteggiamento sempre molto pacato e mi sforzavo di capire, perché per me era la cosa indispensabile…., dovevo prima capire e poi avrei potuto agire. Stavo molto con le persone, mi facevo spigare cosa facevano, perché lo facevano in quel modo, le loro relazioni con colleghi, capi e affiliati, le loro aspettative e frustrazioni lavorative, insomma cercavo di avere una visione d’insieme. Giorno dopo giorno entravo sempre di più nei meccanismi e capivo le logiche, spesso contorte, che regolavano la vita aziendale. La netta sensazione che avevo era quella di essere al “Grande Fratello”, sotto un occhio discreto ma sempre vigile che mi osservava e studiava tutte le mie mosse; GM era sempre informato di tutto, sapeva cosa facevo, cosa chiedevo, dove andavo e come mi muovevo e interveniva solo quando superavo il limite. Questa cosa mi dava molto fastidio ma non riuscivo a influenzarla, c’era una rete di relazioni troppo fitta per essere smantellata così velocemente: Marcella, la responsabile acquisti, era la sua compagna – la sorella di Marcella era la responsabile del prodotto abbigliamento – Miriam era una sua carissima amica e compaesana e si occupava di tutta la gestione amministrativa e finanziaria – l’uomo prodotto del magazzino al pronto era un affiliato a cui GM era da sempre molto legato, nonché essere uno dei vecchi soci fondatori ed oggi rappresentante della minoranza. L’unica cosa che potevo fare in quel momento era “fare quello che era giusto per l’azienda”, potendo così sostenerlo con forza e decisione, limitando le mie relazioni alle sole persone di cui potevo cominciare a fidarmi.
Lavoravo intensamente dalla mattina presto fino alla sera inoltrata e sempre di più mi rendevo conto di come GM avesse fatto la bella vita, scoprendo anche che però non era poi così ben visto da molte più persone di quanto avessi creduto in un primo tempo:
In Intersport International era visto da tutti come il tipico italiano, facilitane, inaffidabile e sempre in ritardo; capace di risolvere i problemi solo tamponando con soluzioni di breve periodo.
I dipendenti sapevano e vedevano che faceva la bella vita, che aveva dei favoritismi e che gestiva tutte le cose con molta superficialità, colpevolizzando poi i propri collaboratori quando le cose non andavo come avrebbero dovuto.
Alcuni fornitori lo adoravano e altri non potevano sopportarlo, per il suo modo di gestire le cose, la sua abilità di vendere fumo anche dove di sostanza ce n’era davvero poca, la sua poca concretezza nel produrre risultati.
Anche molti affiliati la pensavano un po’ allo stesso modo: molta immagine e poca sostanza. Concetti peraltro rafforzati dai suoi comportamenti poco incuranti di uno stile e di una forma che secondo me sono doverosi in un contesto imprenditoriale. L’azienda era un suo deposito di mobili, ci custodiva lo scooter, si presentava al lavoro accompagnato da un piccolo cane, peraltro poco simpatico, che stava a fianco alla sua scrivania e che ogni tanto portava fuori a fare pipi.
Tutto questo mi dava forza e coraggio, perché capivo che bastava fare le cose giuste affinché tutti nel tempo le avrebbero capite ed apprezzate, anche chi inizialmente mi dimostrava ostilità aperta.
Ricordo un associato, Pettinelli di Mestre, che durante uno sfogo, tanto inopportuno quanto inutile, durante una telefonata con Lucilla Le disse che l’azienda avrebbe fatto meglio a comprare un secondo fax invece di pagare così profumatamente il Direttore Generale (cioè il sottoscritto).
Ricordo di uno dei primi viaggi per un meeting in Intersport International a Berna, dove andammo con la sua macchina, una potentissima Volvo V70 T5, un duemila turbo a benzina da 4 km al litro, dove andammo accompagnati dal suo fido cane. L’arrivo a Berna fu ovviamente in ritardo, entrammo nella sala riunione e lui si atteggiava come fosse un divo, salutando tutti con tono deciso e quasi autoritario. Si leggeva il forte disappunto nei freddi occhi dei top manager svizzeri e dei colleghi degli altri Paesi che magari, per essere li puntuali erano partiti il giorno prima dai rispettivi Paesi. Al rientro ricordo l’aneddoto divertente di quanto, viaggiando a velocità sostenuta, cioè oltre i 200 km/h, il cagnolino se ne stava comodamente sdraiato sul lunotto termino posteriore, fino a quando, d’improvviso GM dovette fare una brusca frenata e il cane, come fosse una pallina da tennis, fu scaraventato direttamente dal lunotto posteriore a sbattere sul vetro del lunotto anteriore, giusto in mezzo tra me e GM. GM cominciò a urlare allo stupido cane di spostarsi, che non vedeva niente….., un vero spasso.
Giorno dopo giorno i contrasti con GM aumentavano, lui sempre più contrario alle mie decisioni da un lato e sempre più assente dall’azienda dall’altro. Così mi trovavo da solo a gestire tutto, con in più lui pronto a fare ostruzionismo su qualunque cosa. L’astuzia poi era quella di agire a volte direttamente alla luce del sole, ma per lo più in modo velato e sottile per tramite di sue persone fidate che mandava ad ostacolare le decisioni creando problemi, difficoltà operative e malumori.
Quando si dibatteva poi di cose importanti, Lui era solito convocare un consiglio d’amministrazione: una volta per un richiamo formale sui miei comportamenti, un’altra volta perché lui si sentiva bypassato, un’altra volta per chissà che motivo. Ogni riunione del CdA era una vera comica, essendoci 4 su sette consiglieri di espressione Cisalfa, era ovvio che tutte le decisioni venivano prese in funzione delle volontà di Cisalfa stessa e questo lui, stranamente, ci mise un bel po’ a capirlo e continuò imperterrito a convocare riunioni del CdA, 7 in soli 6 mesi. Alla fine però capì che era una mossa inutile, anzi controproducente e desistette dal proseguire in quella direzione.
Alcuni mesi trascorsero e io pian piano stavo cercando di inserire in azienda persone di mia fiducia, tra cui Stefano Venturini come responsabile amministrativo, che di fatto duplicava il ruolo di Miriam e Donatella Barbini come assistente alla sorella di Marcella nella business unit dell’abbigliamento. Furono due ingressi importanti in quanto mi permisero di presidiare dal di dentro due funzioni chiave in azienda, quella amministrativa e quella del prodotto.
Ovviamente entrambe le persone sapevano esattamente lo stato delle cose e le possibili evoluzioni future, diversamente non avrebbero potuto resistere in un ambiente con tali contrasti interni se non avendo chiare prospettive di come le cose sarebbero cambiate di li a poco.
I primi miglioramenti si videro da subito, Stefano e Donatella si inserirono molto bene e svolgevano il loro ruolo con efficacia, pur barcamenandosi tra mille problemi. Soprattutto Donatella che essendo di fatto subordinata a Patrizia (sorella di Marcella), aveva ambiti di manovra volutamente molto ristretti. Io cercavo di mantenere tutti motivati e carichi, fiduciosi che le cose sarebbero cambiate, cercando di dare loro segnali concreti per quello che potevo effettivamente fare.
Furono proprio questi segnali, scarsi nella quantità e nella qualità, che divennero la famosa goccia che fece traboccare il vaso. Era il gennaio 1999 al MIAS invernale, la fiera di settore che si teneva a Milano, quando dopo una cena mi ritrovai nella hall dell’albergo con Donatella a chiacchierare comodamente seduti in un salottino. La vedevo nervosa, poco serena e turbata, cercavo di stimolarla per capire cosa le causasse quello stato d’animo, finchè, d’un tratto scoppiò in uno sfogo liberatorio. Iniziò senza indugi a dire che tutto andava per il verso sbagliato, che in azienda niente cambiava, che le scelte importanti venivano sempre prese dalle solite persone e che la direzione in cui si stava andando era sempre più quella di un loro rafforzamento, con ovvi problemi per tutte quelle persone che si erano in qualche modo schierate dalla mia parte.
Fu uno sfogo liberatorio quello di Donatella, che però mi aprì gli occhi evidenziandomi una situazione che si stava pian piano incancrenendo, che invece di evolversi al meglio si stava involvendo su se stessa e io allo stesso modo, sempre più coinvolto a gestire problemi operativi che non mi lasciavano spazio per le cose realmente importanti, quelle che dovevano fare la differenza. Fu uno sfogo chiarificatore che mi aiutò a capire e a rendermi conto che era arrivato il momento di dare una svolta drastica, di avere una presa di posizione che avrebbe dovuto sbloccare definitivamente le cose, con tutto quello che questo avrebbe comportato. Ringraziai Donatella di quanto mi disse e le chiesi ulteriore fiducia perché in breve tempo Le avrei dimostrato che saremmo arrivati al dunque e certe ingiustizie sarebbero finalmente finite. Le venne naturale ed immediato riconfermarmi quella fiducia già data in passato e quel segnale per me divenne come un impegno morale al quale non potevo venire meno.
Riflettei a lungo quella notte su cosa fare, su che mossa compiere per dare un segnale forte all’organizzazione e a GM; doveva essere un qualcosa di sostenibile ma al tempo stesso dirompente. L’idea mi venne molte ore dopo, ma più ci pensavo e più mi piaceva, era come toccare nel vivo quello che ognuno di noi ha più caro e cioè l’orgoglio.
Decisi di entrare in azione pochi giorni dopo, ero a Monaco con GM e tutti i nostri collaboratori, compresi Marcella, Patrizia e Donatella. Durante la fiera chiamai GM e Marco Giunta, chiedendo loro di incontrarli per una cosa urgente; ci vedemmo dopo qualche ora in un self service, mangiando qualcosa insieme. Li comunicai loro che avevo deciso di invertire i ruoli di Patrizia e Donatella in quanto ritenevo che detta inversione rispecchiasse esattamente le caratteristiche, capacità e potenzialità delle singole persone. Potete ben immaginare la reazione di GM a una simile decisione sulla quale lui dissentiva totalmente adducendo motivi che poi di concreto avevano ben poco. Dall’altra parte Marco Giunta, che aveva ben capito a cosa miravo, condivise in pieno l’idea, anche se pur a titolo “conoscitivo” in quanto quel tipo di intervento era già nelle mie facoltà e non serviva nessun tipo di autorizzazione congiunta o disgiunta dei due amministratori delegati.

Da quel momento in azienda cominciarono a cambiare tante, tantissime cose. Giorno dopo giorno si vedeva crescere un gruppo di persone, quelle presenti da tempo iniziarono a rivivere il lavoro con nuovi stimoli e voglia di fare, moltissimi nuovi assunti portavano linfa nuova, entusiasmo ed energia a un team che diventava sempre più affiatato e coeso per il raggiungimento degli obiettivi aziendali. La gestione di Cisalfa si respirava tanto, molto diversa da quella di Intersport; da noi si lavorava sodo ma non c’era quella tensione diffusa creata dal management e soprattutto dagli atteggiamenti spesso istintivi e a volte anche incoerenti della proprietà. In Intersport la mia attività di filtro funzionava molto bene, i dipendenti si sentivano protetti e sapevano che il mio stile di management li avrebbe tutelati e dall’altra parte Cisalfa mi lasciava fare, potendo constatare che i risultati arrivavano.
I miei contatti con Marco Giunta erano quotidiani, in Cisalfa ci prendevano in giro dicendo che eravamo come due amanti, ci sentivamo sempre dopo le 10.00 di sera e cioè quando entrambi potevamo stare un po’ al telefono senza l’assillo dei tempi. Ci aggiornavamo sugli accadimenti del giorno in entrambe le aziende, situazioni con i fornitori, problemi di rapporti tra i dipendenti di Intersport e Cisalfa, strategie future e quant’altro. A ogni problema trovavamo la soluzione migliore per il bene generale dell’azienda, stabilivamo dei piani d’intervento e dei feedback successivi; eravamo come due orologi svizzeri che si sincronizzavano al secondo per poi essere perfettamente allineati e l’indomani rappresentare sempre e comunque la stessa ora anche se a distanza di centinaia di chilometri. Io penso che il rapporto professionale avuto con Marco Giunta sia stato uno dei più completi e formativi che abbia mai avuto nella mia esperienza professionale e penso che anche dal suo punto di vista lui abbia trovato in me, come in pochi altri, doti e certezze di competenza, professionalità, elasticità, capacità relazionali e soprattutto affidabilità.
Marco Giunta è sempre stato per me il manager quasi perfetto: grande concretezza nella gestione delle cose, capacità organizzative nella gestione del suo tempo e di quello degli altri, focalizzazione sulle cose importanti e sulle decisioni che fanno la differenza, attenzione alla valorizzazione degli elementi chiave in azienda, grande determinazione e capacità di influenzare gli eventi, spiccate competenze tecniche concrete e capacità di veloce apprendimento di quelle essenziali in nuovi ambiti. Queste sono le sue doti e le sue capacità più spiccate alle quali ho sempre cercato di attingere e trarre esperienza a vantaggio della mia formazione manageriale. L’ho definito un manager “quasi perfetto” in quanto l’unico neo che ho sempre riscontrato nel suo modo di essere è forse quello di “tirare troppo la corda” in linea generale nella gestione dei dipendenti, a tutti i livelli, ma soprattutto con chi svolge attività più operative. Io invece credo che da tutti dobbiamo sforzarci per ottenere il massimo e quindi tutti devono essere incoraggiati, formati, stimolati, gratificati e anche ripresi quando serve, ovviamente dando ad ogni cosa, persona e funzione il giusto peso.
Dai primi mesi del 1999 fino alla fine del 2001 sono passati tre anni fantastici, fatti di grande impegno, soddisfazioni enormi, nuove amicizie, gratificazione degli affiliati, stima e rispetto dei fornitori ma soprattutto sono stati i tre anni in cui si è costruito un grande team, fatto prima di tutto da persone unite e affiatate tra loro, pronte ad aiutarsi e fare squadra in tutti i momenti ove ciò fosse necessario. Gli aneddoti e i ricordi di quei tre anni sono tantissimi, innumerevoli, belli, brutti, divertenti o difficili, ma tutti ancora ben impressi nella mia mente e pieni di significati:
MASSIMO COLOMBATI: Già da subito in azienda si sentiva la necessità di strutturare un reparto marketing con una persona che avesse delle competenze tecniche in quell’area e soprattutto che potesse lavorarci dedicata a tempo pieno in quanto fino ad allora tutte le iniziative erano state gestite in prima persona da GM. Risultava molto difficile trovare il candidato ideale in quanto se andavi su un giovane inesperto ne avresti dovuto pagare le conseguenze fino a che la sua formazione non si fosse consolidata. Dall’altra parte per avere un candidato con esperienze già acquisite era necessario prima di tutto essere disposti ad investire maggiori risorse economiche e in secondo luogo sarebbe stato abbastanza arduo attrarre persone di spessore in quanto non c’era niente di consolidato ma tutto andava creato ex novo. Uno dei modi migliori per reperire dei nominativi era quello di spargere la voce nel settore, parlandone con i direttori vendite e i responsabili delle aziende, nella speranza che arrivasse la segnalazione della persona giusta o che il nostro messaggio di ricerca arrivasse nella scrivania di qualcuno desideroso di provare questa nuova esperienza. Fu così che un giorno, parlando con l’amico ed ex collega Alberto Galvan, allora direttore vendite Italia di Think Pink, mi disse che forse aveva una persona da segnalarmi, non propriamente proveniente dal settore ma comunque con un ottimo background scolastico e a suo dire anche con valide potenzialità. Il curriculum si presentava molto bene e sulla carta le potenzialità c’erano, anche se a quel momento gestiva delle attività per una associazione di assicuratori il che mi dava da pensare che non facesse niente di consistente o quanto meno che fosse alle dipendente di una istituzione para statale o qualcosa del genere.
Il primo colloquio lo facemmo a Bologna e l’impressione fu positiva: persona preparata, colta, entusiasta, con una buona presenza e loquacità. Gli unici suoi due limiti erano l’inesperienza di settore di cui ho accennato prima e il fatto che fosse, se così possiamo dire, “bocconiano”, cioè un po’ troppo fighetto o leccato per immaginarmelo alla gestione anche molto operative a cui noi eravamo abituati. Il secondo colloquio lo facemmo in un ristorante di Bologna, a sera tarda, lui arrivando da Milano in treno ed io dopo una giornata piena di impegni. Mangiammo qualcosa insieme e si creò da subito quel feeling di due persone che avrebbero lavorato bene insieme e quindi decisi di assumerlo e “rischiare” puntando sulle sue potenzialità piuttosto che sulle sue esperienze.
Il primo giorno, come prima cosa lo presentai a tutti i colleghi e gli feci vedere tutti gli uffici e anche il magazzino dove c’era anche tutto il materiale promozionale accatastato lì alla rinfusa un po’ da tutti. Lui pieno di dinamismo e voglia di fare disse “bene, ho proprio voglia di un bagno d’operatività” ed eccolo subito accontentato, l’indomani mattina era già operativo in magazzino a rimettere a posto tutti i suoi materiali, vecchi e polverosi e spesso abbandonati la da una marea di tempo. Durante questa sua attività iniziale, veniva spesso in contatto con i magazzinieri di cui ascoltava i discorsi: “prendi quel bancale e spostalo la”… “scarica i bancali dal camion” ….. “cerca il bancale con gli shoppers” ……, finché arrivò un giorno in cui si decise e prese coraggio. Dopo una attenta analisi e valutazione, ma soprattutto andando per esclusione, era arrivato alla conclusione che “il bancale” doveva essere quel coso rettangolare fatto in legno sopra il quale ci si appoggiano le merci , ma dovendone avere assoluta certezza si rivolse ad un magazziniere e chiede “ma il bancale è quello la?” Potete immaginare la reazione, pensando a una persona che aveva studiato per tanti anni, frequentando una delle più rinomate università italiane, che non era in grado di riconoscere cosa fosse un bancale.
A parte questi eventi folkloristici l’apporto di Massimo in azienda fu per me determinante. Io troppo schematico, abituato a guardare i numeri e assolutamente poco creativo e fantasioso, mi incontravo con lui, pieno di idee, stimoli, iniziative, che cercava sempre di supportare con dati di fatto, su studi preventivi. Da questi incontri ne usciva quasi sempre un giusto mix di idee e progetti efficaci e anche concretamente implementabili. Io cercavo di non limitarlo troppo perché mi sembrava di voler usare la mia autorità per mozzare idee valide che io non riuscivo a ritenere tali, ma forse per la mia forma mentis un po’ troppo inquadrata su schemi tradizionali.
Una delle sue grandi passioni erano le iniziative di co-marketing e un giorno era impegnato a pensare a qualcosa per promuovere nei negozi il marchio privato Firefly di Intersport. La difficoltà tipica di quei contesti era che si voleva sortire un effetto comunicativo avendo a disposizione risorse molto limitate. Una mattina si presentò nel mio ufficio con un’idea stupenda (a suo dire) però mi preallertò anche sul fatto che avrei dovuto fare uno sforzo maggiore del solito per capirne le varie sfaccettature e soprattutto potenzialità. L’idea era di distribuire nei punti vendita dei preservativi (ottenuti gratis in co-marketing da un produttore che voleva promuoverne un nuovo tipo), costruendoci attorno una storia di fumetti ambientata con personaggi legati al mondo di Firefly. “Immagina quante cose avremmo da dire, ne parlerebbero tutti, redazionali a volontà e tutto a costo quasi nullo”, questo mi continuava a dire per convincermi dell’originalità e della bontà dell’iniziativa. Sull’originalità non avevo dubbi, sulla bontà però l’avevo, ma in qualche modo bisognava decidere e così pensai di chiedere un parere anche a Marco Giunta, coinvolgendolo nella decisione. Lui sembrava più sicuro di me e così decidemmo di implementare il progetto. Lo sviluppo dei materiali e la qualità delle presentazioni di Massimo agli associati furono al top, le reazioni invece furono molto contrastanti e comunque in generale poco positive: chi era tiepidamente favorevole al progetto e chi indignato si rifiutava categoricamente di far diventare il suo punto vendita un distributore gratuito di preservativi. E così mi trovai per mesi a dover discutere di questa iniziativa con gli associati e ancor di più con i clienti che in alcuni negozi si lamentarono dell’iniziativa. Ciliegina finale sulla torta fu il totale dissenso che ebbe Vincenzo Mancini sul progetto e che a cascata espresse, a suo modo, con Marco, con me e con Massimo.
A parte questi slanci creativi devo ancora oggi ringraziare Massimo per la qualità del suo apporto alla crescita dell’azienda e delle persone che in essa lavoravano, grazie al suo equilibrio, alla sua professionalità e alla credibilità che si era guadagnato nei confronti dei colleghi.
RIASSUNZIONI E DIMISSIONI GRADITE: Francesca era una ragazza che avevo assunto inizialmente per ricoprire il ruolo di centralinista, ruolo dal quale è stata poi spostata per fare da assistente al business unit manager dell’attrezzo. L’ho sempre definita “un diesel”, da lei non ci si poteva aspettare nessuno sprint entusiasmante, ma era una persona seria, superaffidabile, volenterosa e in fondo ci arrivava sempre e comunque. Un giorno si presentò nel mio ufficio comunicandomi che, anche se a malincuore, aveva deciso di lasciare l’azienda, avendo trovato un’occupazione molto più vicina a casa. Cercando di approfondire meglio i motivi del cambiamento, mi resi conto che in effetti c’era solo l’opportunità di avvicinarsi, ma avevo l’impressione che avesse deciso con troppa fretta, senza soppesare adeguatamente altri fattori importanti nella scelta di un nuovo lavoro. Mi aveva anche insospettito il fatto che fosse stata assunta già nel primo colloquio, un po’ troppo frettolosamente per i miei gusti. Visti i vani tentativi per trattenerla, la ringraziai per la collaborazione prestata e le dissi che in caso di problemi, da noi in Intersport per lei la porta era sempre aperta.
Tutto ciò accadde il venerdì e smise il giorno stesso; il martedì sera, ricevetti una email di Francesca dove chiedeva di parlarmi e così ci fissammo un appuntamento telefonico per la sera successiva, dopo cena. L’indomani capii da subito che era in difficoltà, disperata per la scelta troppo affrettata che aveva preso, si era ritrovata in un ambiente dove il titolare, lei mi raccontava, usciva dalla cucina di casa sua, in canotta e con tutto il boccone ancora in bocca e urlava ai dipendenti che a suo dire non lavoravano bene. Me la immagino la faccia di Francesca di fronte a simili sceneggiate. Nel raccontarmi questo ed altri aneddoti, scoppiò in un pianto liberatorio, timorosa di aver fatto l’irreparabile essendosene accorta troppo tardi.
Le proposi, se voleva, di far finta di essere stata in ferie una settimana e di riassumerla dal lunedì successivo e lei non credeva alle sue orecchie quando sentì la mia proposta che accettò senza la benché minima esitazione. Fu così che Francesca rientrò al suo posto, super motivata e con una grande energia positiva che ha trasmesso a tutte le colleghe e colleghi, facendo capire loro come l’erba del vicino noi sia sempre più verde e prima di cambiare lavoro bisogna valutare bene tutte le cose, dando ad ognuna il giusto peso.
Una situazione quasi opposta si verificò con Modestino, un ragazzo del sud che si era trasferito a Bologna per lavorare, pur avendo nella sua terra di origine il padre che possedeva una azienda artigianale produttrice di uova di cioccolato. Da quello che lui diceva, aveva scelto di venire a lavorare al nord in quanto non riusciva a instaurare con il padre un buon rapporto, lavorativamente parlando, è quindi aveva deciso di mollare tutto per farsi una vita in piena autonomia.
Una mattina arrivai in ufficio, un po’ più tardi del solito e trovai sulla mia scrivania una busta bianca, chiesi a Lucilla cosa fosse e mi disse “sono le dimissioni di Modestino”; a quel punto mi sedetti, lessi la lettera e poi mi fermai un attimo a riflettere prima di chiamarlo al telefono. Appena prese su la cornetta mi disse “Ahhh ciao Luca…, senti,…. la lettera …, le dimissioni, buttale pure via, sai è stato un momento di rabbia, adesso è tutto a posto”. Io con tono abbastanza freddo gli dissi “non è tutto a posto Modestino, vieni nel mio ufficio che ne parliamo”. E così venne da me e mi raccontò che aveva scritto le dimissioni in un momento di rabbia che ebbe con Enza, la sua collega, con la quale aveva avuto una discussione per chissà che motivo.
A quel punto io gli dissi che non accettavo la rinuncia alle dimissioni per tre motivi:
1 le dimissioni sono una cosa seria, non si danno per istinto o per rabbia
2 ultimamente mi sembrava distratto da cose di cui si occupava quando era in azienda, ma al dì fuori degli impegni di lavoro, forse svolgendo delle attività per il padre
3 cosa più importante, ritenevo giusto, anche per il suo bene, che lui si dedicasse all’azienda di famiglia e che facesse un ulteriore sforzo per appianare i dissapori con il padre
Fu una decisione difficile in quel momento e probabilmente agli occhi di Modestino posso essere sembrato un’opportunista che prendeva occasione da un suo momento di debolezza per espellerlo dall’azienda. In realtà non era così, o meglio, ho colto l’attimo per prendere una decisione che lui stesso avrebbe dovuto prendere da tempo in piena autonomia, ma forse non l’aveva fatto perché era più semplice lasciare le cose come stavano. In realtà, a distanza di anni lui mi fu grato di quella forzatura, aveva iniziato a seguire le attività commerciali per il padre e ogni volta che veniva al nord, passava a trovarci e ci portava quantità industriali di cioccolato.
LOGSPEED: Uno dei problemi più annosi che avevamo in Intersport era il magazzino delle merci disponibili per i riassortimenti al pronto, che impostato come lo era in quel momento non funzionava, per vari motivi. La scelta del prodotto veniva gestita da Andrea Vannini, un ex socio fondatore che pur di staccarsi dal negozio e dalla moglie che lo stressava, veniva a Bologna da Ravenna un paio di giorni alla settimana. In secondo luogo la gestione logistica e dei trasporti era affidata a Saima, un partner esterno dove gestivamo anche tutte le merci degli ordini stagionali programmati. L’inefficienza del servizio nasceva dal fatto che Saima non era strutturata per gestire un flusso di ordini quotidiano da evadere subito e quindi la consegna di un ordine al pronto avveniva mediamente in due settimane, decisamente troppe per questo tipo di servizio.
Pensando a come ristrutturare questo tipo di attività, decisi che erano fondamentali due elementi chiave: la professionalità delle persone e un sistema di compenso strutturato con un meccanismo meritocratico e quindi legato ai risultati. Decisi quindi di contattare Mauro Argazzi, un ex dipendente storico di Union Sport che tutti, colleghi e affiliati, ricordavano in modo molto positivo e avrebbero visto di buon occhio un suo ritorno in azienda. Mauro era andato via prima del mio ingresso in azienda, per dissapori avuti con GM, provando prima un’esperienza fuori settore e andando poi a lavorare come commesso da Fini Sport, un nostro affiliato storico di Bologna, nonché socio fondatore. Ai tempi in cui “condividevo” la gestione con GM, lui aveva già provato a farlo rientrare in azienda, anche se non in quella funzione. Ricordo una sera che entrando in ufficio, loro erano lì che stavano facendo un colloquio, io non lo conoscevo e GM dovette per forza presentarmelo, “questo è Mauro” mi disse “e fra poco tornerà a lavorare per noi”. A me quella decisione così scontata non andava bene, avevo certo sentito pareri lusinghieri su di Mauro, ma non potevo accettare che GM avesse già deciso senza interpellarmi e dicendomelo peraltro in modo casuale e a cosa fatta. Così mi sedetti alla scrivania con loro e iniziando a parlare feci subito una domanda molto diretta “ma lei sa l’inglese ?”. Mauro spalancò gli occhi e borbottando a voce incerta mi rispose “veramente…., no”…., “eh , mi dispiace” risposi io “noi assumiamo solo persone che sappiano almeno l’inglese e preferibilmente anche il tedesco, quindi nostro malgrado non possiamo assumerla”. Mauro fu molto stupito di quella presa di posizione, così contraria alle lusinghe ricevute da GM fino a pochi minuti prima e non capì che in quel momento lui era un pretesto, uno strumento usato per ostacolare un’idea di GM che non aveva ancora capito (o voluto capire) che eravamo entrati in una fase dove le idee e le decisioni andavano quantomeno condivise.
L’idea successiva di ricontattare Mauro era quella di coinvolgerlo, viste le sue riconosciute capacità, nel gestire per conto di Intersport il magazzino del pronto, riconoscendogli una provvigione sulla base del fatturato che avrebbe sviluppato, in modo da renderlo così partecipe alla condivisione dei benefici derivanti dalla crescita del fatturato. Lui fu molto attratto da questo progetto, ma non volendo essere da solo, chiese di coinvolgere in questa costituenda società anche l’amico nonché alla data ancora dipendente di Intersport, Stefano Dal Monte. Io ero molto favorevole a questa ipotesi perché da un lato la gestione veniva fatta da due persone e dall’altro questo nuovo progetto imprenditoriale forse sarebbe stato da stimolo per Stefano che si era un po’ seduto e negli ultimi tempi non brillava di certo per intraprendenza e dinamismo. Basti pensare che i colleghi lo chiamavano affettuosamente Stufy, perché ogni volta che qualcuno gli chiedeva di fare qualcosa, lui borbottava e lamentandosi tirava indietro per non fare quello che gli veniva chiesto. Avvenne così la nascita di Logspeed, società con quote paritetiche di tra Mauro e Stefano che gestiva il progetto del magazzino al pronto per conto di Intersport; si partiva da un fatturato consolidato di soli 800 milioni delle vecchie lire.
L’entusiasmo era alle stelle, tutti davamo il massimo, Mauro si ritagliava sempre più un ruolo di specialista del prodotto e gestore dei rapporti con gli affilati, mentre Stefano si dedicava prevalentemente alla gestione fisica delle merci, sia in entrata che in uscita. Avevamo fissato per il primo anno un minimo garantito come loro monte provvigionale ma che per noi era anche la condivisione di un target da raggiungere affinché quelle provvigioni venissero effettivamente maturate per i fatturati sviluppati e non per la garanzia che comunque quei soldi li avrebbero presi.
Passare già il primo anno da 800 milioni a 5 miliardi era un gran salto, ma ce la potevamo fare. E così giorno dopo giorno, la macchina partì: consegne veloci, nuovi prodotti, nuovo catalogo, ruolo attivo di Mauro nel contatto ai negozi e presenza in campagna vendite; tutti azioni che iniziavano a dare i primi risultati già nel breve periodo. Il mio ruolo era principalmente di coordinamento, di sviluppo di nuove idee e metodi di lavoro, di stimolo nel sell out e supporto nelle decisioni di acquisto, soprattutto quando dovevamo prenderci qualche rischio. Ogni mattina passavo per il loro ufficio, se così potevamo chiamarlo, e guardavo il fatturato del giorno prima, puntualmente scritto a mano da Stufy la sera prima, con un pennarello nero su uno di quei calendari sexy che si trovano solitamente nelle cabine dei camion o appesi nelle officine. L’integrazione era ottima tra Logspeed e il resto delle funzioni aziendali e per anni il fatturato continuò a crescere, per arrivare in poco più di 5 anni a superare la soglia dei 10 milioni di €, cioè circa 20 miliardi di lire, 25 volte la soglia di partenza nell’anno 2.000.
Molto divertente fu l’aneddoto che accadde in occasione dell’ampliamento del magazzino, sempre alle prese con grossi problemi di spazio. Quel giorno i muratori avevano appena finito di rifare la rampa di ingresso al magazzino ed erano andati in pausa pranzo, nell’attesa che il cemento appena steso si asciugasse un po’. Proprio lì vicino passavano in macchina in quel momento Massimo Colombati e Robertino Bertani ai quali venne l’idea di fare uno scherzo a Stufy e andarlo a trovare con la macchina direttamente in magazzino. Sgommata, prima, seconda e terza ed eccoli lanciati ad imboccare la rampa a tutta birra……, Stufy dal magazzino si era appena reso conto di cosa stava per accadere, che con gli occhi sbarrati guardava l’autovettura avvicinarsi velocemente alla rampa, con all’interno Massimo e Robertino che se la ridevano allegramente. La sequenza delle cose fu talmente veloce che Stufy rimase impietrito a vedere la Renault Clio di Massimo che appena raggiunta la rampa, invece che superarla velocemente, ci si affossò dentro come può fare una macchinina giocattolo che viene lanciata da un bambino contro una torta di panna montata. La prima reazione di Massimo fu “o c…zo, e adesso chi lo dice a Gianluca ?”, Robertino invece “è stata colpa tua……., io non c’entro”. E così, mentre uno si affrettò a cercare un lavaggio per pulire l’auto prima che il cemento si asciugasse, l’altro venne in ufficio a dirmi cosa era appena accaduto, ma soprattutto si prese l’onere di dirlo ai muratori appena rientrarono dalla pausa pranzo.
I SEGNI DELLA STANCHEZZA: i mesi scorrevano frenetici e i ritmi di lavoro erano sempre molto elevati al punto che sembravano essere quasi quelli normali, in realtà la stanchezza si faceva sentire e a volte si facevano delle cose che davano il chiaro segnale che bisogna rallentare un attimo. Ricordo ad esempio che un giorno, di prima mattina, partii da Bologna per andare a Bergamo presso la sede di Cisalfa, dove arrivai per le 9.00, come era di mia consuetudine. Rimasi lì tutta la mattinata, tra una riunione e l’altra, per poi, nel primissimo pomeriggio dirigermi verso Milano dove dovevo visitare alcuni clienti per curare degli incassi.
In serata, terminati tutti i miei appuntamenti, ripresi la via per Bologna, decisamente stanco ed affaticato per il viaggio, le riunioni della mattina e gli incontri del pomeriggio dove avevo dovuto discutere e non poco per recuperare i soldi che i clienti non avevano pagato alle regolari scadenze. Comunque la giornata era stata decisamente proficua, avevo incassato quasi tutto e tornavo con un “bottino” di circa 15.000.000 di lire in contanti, oltre a svariati assegni. Verso le 20.30 decisi che era arrivato il momento di fare una sosta per la cena e così mi fermai in un Autogrill, misi tutti i soldi e gli assegni in una piccola valigetta in tessuto ed entrai portandola gelosamente con me. Dopo essermi servito al self service, pagai e mi accomodai ad un tavolo dal quale si poteva vedere la televisione, che proprio in quel momento stava trasmettendo Striscia la Notizia. E così, mentre mangiavo, mi guardavo la trasmissione facendomi delle risate per le battute di Ezio Greggio e per i servizi che venivano trasmessi. Uscii poi e mi rimisi alla guida della mia auto, continuando a sorridere al pensiero di quello che avevo visto; era stata una puntata davvero piacevole.
Dopo un po’ mi misi a telefonare a varie persone, fino a quando dopo circa tre quarti d’ora, mentre ero al telefono con mio cognato, mi resi conto che nel sedile del passeggero non c’era la valigetta che conteneva gli assegni e i soldi in contanti. Panico…, fu la prima sensazione che ebbi, il mio cuore cominciò a battere forte e a fatica cercavo di fare mente locale, di cosa fosse successo prima, insomma di dove potevo aver lasciato la mia valigetta. L’unica possibilità era l’Autogrill, al tavolo, distratto dalla televisione l’ho sicuramente lasciata lì pensai, e così, appena arrivai all’uscita successiva feci inversione di marcia per tornare verso Milano. Ad occhio pensavo di aver guidato per mezz’ora, forse un’ora, ricordo solo che quel tragitto mi sembrò interminabile. Pensavo al fatto che se l’avesse trovata qualcuno di onesto mi avrebbe richiamato, visto che all’interno c’erano in bella vista i miei biglietti da visita con tanto di numero cellulare. Provai anche a telefonare a mia moglie, cercando conforto, la quale si preoccupò moltissimo nel sentire la mia voce ansimante e cercò in tutti i modi di tranquillizzarmi e rassicurarmi, dicendomi di essere fiducioso che l’avrei sicuramente ritrovata la valigetta. Io invece ero e rimanevo molto scettico, ma quando mai ritrovi una valigetta con 15 milioni di lire, finché finalmente, vidi nell’altro senso di marcia l’Autogrill dove mi fermai per cena. Appena ci arrivai, scendendo dall’auto, iniziai a guardare tra le siepi convinto che avrei trovato la valigetta abbandonata da qualche parte, ma non vedendo niente andai subito all’interno e mi diressi verso quella che sembrava una sorte di cassa centrale. Il funzionario che mi vide arrivare quasi correndo e probabilmente con una faccia da cane bastonato, senza che io avessi ancora proferito una parola, tirò fuori da sotto il banco la valigetta e la sollevò a braccia diritte verso di me dicendo “e’ sua ? la prossima volta stia più attento …….” e mi ridiede la mia tanto sofferta valigetta. Aprendola trovai tutto esattamente come era al momento in cui l’avevo persa, non mancavano neanche 10.000 lire, incredibile !!!
La cosa paradossale era che non avevo dimenticato la 24 ore mentre ero seduto al tavolo a guardare Striscia la Notizia, ma ancora prima, alla cassa. Praticamente l’avevo appoggiata per terra quando dovevo pagare e li è rimasta per più di un’ora e mezza, ci sono passate davanti centinai di persone senza che nessuno la vedesse, fino a quando una inserviente la trovò facendo le pulizie e la riconsegnò al responsabile di sala.
In quella occasione capii che ero tanto fortunato, quanto stanco e forse era arrivato il momento di prendermi una bella vacanza.
SPORTSYSTEM DI BARI: Era un cliente scomodo, lo è stato fin dall’inizio e sempre di più per almeno due anni. Quando arrivai in Intersport questo cliente aveva un rapporto privilegiato con il mio predecessore, al punto che lui fungeva da “distributore” del marchio e dei prodotti Intersport per la Puglia. Ovviamente non c’era niente di codificato e formalizzato, ma era evidente come con i suoi pochi negozi di proprietà non potesse acquistare così tanta merce e non avesse la necessità di ricevere decine e decine di insegne Intersport da esporre solo nei punti vendita.
Finché il fenomeno fu limitato allora tutto andava bene, fino a quando arrivò il momento in cui altri affiliati “regolari” iniziarono a lamentarsi del fatto che altri negozi della loro zona, peraltro di livello decisamente scadente, esponevano a loro insaputa l’insegna Intersport. Questa situazione non era certo tollerabile, tanto più che il fatturato di SportSystem cresceva a dismisura, senza che ci fosse nessun tipo di controllo sulla solidità finanziaria del cliente. Approfondendo peraltro il meccanismo di gestione degli ordini fatti direttamente dai clienti alle aziende, ma con rifatturazione tramite Intersport, mi resi conto che non c’era nessun tipo di controllo sulla qualità e soprattutto sulla quantità degli ordini che venivano effettuati e per i quali Intersport era garante. In pratica un cliente avrebbe potuto fare ordini per 10 miliardi di lire, ricevere regolarmente la merce senza che in centrale nessuno si accorgesse di niente finche non fossero arrivate le relative fatture.
Ed è proprio quello che intenzionalmente fece SportSystem in quel periodo; in meno di due mesi ricevette dai fornitori merce per circa 6 miliardi di lire e immediatamente dopo iniziò a non pagare. Cominciarono così da parte mia una serie di trattative con i due titolari Pino e Franco Milella, il primo sicuramente, almeno formalmente, più portato alla gestione del dialogo e delle trattative, il secondo invece molto duro, arrogante e forte della sua posizione di debitore. I tentativi di recuperare i soldi a nostro credito si sprecarono, tra riunioni in sede, incontri presso di loro, telefonate a tu per tu, coinvolgimento degli avvocati, tutto senza nessun esito concreto.
Una sera, ad ora tarda, ricevetti una stranissima telefonata da parte di uno degli associati che a suo tempo si erano lamentati; mi disse che persone inviate dai Micella nel suo negozio lo avevano minacciato, mi disse di avere paura e mi consigliò di lasciare stare e di non accanirmi contro di loro. Ma come potevo solo pensarlo ? avevano un debito miliardario e non potevano certo pretendere che noi soprassedessimo con tanta leggerezza. Per nulla intimorito da tali avvertimenti, in un giorno del mese di luglio mi recai nuovamente a Bari, presso il loro negozio storico, dove ebbi un altro incontro con loro e con il loro avvocato. Alle 18.00 di sera ne uscii con un nulla di fatto e allora chiamai immediatamente Stefano Venturini che avevo già pre allertato, affinché l’indomani mattina si fosse recato anche lui a Bari per presentare in tribunale la documentazione fiscale necessaria per richiedere un decreto ingiuntivo d’urgenza.
Questa azione di forza da parte nostra portò il tribunale di Bologna a fissare un’udienza per il 12 agosto per trattare l’istanza. A quell’incontro fui presente io, il mio commercialista Sante Speranza e l’avvocato Mazzoni; della controparte erano invece presenti i due fratelli Milella con il loro avvocato. Per me era la prima esperienza in un’aula di tribunale, mi immaginavo una scena come si vede nei film con un giudice, dei giurati, funzionari, una ampia sala per l’udienza e tutto quello che normalmente c’e’ di supporto. Niente di tutto questo, l’udienza ebbe luogo in un ufficio di 4 x 4 metri, con il giudice seduto alla sua scrivania, i due avvocati davanti in piedi e noi dietro ai nostri avvocati, sempre in piedi. L’udienza si svolse in modo molto frettoloso, non più di 20 minuti; il giudice chiese ai due legali di esprimere ognuno le proprie considerazioni, mentre le parti in causa era come se non ci fossero, un’indifferenza totale. Uscii da quell’udienza profondamente amareggiato e deluso dalla giustizia italiana; “ma come si può considerare con così tanta superficialità una situazione in cui qualcuno è creditore di 6 miliardi di lire ?” pensai.., ci sono delle fatture, delle certezze e invece siamo stati trattatati quasi come fossimo noi in difetto verso i Milella, incredibile !!
L’indomani mattina, dopo quella bruttissima esperienza, decisi di andarmene in ferie in Croazia, aspettando che l’avvocato mi chiamasse per dirmi come si fosse espresso il giudice, anche se nutrivo ben poche speranze, visto l’evolversi dei fatti. Invece, il 18 agosto Mazzoni mi chiamò dicendomi che il giudice si era espresso a nostro favore e aveva autorizzato con efficacia immediata il sequestro cautelativo dei beni, fino al raggiungimento dell’importo a nostro credito. Fui contentissimo di quella notizia, di quell’esito così insperato che invece mi diede la conferma che la giustizia invece c’è, magari per noi non addetti ai lavori risulta difficile capire e accettare certe metodologie, ma poi è la sostanza quella che conta. A quel punto bisognava però giocare la carta della velocità e cioè agire prima che anche a loro venisse notificato il provvedimento emesso, ma dove andavo il 18 d’agosto ?. Chiamai subito Marco Giunta e Vincenzo Mancini che a loro volta si attivarono e dopo meno di un’ora mi richiamarono dicendomi di andare in serata a Catania dove avrei incontrato un certo avvocato Spinella che avrebbe gestito tutta la fase operativa. Ovviamente dovetti rientrare dalla Croazia immediatamente, passare da Bologna, prendere tutti i documenti (Spinella non sapeva niente di questa causa), prenotare il volo, farmi un minimo di valigia e partire, per arrivare a Catania verso le 23.00, in tarda serata. La sera stessa incontrai Spinella e restai con lui qualche ora per aggiornarlo sul contenzioso dall’inizio fino a come si era evoluto sino a quel momento, in modo da far sì che l’indomani lui potesse essere operativo. Il 19 mattina stesso l’avvocato si presentò a Bari, a Casamassima dove c’era la sede di SportSystem e con totale sorpresa dei presenti sequestrò tutta l’azienda in quanto nel suo insieme forse non era sufficiente a coprire il nostro credito. Fu un’azione fulminea e brillante al tempo stesso, in sole 24 ore dall’emissione della sentenza, eravamo stati in grado di bloccare la macchina organizzativa della controparte, senza dargli la possibilità di asportare ulteriore merci e/o capitali dalla società inquisita.
Da questo punto fermo, cioè il blocco dell’azienda, riprendemmo il dialogo per una definizione consensuale della questione; loro vennero a Bologna due o tre volte, ci furono anche scene alquanto minacciose da parte loro, ma poi mai tramutatesi in fatti concreti, fino a quando si arrivò a un accordo con la definizione di un piano di rientro dilazionato. In pratica avevamo convenuto un saldo integrale del debito in circa 50 rate da 135 milioni cadauna, interessi quasi nulli e garanzie personali almeno per i primi 18 mesi. Il piano prevedeva anche la possibilità, molto limitata, di saltare alcuni pagamenti, con il previo accordo con Intersport. SportSystem pagò regolarmente quasi la metà del debito, si cancellarono le garanzie personali e poco dopo l’azienda fallì, generando per Intersport una perdita netta di circa 3 miliardi di lire.
CONVENTION VENEZIA 2001: In Intersport International vi era la consuetudine, a fine agosto di ogni anno, di organizzare il General Manager Meeting, una sorte di momento di aggregazione tra il top management di tutte le nazioni che si ritrovava ogni anno in una città diversa per approvare il bilancio consuntivo dell’esercizio precedente e nel contempo trascorrere un po’ di tempo e di svago insieme. Negli anni passati il meeting si era tenuto in Austria, l’anno prima a Stoccolma, mentre per il 2001 era stata scelta come nazione ospitante l’Italia…. , e a me l’arduo compito di gestire e organizzare l’evento.
La convention era alquanto articolata, Vi partecipavano tutti i General Manager e i dirigenti dei vari Paesi, con relative consorti al seguito, per un totale di 120 persone circa. Il programma di massima avrebbe dovuto prevedere due giorni di escursioni, con relativi pranzi e cene, il terzo giorno il meeting di lavoro per gli uomini e un tour alternativo dedicato alle consorti. Infine l’ultima sera la cena di gala, con ripartenza per le rispettive destinazioni l’indomani mattina.
In Italia di posti speciali dove organizzare il GMM ce n’erano davvero molti, ma io optai per un posto unico al mondo: Venezia, pur consapevole delle problematiche alle quali sarei andato incontro perché notoriamente Venezia è una città molto chiusa, con delle logiche che chi viene da fuori spesso capisce con estrema difficoltà. E infatti, come volevasi dimostrare, pur muovendomi con larghissimo anticipo, un anno prima, trovare un albergo in grado di recepire 120 persone fu davvero dura; finalmente poi optammo per il Regina & Margherita proprio affacciato sullo stupendo Canal Grande. Il team organizzatore era sostanzialmente composto da quattro persone: il sottoscritto, Raffaella (la nostra addetta alle pubbliche relazioni) e Paola (una ragazza di Venezia che si occupa di organizzare eventi in città), oltre ovviamente alla mia fedele ed efficiente assistente Lucilla.
Risolto il nodo cruciale dell’albergo, fu possibile organizzare di conseguenza tutto il resto:
- Arrivo degli invitati in aeroporto e trasferimento in hotel con taxi nautico
- Cocktail di benvenuto in terrazza fronte Canal Grande, con gift in camera
- Cena in ristorante in Piazza San Marco con post cena in piazza e musica dal vivo
- Secondo giorno gita alle isole e tempo libero
- Alla sera cena in ristorante tipico veneziano con animazione organizzata
- L’indomani meeting per i signori e tour culturale per le signore
Tutto filò liscio in modo incredibile; noi italiani, sempre identificati come casinisti e confusionari eravamo stati capaci di organizzare la convention in modo impeccabile, efficiente e con dei tocchi di classe che tutti hanno più che apprezzato. Il clou però doveva essere l’ultima sera, dove avevamo organizzato una serata super speciale:
Prelievo in hotel e trasferimento con le gondole al ristorante, in un antico palazzo; all’arrivo accoglienza con trombettieri, dame e musicisti in costume tipico veneziano dell’800, aperitivo in giardino e musica dal vivo. Cena di gala perfetta, un po’ caldo ma perfetta.
Per il dopocena avevamo organizzato a sorpresa dei fuochi d’artificio in laguna, la notizia era però trapelata e così tutti un po’ se li aspettavano. Purtroppo il sindaco di Venezia solo un giorno prima aveva negato l’autorizzazione per motivi di sicurezza e non ci siamo trovati in seria difficoltà al punto da non saper che programma alternativo escogitare.
Era la mattina antecedente la serata di gala e tutti e quattro stavamo seduti nella hall dell’albergo, sconfortati, non sapendo cosa organizzare di alternativo, qualcosa che potesse rimanere impresso nelle menti degli invitati. Ci sentivamo come uno chef che ha organizzato una cena perfetta, impeccabile, ma che poi non ha nessun dolce da offrire ai commensali.
Era forte in noi la voglia di non farci trascinare dalla banalità, ci serviva quell’ultimo sprint finale che è proprio quello che avrebbe decretato il vincitore e che spesso le persone non fanno, o perché esauste oppure, più banalmente, perché non ne capiscono l’importanza.
D’un tratta Paola dice “io un’idea l’avrei… ma non so…..dipende da come possono reagire gli invitati…. Secondo voi si fanno coinvolgere ??” ci chiese. L’idea era quella di noleggiare la copia di un vascello di pirati………. che azzardo !! Decidemmo di tentare il tutto per tutto e così alla sera, dopocena, cominciarono ad arrivare uno dietro l’altro una quindicina di motoscafi che facevano salire a bordo gli invitati, a gruppi di otto e li portavano al largo. Subito fuori dai canali, dove tutto attorno si fa più buio del buio, i motoscafi si aspettarono a vicenda, così da formare un unico gruppo compatto. Quando furono arrivati tutti, via in direzione mare aperto, verso il buoi che incuteva comunque un certo timore; la brezza era stupenda.
A un certo punto dal buio spuntò il vascello, a luci spente e cominciò a sparare delle cannonate a salve, che disorientarono e impressionarono tutti, che non capivano cosa stesse succedendo. Dopo qualche colpo, d’improvviso il vascello si illuminò a giorno e partì una musica latino americana a tutto volume. I motoscafi si affiancarono alla scaletta, uno ad uno, facendo salire a bordo tutti gli ospiti, che vennero dotati di bandane e spade stile piratesco. Quando tutto il gruppo fu a bordo, il vascello si diresse verso il mare aperto, con musica a tutto volume, ballerine brasiliane e birra a volontà. Tutto il gruppo allora iniziò a scatenarsi, via il farfallino e il doppiopetto, tutti scatenati in balli, danze, bevute e giochi di ogni tipo.
Fu una notte indimenticabile, tutti ci ringraziarono all’infinito, dal di dentro del cuore, quando alle 4.00 di mattina il vascello ci scaricò tutti in Piazza San Marco. Fu una esperienza impegnativa ma stupenda; avevamo dimostrato a tutti chi eravamo e cosa sapevamo fare, con il giusto mix di sobrietà, eleganza, serietà e stravaganza. Ancora oggi tutti ricordano quella convention come una delle più belle mai fatte.
CONVENTION NIKE OTTOBRE 2001: parlar di Nike nel nostro settore era come parlare della Fiat nel mondo delle automobili in Italia oppure come pensare all’HP per i computer. Tra Intersport e Nike non c’era mai stato un rapporto idilliaco, anzi. Nike dal canto suo non vedeva Intersport come un interlocutore commerciale realmente in grado di influenzare il suo business; riteneva che i meccanismi e le relazioni tra gli affiliati e la centrale di acquisto, fossero tutt’altro che coesi e focalizzati su obiettivi di comune interesse. D’altrone Nike da sempre aveva mantenuto rapporti commerciali diretti con tutti i clienti e il suo business era comunque cresciuto anno dopo anno. Dall’altra parte, dal punto di vista di Intersport, avere un contratto con Nike, significava molto, moltissimo, da un punto di vista commerciale, economico e non ultimo anche d’immagine. I tentativi di Unionsport prima e Intersport dopo, di siglare un accordo erano stati molteplici, ma tutti senza nessun esito positivo concreto. Ricordo, poco dopo il mio arrivo in IIT, che ricevemmo una lettera da Nike, dove, molto “cortesemente” declinavano il nostro invito per un incontro in quanto, cito le testuali parole della lettera “non vorremmo che qualcuno, vedendoci dialogare con Voi, potesse anche solo pensare che c’e’ la volonta’ da parte nostra di addivenire ad un accordo”.
Agli inizi del 2001 pero’ qualcosa iniziava a cambiare in Nike; cambiavano le situazioni di mercato, la sofferenza iniziavano a sentirla anche loro e soprattutto era in atto un importante ricambio interno di management che si stava scrollando di dosso vecchi luoghi comuni e convinzioni. La cosa che diede lo svolta definitiva fu l’arrivo del nuovo Direttore Generale di Nike Italy, Mattew Cook, un giovane inglese che rientrava in Italia dopo una esperienza di alcuni anni a Beeverton nell’Oregon, sede mondiale della Nike. Mattew credeva molto, forte delle esperienze estere, ai gruppi d’acquisto non solo per le politiche commerciali all’acquisto, ma soprattutto per la loro capacita’ di trasmettere una immagine unica e coordinata d’insegna verso il consumatore finale. Questo aspetto per lui diventava un elemento importante al fine di poter sfruttare il network dei punti vendita affiliati per poter arrivare efficacemente al consumatore con promozioni ed iniziative mirate. Altro elemento di discontinuita’ rispetto al passato era il vedere Intersport come un network unico in grado di poter contribuire a ridurre i costi di vendita e logistici di Nike.
Insomma, l’insieme di tutti questi fattori e l’indiscussa accresciuta professionalita’ di IIT, ha fatto si che iniziasse un concreto progetto finalizzato a sottoscrivere un importante accordo comerciale tra Nike Italy e Intersport Italia. Questo tanto atteso contratto venne siglato nell’estate del 2001 e prevedeva la centralizzazione degli acquisti di tutti gli affiliati, la gestione logistica tramite un unico magazzino di IIT con fatturazione e pagamenti centralizzati. Fu sicuramente l’evento più importante degli ultimi anni, primo gruppo in Italia a siglare un accordo simile con Nike e prima filiale di Intersport nel mondo a centralizzare la logistica Nike.
L’importanza dell’evento richiedeva una enfatizazione e un risalto adeguato e cosi’ decidemmo di organizzare una convention nazionale con tutti gli affiliati, che fosse anche un momento e una occasione per fare un bilancio delle attivita’ generali del gruppo. Coinvolsi da subito Massimo Colombati e la responsabile delle pubbliche relazioni, Raffaella Paganelli, per renderli partecipi fin da subito all’organizzazione dell’evento che, anche a livello personale, rivestiva una particolare importanza visti gli ormai tre anni trascorsi occupandomi in prima persona di Intersport Italia. Massimo e Raffaella si attivarono da subito per trovare una location adeguata alle circostanze, vagliarono varie ipotesi e soluzioni di diverso genere per poi orientarsi per una soluzione decisamente diversa rispetto ad altre scelte fatte nel passato. L’idea fu di Massimo, creativo ed estroverso per eccellenza, a volte anche troppo, voleva organizzare un evento che non fosse la solita riunione, cena, pernottamento, riunione e stop…….., lui voleva creare anche un momento d’aggregazione, una occasione per stare e giocare tutti insieme e costruire quello spirito di gruppo che spesso mancava tra gli affiliati. In funzione di questo scopo scelse una location adeguata alle circostanze, da lui identificata nel “Residence al Ciocco”, una struttura situata nell’Appennino Toscano in cui spesso venivano organizzati eventi di questo tipo. Lui e Raffaella organizzarono un sopralluogo in loco, ipotizzando anche un’agenda delle giornata, la scaletta dei giochi ecc. Quando mi coinvolsero, rendendomi partecipe delle varie iniziative che stavano ipotizzando, io francamente ero un po’ scettico, ma non volevo certo essere d’ostacolo vista la mia consolidata poca creativita’ in certi ambiti e cosi’ decisi di dar loro fiducia, lasciandoli andare avanti nell’organizzazione secondo le modalita’ che loro stessi ritenevano piu’ opportune. Io nel frattempo mi dedicavo all’organizzazione del resto: i vari interventi da programmare, il contenuto delle presentazioni, l’articolato intervento di tutti i personaggi Nike, il coinvolgimento di terze persone esterne. Ogni tanto qualche dubbio: la difficolta’ logistica per molti ad arrivare al Ciocco, l’incognita pioggia per i giochi all’aperto, la nostra capacita’ di coinvolgimento e soprattutto la predisposizione degli affiliati di stare al gioco, di partecipare, di fare team….., pero’ in fondo tutti potenziali ostacoli da presidiare ma nessuno cosi’ drasticamente determinante al punto da mettere a rischio l’intero evento.
Una sera, prima di una cena di lavoro a Bergamo, da Cisalfa, Marco e Vincenzo mi chiamarono in ufficio per chiedermi aggiornamenti su come stesse procedendo l’organizzazione della convention. Capii subito che qualcosa non quadrava, primo perche’ avevo sempre avuto la massima delega in queste cose e secondo perche’ al massimo era Marco che mi chiedeva qualcosa, ma mai, almeno fino ad allora, Vincenzo. E difatti non mi sbagliavo e dopo solo cinque minuti che parlavo, mi resi conto che erano gia’ piu’ che informati su tutto e che lo scopo della riunione non era quello di essere aggiornati ma di trasmettermi, in modo anche molto deciso, tutte le loro perplessita’ e titubanze sul lavoro svolto. L’artefice di tutto era stata Raffaella che evidentemente, non condividendo le scelte di Massimo, aveva deciso di rendere partecipi delle sue perplessita’ i vertici aziendali, senza prima parlarne con Massimo direttamente o quantomeno con me. Loro mi aggredirono subito su questo argomento, bersagliandomi di domande:
- Sei andato a vedere il posto di persona?
- Che giochi si faranno?
- Ci sono i tempi necessari?
- Hai guidato fino lassu’?
- Gli affiliati faranno la loro parte ?
- E Nike cosa dice ?
Tutti quesiti ai quali loro avevano gia’ risposte chiare, erano gia’ stati in quel posto altre volte e in quelle occasioni ad entrambi aveva dato l’idea di una struttura datata, un po’ decadente, dove la mancanza di investimenti rendeva ancora piu’ evidenti e marcati i segni del tempo. Se a tutto cio’ si fossero poi sommate due giornate di brutto tempo, lo sconforto e la desolazione sarebbero stati totali. Li per li incassai il colpo e presi tempo per aggiornarmi e documentarmi sulle cose, anche se mi resi conto in modo molto evidente che loro non erano per niente contenti e soddisfatti di come stavo gestendo la cosa. Quella sera a cena ero nero, arrabbiato con loro per la “prepotenza” con la quale si erano intromessi nella questione, ma soprattutto arrabbiato con me stesso in quanto sentivo e avevo la netta sensazione che in fondo loro avevavo ragione ed erano stati molto piu’ obiettivi, capaci ed attenti di me nel valutare le cose.
L’indomani mattina, appena tornai a Bologna, la prima cosa che feci fu quella di chiamare Massimo per raccontargli quanto era successo la sera prima e per farmi ragguagliare piu’ dettagliatamente su quanto si fosse fatto fino a quel momento. Mentre lui mi parlava, leggevo nei suoi occhi lo sconforto per un lavoro non capito, per uno sforzo tutt’altro che apprezzato e anche la delusione per non aver percepito per tempo i veri pensieri di Raffaella, evitando che andasse poi a trasmetterli ad altri e non a lui che era il piu’ diretto interessato.
Lo lasciai parlare, argomentare, dando importanza a tutto quello che diceva, cercando di valorizzare e dare il giusto peso a tutte le sue argomentazioni, fino a quando, una volta terminato, gli espressi tutti i dubbi che erano emersi in merito. Mancava meno di un mese alla convention e dissi a Massimo “la nostra capacita’ e professionalita’ deve essere quella di saper trarre un insegnamento anche da queste cose, non radicarsi a tutti i costi sulle idee originarie e soprattutto avere la capacita’ e il coraggio di saper cambiare, porre dei correttivi anche radicali, anche se questo costa fatica e pregiudica molto del lavoro gia’ fatto”. Questo era proprio il caso, l’esempio lampante di una situazione dove bisognava mettere tutto da parte e ripartire da zero con tutto, addirittura venendo meno a impegni gia’ presi, rimettendo tutto in discussione.
Non c’era più tempo da perdere e così il giorno dopo, insieme, andiamo in esplorazione a Rimini per valutare una soluzione alternativa che ci soddisfacesse. Raffaella ci accompagnava a visitare vari alberghi, ma soprattutto la cosa a cui tenevamo di più e cioè il luogo dove tenere la convention. Psicologicamente non era il massimo pensare di dover ricominciare tutto dall’inizio, ma consapevoli che forse era proprio la cosa giusta da fare, ci sforzavamo a sfornare idee e soluzioni alternative da esplorare. Tra le tante ipotesi, andammo a visitare una discoteca storica della riviera romagnola (che io ovviamente non conoscevo); si chiamava “L’ALTRO MONDO STUDIOS”, un vecchio locale nel quale al centro vi era addirittura allestito un modello di una navicella spaziale. Vedendo l’ambiente chiuso, dava un po’ l’idea tipica di decadimento….., ma con grandi sforzi di fantasia ed immaginazione, riuscivamo a pensare come sarebbe venuto con un adeguato allestimento e relative coreografie. Anche per la soluzione alberghiera trovammo una soluzione interessante con due hotel, facenti capo alla stessa proprietà, dove potevano trovare ospitalità tutti i circa 300 partecipanti alla convention.
Fatte alcune verifiche tecnico / logistiche e di adeguatezza sui costi, dopo soli pochi giorni fummo in grado di redigere il nuovo programma dei due giorni di meeting:
- Arrivo in tarda mattinata del primo giorno con pranzo a buffet
- Pomeriggio meeting INTERSPORT all’Altro Mondo Studios
- Serata con cena di gala e ospite Cannavaro (che allora giocava con il Parma)
- Secondo giorno meeting NIKE / INTERSPORT, sempre all’Altro Mondo Studios
Arrivati al giorno X tutto era organizzato in ogni dettaglio; la gestione logistica era a posto, tutto il team coinvolto e con chiari compiti e io impegnato principalmente a gestire la scaletta degli interventi e a pianificare le parti che avrei dovuto gestire io in prima persona.
Era un meeting molto importante per vari motivi; sanciva la mia attivita’ di tre anni rendendo spontanei bilanci ed analisi e contemporaneamente veniva presentato l’accordo per eccellenza piu’ importante, quello con Nike. Per questi motivi la previsione di affluenza degli affiliati era alta, come alta era la tensione che avevo accumulato nella preparazione di questo evento e adesso pesava come un macigno su di me. La cosa che mi preoccupava molto era l’attesa che avevo gli affiliati di conoscere le nuove condizioni commerciali che loro avrebbero avuto, grazie all’accordo di Nike con Intersport. Ero preoccupato perche’ in realta’ io non ero ancora in grado di poterle comunicare quelle condizioni, c’erano ancora alcuni elementi mancanti ed altri in discussione che, nel loro insieme rendevano impossibile definirle e comunicarle all’esterno. Tutti si aspettavano mega sconti aggiuntivi e sarebbero sicuramente stati delusi se non avessero capito e apprezato le valenze strategiche medio/lungo periodo di quell’accordo, rispetto ai piccoli vantaggi economici di breve.
La prima giornata filo’ liscia come l’olio: ok il meeting, ok la serata, ok il clima……. Insomma tutto ok, anche se il momento topico era quello previsto per il giorno dopo con Nike e cosi’ in effetti fu. La sala dell’Altro Mondo Studios era strapiena di affiliati, imprenditori e stretti collaboratori che nel loro insieme raggiungevano qualche centinaia di persone. Dal palco, mentre iniziavo i lavori dando a tutti i presenti il benvenuto, vedevo l’affollata platea illuminata dai fari spot e tutto attorno il buio, ancora piu’ risaltato dalle pareti scure della sala. Tutto attorno cercavo di scorgere nella penombra dei punti di riferimento………. Luciano alla consolle dell’impianto luci ed audio, impegnato a registrare, Simona impegnata a risolvere richieste e necessita’ degli affiliati e poi, a fondo sala, in piedi e un po’ in disparte, Marco Giunta e Vincenzo Mancini che assistevano a tutto da dietro, attenti e concentrati sugli eventi.
Cedetti subito la parola a Nike che, con la loro grande capacita’ scenografica, inizarono una presentazione con un originale monologo da dietro le quinte da parte dell’allora direttore vendite, per poi cambiare ritmo con una presentazione fatta di grandi effetti, filmati pubblicitari e momenti di grande coinvolgimento. Ero lo stile di presentazione di un leader, del leader, di chi conscio delle sue potenzialita’ stava tendendo una mano a Inteesport per unire le forze in un rapporto di partnership commerciale che avrebbe aiutato entrambi a diventare piu’ forti in un mercato sempre piu’ competitivo.
Il suo obiettivo Nike lo centro, di questo bisognava sicuramente dargli atto anche se adesso gli affiliati volevano vedere la sostanza, toccare con mano il passaggio dalle parole ai fatti. A quel punto decisi di tirare fuori il mio asso dalla manica, quella carta che mi avrebbe permesso di far capire agli affiliati la vera essenza di quell’accordo.
Ero solo sul palco, musica spente, io in silenzio per alcuni secondi………, poi ancora silenzio per altri pochi lunghissimi, interminabili momenti. Nella penombra vedevo centinaia di teste con gli occhi puntati su di me, quelli dietro allungavano il collo per poterci vedere, per capire cosa avrei detto e fatto. Volevo creare suspance, far riflettere, separare nettamente la propagandistica scenografia di Nike dalla sostanza delle cose che avrei detto di li’ a poco e l’effetto fu ottimo. Anche Marco e Vincenzo avevano smesso di chiaccherare distrattamente e stavo laggiu’ in piedi, incuriositi da quello che stavo facendo e da quello che avrei detto. A quel punto tolsi gli indugi e iniziai parlare con voce alta, sicura e determinata:
“ma lo sapete il motivo vero per il quale abbiamo siglato l’accordo con Nike ?”, domandai alla platea. Nessuno rispose, nessuno ebbe il coraggio di intervenire pur essendo la risposta straordinariamente banale agli occhi un po’ di tutti. Nessuno ebbe il coraggio di dirlo a voce alta, di dire “per i soldi, per condizioni commerciali migliori”.
“Adesso ve lo spiego io il vero motivo per cui e’ strfategico aver fatto questo accordo” dissi, iniziando a camminare sul palcoscenico cercando di avvicinarmi di piu’ alla platea. Cominciai a scrutare un po’ tutta la platea, guardando una ad una le persone presenti per cercare, tra le tante, quella che mi interessava per raggiungere il mio obiettivo, fino a quando finalmente individuai uno dei soci di Sportissimo Bloisi, un affiliato che aveva un negozio in una piccola cittadina del sud. La persona era molto timida, sgrano’ gli occhi e guardandomi si chiedeva cosa volessi io da lui, in cosa lo stavo coinvolgendo, con il grosso timore di essere chiamato sul palco. Ci mise un secondo a capire che doveva salire, la sua facia divento’ cosi’ rossa che sembrava stesse per prendere fuoco; mentre saliva i pochi gradini che lo separavano dal palco, le sue gambe cominciarono a tremare forte, sempre piu’ forte, dandogli seri problemi di stabilita’. Io che gli ero vicino, mi accorsi dei suoi stati d’animo, del forte imbarazzo e dell_gitazione che stava avendo il sopravvento su di lui, cosi’ chiesi al pubblico un applauso di incoraggiamento per il loro collega che “spontaneamente” si era offerto di essere protagonista e rendere pubblica la sua esperienza nei rapporti con Nike. Grazie al caloroso supporto degli altri negozianti, le cose per lui andarono un po’ meglio e inizio’ cosi’ la sua breve storia. Balbettava un po’, ma non troppo, direi il giusto, spiegando ai colleghi come, dopo anni di rapporti commerciali con Nike sempre impeccabili, senza nessuna sbavatura, un giorno si vede recapitare una lettera dove Nike lo informava, senza preavviso, che da quel momento lui sarebbe passato come cliente da catalogo e quindi avrebbe fatto l’ordine non piu’ con il supporto di un rappresentante ma tramite un book che avrebbe ricevuto periodicamente per posta. Quando ricevette questa comunicazione rimase stupito per quella decisione unilaterale di Nike e umiliato per la forma con la quale era stato informato, nenache una telefonata, neanche una parola spesa, niente di tutto questo, a dimostrazione che il suo valore peer Nike era niente o quasi niente. A questo poi, ponderando bene la situazione, si aggiunse anche la preoccupazione per una modalita’ molto difficile di fare l’ordine, presupponendo che loro sarebbero stati in grado di fare le scelte giuste da un catalogo, senza il benche’ minimo supporto di un funzionario dell’azienda che conoscesse bene la collezione e i capi piu’ apprezati dal resto della clientela.
Tutti erano ammutoliti e ascoltavano in silenzio quella triste storia di impotenza di quel piccolo commerciante del sud che sperava in un rapporto piu’ umano con la grande multinazionale americana dello sport. Le parole umili e tremanti si espandevano in tutta la sala, arrivando dritte dritte nella testa di ognuno, stimolando riflessioni, pensieri, considerazioni, fino a quando, d’un tratto, dalla platea un collega si alzo’ dicendo “anche a me e’ arrivata quella lettera”. Pochi secondi e un altro “anch’io l’ho ricevuta”………”anch’io……..anch’io……” e cosi’ alla fine tutti si resero conto che non era un caso isolato, che in quel momento era toccato a una decina di loro, ma che un domani chiunque sarebbe potuto essere nella stessa condizione.
A quel punto decisi di intervenire dicendo “Capite adesso perche’ e’ strategico un contratto con Nike……, non solo per le condizioni contrattuali, ma anche e soprattutto per tutelare un rapporto che sia il piu’ possibile ad armi pari e per essere tale, deve avvenire tra due soggetti che siano entrambi grandi ed entrambi importanti l’uno per l’altro. E’ inevitabile che un dialogo tra un elefante e un’ape, mette quest’ultima in una condizione di dipendenza e sudditanza dall’elefante. Ebbene, noi siamo tante api che singolarmente siamo innoque per lui, ma se ci uniamo in un unico grande sciame, allora diventiamo pericolose anche all’occhio del grande elefante”.
L’effetto fu travolgente; tutti capirono in quel momento cos’era Intersport, perche’ era importante e perche’ era giusto e strategico farvi parte, per non essere soli, per non essere una piccola imbarcazioe in balia delle onde minacciose di un grande mare, ma per essere, tutti insieme, un grande e maestoso transatrantlico in grado di navigare e dominare anche le acque piu’ minacciose.
A quel punto basta, era il momento di chiudere, di smettere come sa fare e decidere un grade atleta quando e’ all’apice della sua carriere, senza aspettare l’inizio del declino che probabilmente e’ li’ dietro l’angolo che aspetta. Detti segno alla regia di far partire una musica travolgente e iniziai a chiamare sul palco tutti i miei collaboratori per coinvolgerli nel saluto finale e per farli applaudire dal pubblico per l’egregio lavoro svolto da ognuno. Sembrava la fine di una grande convention americana……sembrava e secondo me lo era stato, un grande evento, visuto da tutti con partecipazione, emozione, interesse che hanno contribuito a ravvivare e consolidare un grande spirito di appartenenza.
Scendendo dal palco vidi Marco e Vincenzo che si affrettarono ad avvicinarsi a me per complimentarsi; fu un momento di grande gratificazione per me, perche’ capivo che avevo fatto un otiimo lavoro. Soprattutto dalle parole e dagli occhi di Vincenzo, da sempre molto avaro nei complimenti, mi rendevo conto che tutto gli era piaciuto molto, tutto era stato molto efficace ed incisivo, tutto era come e meglio di quanto lui avesse creduto e sperato.
PRIMA LA FAMIGLIA, POI IL LAVORO:
Quella fine del 2001 stava diventando per me un momento di grandi e profonde riflessioni sulla mia vita personale e di conseguenza anche professionale
Da circa tre anni lavoravo a Bologna, facendo una vita da pendolare; tutta la settimana in albergo e poi il fine settimana a Conegliano con la famiglia. Spesso riuscivo a fare una scappata a casa il mercoledi’ sera, anche se era poco più di un gettone di presenza, giusto per dire di esserci stato ed essere a posto con la mia coscienza. Infatti arrivavo a casa alle 20.00, se non alle 21.00, per poi ripartire la mattina presto prima che tutti gli altri in famiglia si fossero svegliati.
A me il vivere a Bologna francamente non pesava, avevo trovato il mio equilibrio e mi piaceva molto la gente, sempre aperta, gioiosa e solare. L’albergo dove vivevo era confortevole ed acogliente, mi ci trovavo bene e la sensazione, rientrando alla sera, era quella di rientrare in un ambiente familiare, anche se sentivo comunque la mancanza dei miei cari.

Quello che invece stavo realizzando, capendo che sarebbe diventato un problema nel futuro, era il rapporto con mio figlio Giacomo. Aveva iniziato la scuola da qualche anno e faceva molta fatica, un po’ per poca volonta’ e un po’ per soggettive difficolta’ nell’apprendimento. Vedevo che non riusciva a consolidare un metodo di studio, un modo di procedere e gestire le proprie attivita’ in modo efficace e strutturato. Piu’ il tempo passava e piu’ i problemi emergevano, anche perche’ Patrizia, pur prodigandosi molto nel cercare di supportarlo e aiutarlo, mostrava anche lei dei limiti, dei quali peraltro e’ sempre stata ben conscia.
E poi, soprattutto, vedevo Giacomo crescere da solo, con un papa’ part time che, per quanto presente nei week end, non c’era in tanti momenti importanti della vita quotidiana.
Nel marzo del 2000 avevamo anche iniziato un percorso finalizzato ad arrivare ad adottare un bambino. Era da tempo che pensavamo ad un secondo figlio, Giacomo cresceva e non volevamo che fosse solo, che tutto ruotasse intorno e in funzione di quell’unico figlio. Gia’ quando avevamo concepito Giacomo, l’idea di adottare un bambino ci era venuta, ne avevamo parlato e la cosa ci aveva stimolato molto; poi la maternita’ naturale ci aveva fatto abbandonare l’idea, senza pero’ metterla da parte definitivamente.
E difatti fu proprio cosi’, quando decidemmo che era arrivato il momento per il secondo figlio, decidemmo di percorrere una duplice via, quella dell’adozione nazionale e quella dell’adozione internazionale. Pensando a quanti bambini che soffrono ci sono in giro per il mondo, abbandonati dai genitori, senza una famiglia che li faccia crescere ed educare come ogni bambino avrebbe diritto, non avrei mai creduto che adottarne uno fosse un’impresa cosi’ ardua, lunga e complicata. Solo entrando in prima persona in quei meccanismi, ci si rende conto che mediamente servono tre anni per arrivare al termine positivo di un’adozione. Tre anni di burocrazia, uffici, corsi, incontri, costi e viaggi all’estero. Tre anni che iniziano quando molte coppie sono gia’ esauste da tentativi precedenti per avere un figlio naturale ma che non hanno avuto esito positivo.
Ecco che quando si comincia, ci si rende conto che una delle doti maggiori che serve e’ quella della pazienza; saper aspettare l’evoluzione degli eventi senza farne una malattia.
L’adozione nazionale e’ un po’ come fare 13 al totocalcio; viene chiamata una coppia ogni 1000, proprio quando si rende disponibile un bimbo da adottare. Di bambini italiani da adottare ce ne sono, ma molto spesso sono gia’ in eta’ avanzata, hanno vissuto vari anni tra un istituto e un a letto altro e sempre si e’ gia’ delineato un carattere e un profilo della individuale fortemente influenzato dalla situazione di disagio, solitudine e spesso anche di degrado in cui il bambino e cresciuto.
L’adoziona internazionale richiede invece piu’ tempo, ma nella stragrande maggioranza dei casi si conclude positivamente.
I primi 12/18 mesi servono per la preparazione dei documenti, incontri e corsi con le assistenti sociali, visite mediche ecc.; fino ad arrivare all’udienza fissata presso il competente Tribunale dei Minori, che di fatto deve riconoscere alla coppia l’idoneita’ all’adozione. Una volta ottenuta l’idoneita’, ci si rivolge ad un’agenzia abilitata dallo Stato Italiano e autorizzata a fare da tramite con il Paese scelto per l’adozione. Tale agenzia sia occupa di un ulteriore corso, dei documenti di richiesta da mandare all’estero, dell’individuazione della disponibilita’ di un minore da adottare, dell’organizzazione dei viaggi (normalmente due o tre), nonche’ dell’assistenza in loco. Tutto cio’ richiede mediamente altre 12/18 mesi di tempo, salvo intoppi non certo rari, come ad esempio la chiusura temporanea delle adozioni da parte di un Paese, il che vuol dire ricominciare tutto dall’inizio scegliendo una nazione diversa.
In questo marasma di adempimenti, io ho sempre cercato di coniugare al meglio gli impegni di lavoro con quanto c’era da fare per portare avanti la pratica dell’adozione. Piu’ volte, quando le assistenti sociali ci fissavano degli incontri presso di loro e anche a casa nostra, io prendevo la mia macchina e di corsa rientravo da Bologna a Conegliano per essere sempre presente. Tutto questo pero’ non fu sufficente; perche’ quando nell’agosto 2001 ci fu l’udienza in Tribunale, ci fu negata l’idoneita’ ad adottare in quanto, testuali parole della sentenza “la famiglia e’ impostata sulle priorita’ lavorative del marito”. Noi eravamo andati a quella udienza molto rilassati, sicuri che non ci sarebbe stato il benche’ minimo problema; avevamo gia’ un figlio naturale, non vivevamo l’adozione come un ripiego per l’impossibilita’ di avere un figlio naturale, ma come un completamento e un ulteriore arricchimento della famiglia.
Ci piaceva molto anche l’idea di fare del bene e dare amore a una creatura sfortunata che in qualche modo, senza di noi, non avrebbe avuto la fortuna di vivere una vita normale, in una famiglia normale.
Uscimmo dal Tribunale in quella calda giornat d’agosto, con un macigno sulle spalle, ancora increduli di quanto ci era capitato, non ci sembrava vero, impossibile.
Quella seconda parte del 2001 mi faceva riflettere molto anche in relazione al lavoro. La convention di Rimini aveva sancito tre anni di duro lavoro e i risultati ottenuti mi posizionavano al top, come sulla vetta di una montagna dalla quale sembrava impossibile andare ancora piu’ in alto.
Il business andava a gonfie vele; grande credibilita’ con gli associati che avevano ormai rimosso i forti pregiudizi iniziali verso Cisalfa e di conseguenza anche verso di me. Grande credibilita’ anche con i fornitori, che vedevano una Intersport cambiata e cresciuta, una Intersport piu’ matura e soprattutto piu’ cocnreta, con la quale si poteva investire per crescere insieme.
Era da poco iniziato il nuovo millennio e ripensavo molto alla vacanza sulla neve con Gianluca, l’inverno prima, quando ci dicevamo che era giunto il momento di cambiare e di fare qualcosa di nuovo. Fu in quei giorni, a cavallo tra il 2001 e il 2002 che presi la decisione di lasciare Intersport, di rientrare a Conegliano e di iniziare una avventura imprenditoriale che fosse tutta mia. Forse non mi rendevo neanche conto del coraggio che avevo nel fare quel passo, nell’abbandonare una posizione di prestigio, ben remunerata e invidiata da tutti, per ripartire dall’inizio, con molta modestia, aprendo un piccolo negozio di articoli sportivi. Sicuramente se non mi fossi trovato di fronte a situazioni personali e familiari che in un certo senso mi hanno imposto di prendere una decisione, penso alla situazione di Giacomo e alla volonta’ di concretizzare l’adozione di un bambino, forse non avrei mai trovato il coraggio di fare un passo cosi’ importante.
Nel mese di gennaio, seppure la decisione era gia’ presa, non ne parlai subito in azienda in quanto c’erano questioni importanti, di chiusura e inizio anno, che dovevo portare avanti e che non potevano distrarre me e soprattutto l’intera struttura. Decisi di parlarne a Marco l’11 febbraio, dopo le fiere in Germania; gli spiegai le motivazioni che mi avevano portato a quella decisione e, proprio perche’ si trattava di scelte di vita personali, lo vidi completamente disarmato nel trovare una soluzione per non farmi andare via.
Fui molto gratificato dal fatto che Marco e Vincenzo fecero di tutto perche’ io cambiassi idea; mi proposero persino di trasferire l’azienda a Treviso, cosa che non avrei mai fatto, mettere a repentaglio il fantastico team creato solo per soddisfare delle mie necessita’. Per aiutarmi a riflettere in tutta tranquillita’, mi proposero di rimanere a casa qualche settimana, cosa che accetai di buon grado.
Al mio rientro pero’ non avevo cambiato idea e quindi confermai la mia decisione, dando piena disponibilita’ a rimanere tutto il tempo necessario per gestire un buon passaggio di consegne con quello che sarebbe stato il mio sostituto.
L’11 marzo, io e Marco convocammo una riunione con tutto il personale per dare loro la notizia; nessuno si aspettava niente del genere, anche perche’, fino a quel momento, avevamo mantenuto il riserbo piu’ totale. Mi tremavano le gambe, avevo le mani sudate, vedevo tutte le persone che mi guardavano dritto negli occhi per cercare di capire cosa stesse succedendo; avevano intuito che non era una comunicazione qualsiasi. Presi coraggio, o quanto meno ci provai e balbettando, cominciai a informare sui miei pensieri e sulle mie decisioni. Marco stava a fianco a presidiare, a fare semplicemente da garante per la continuita’, anche se tutti poi sapevano bene che, pur essendo in sintonia totale, avevamo dui stili di management completamente diversi. Mentre finivo di dire quello che dovevo dire, di togliermi quel macigno che da mesi e mesi tenevo dentro, i miei occhi si facevano sempre piu’ lucidi e incrociando quelli dei miei collaboratori, vedevo che anche i loro occhi erano diventati lucidi, al limite del pianto per alcuni.
Era incredibile come dentro di me avevo pensato che fosse semplice dirlo, via il dente e via il dolore, pensavo, ma pensavo male. Da quel giorno infatti, tutti i miei collaboratori si sono stretti intorno a me con affetto, calore, sincerita’; uno ad uno hanno cercato il modo di dimostrarmi la stima che avevano in me e il dispiacere di perdermi come capo. Ogni giorno era una sorpresa, ogni giorno qualche scoperta, anche da parte delle persone che non mi erano vicinissime, almeno nella quotidianita’ del lavoro. Tutto questo mi metteva in crisi, una crisi profonda per la consapevolezza di quello che stavo lasciando, di quanto di cosi’ grandioso avevo scelto di abbandonare. Ci riflettevo giorno e notte, continuamente e nei viaggi da Conegliano a Bologna e ritorno, molto spesso piangevo, piangevo anche per tutto il viaggio per quel bivio al quale mi ero trovato di fronte e che imponeva una scla netta.
Tutta l’emotivita’ usciva fuori, dirompente e sotto certi punti di vista devastante, anche se non c’e’ mai stato un secondo nel quale abbia dubitato delle scelte fatte; ero sicuro che per me e per la mia famiglia avevo fatto la cosa piu’ giusta.
Man mano che si avvicinava il momento in cui avrei di fatto
In quei giorni lavoravo per sistemare tutto perche’ ogni cosa fosse a posto, affinche’ chi fosse arrivato dopo di me avesse trovato una buona situazione, senza troppi problemi irrisolti e comunque con tutte le cose chiare per poter prendere possesso delle pendenze e dare continuita’ all’azienda nel modo piu’ indolore posibile. Non c’era un sostituto e avevo capito che neanche ci sarebbe stato prima del mio termine; non era cosi’ semplice e immediato trovare la persona giusta, il profilo adeguato che fosse in grado di mixare al meglio capacita’ relazionali e di mediazione, con attitudini tecnico/organizzative e commerciali.
Lavorare al presente, pensare al futuro e vivere fianco a fianco con quel team di persone era un qualcosa che in ogni momento generava in me forti emozioni e sbalzi d’umore che mi facevano sentire prima come essere sulla vetta dell’Everest e poco dopo magari sprofondare nel buio piu’ totale.
Quello che non e’ mai mancato, neanche per un attimo, è l’affetto e il calore di tutti i miei collaboratori. Ogni scusa era buona per venire nel mio ufficio, per parlare, per confrontarsi, per verificare se per caso nel frattempo avessi cambiato idea. Con tutte le persone e’ venuto fuori lo spirito di una relazione basata sulla fiducia, sulla stima, sul sapere di esserci non solo professionalmente ma anche e forse soprattutto per le cose e i problemi personali; tutte emozioni e sensazioni che sia a me che a loro facevano offuscare e annebbiare il futuro l’uno senza gli altri.

Passavano i giorni e sentivo che il momento “X”, cioe’ quello dell’addio o dell’arrivederci stava arrivando; uno dopo l’altro stavo sistemando tutti i tasselli di quel mosaico che stava sempre piu’ delineandosi e prendendo forma e che avrei dovuto passare in consegna a Marco, perche’ lui aveva deciso di essere il mio successore, almeno pro-tempore. Decisi cosi’ che era opportuno organizzare una cena, tutti insieme, una cena che fosse un momento sincero di incontro, di gioia e di affetto. Alla cena invitai anche mia moglie e mio figlio Giacomo perche’ volevo renderli partecipi di quel momento, volevo far capire loro quanto avevo sofferto e quanta fosse stata per me difficile la decisione di rinunciare a tutto per avvicinarmi alla famiglia. Per dovere, invitai anche Vincenzo e Marco: Vincenzo non partecipo’, come era prevedibile mentre Marco accetto’ senza nessuna esitazione, non tanto per lo spirito che animava quel momento, ma sicuramente “per presidiare” in modo adeguato la situazione. Nei giorni antecedenti alla cena notavo dei movimenti strani, sotterfugi, sguardi di complicita’, cenni in codice; tutti elementi che lasciavano presagire che qualcosa stava avvenendo o che si stava preparando per l’occasione della cena. E difatti, cosi’ fu; la sera della cena tutti erano un po’ abbottonati, c’era si affetto, allegria, gioia di stare insieme, ma sentivo che la presenza di Marco frenava un po’ tutti, dava al momento quella sensazione di formalita’ e di “cena aziendale” che nessuno in quel momento avrebbe voluto. C’era voglia di sincerita’, affetto, informalita’; c’era voglia di essere noi tra noi e nient’altro. Tutto questo non fu possibile ed allora cercammo tutti di goderci quei momenti per come potevano essere, con i limiti del contesto. A fine cena, un gruppetto ando’ a prendere un pacco e me lo porto’, a nome di tutti. Si vedeva dalla forma che probabilmente era un quadro; iniziai a scartarlo incuriosito perche’ non immaginavo proprio di cosa potesse trattarsi. Quando tolsi anche l’ultimo pezzo di carta che lo avvolgeva, lo stupore e il piacere furono forti e finalmente furono anche svelati tutti i misteri e i sotterfugi dei giorni antecedenti. Il pazzo gruppo dei miei collaboratori aveva pensato bene di omaggiarmi di un bellissimo collage fatto di foto di tutti loro, fatte in azienda nei contesti piu’ disparati, alternate a tutte le frasi trascritte che io ero solito citare
“non piangere perché qualcosa finisce, sorridi perché è accaduta”
“nella vita si ha la fortuna di conoscere poche, rare persone che si meritano la nostra piu’ totale stima, rispetto, ammirazione”
“prima o poi c’e’ sempre una scelta da fare … l’importante è scegliere con il cuore”
“nella vita ti troverai davanti a tanti bivi, l’importante è imboccare sempre la strada giusta, come hai fatto in questo caso”
“la sua assenza puo’ chiarirvi ciò che in lui più amate …..”
“tutto quello che accade, accade per una ragione”
“credo che quando si sceglie con il cuore, la strada non possa che essere quella giusta”
“a volte la vita riserva sorprese che anche a distanza di tempo sembrano incredibili”
Fu una sorpresa tanto inaspettata, quanto gradita; era un regalo pensato e costruito con il cuore, molto di piu’ di una qualsiasi cosa che si compra e si paga andando a prenderla in un qualsiasi negozio. Il valore aggiunto di quel collage era il desiderio di trasmettere affetto, unione, spirito di gruppo, affiatamento, stima e gratitudine.

Quella sera, rientrando a Conegliano, Giacomo era steso sul sedile posteriore mentre io e Patrizia commentavamo la serata, lei mi chiedeva di questa e di quella persona e insieme pensavamo ai bei momenti passati, a quanto bello fosse quel team che avevo creato e a come tutto cio’ doveva essere per me fonte di soddisfazione e arricchimento. Tutto sembrava finito, gia’ fatto e accadauto, sembrava mancasse solo il comiato triste e doloroso dell’ultimo giorno di lavoro per chiudere il capitolo INTERSPORT del libro della mia vita, ma invece non era cosi’, non era affatto come pensavo io.
L’indomani mattina ero gia’ di nuovo a Bologna a sbrigare le ultime cose, Simona era seduta di fronte a me e insieme commentavamo la serata, la cena e soprattutto la bella idea delle foto, scherzando sulle frasi pallose e ripetitive che senza accorgermi ripetevo spesso ed erano fonte di presa in giro (bonaria) nei miei confronti.
A un certo punto, senza destare i miei sospetti, Simona fece una telefonata interna, avvisando una collega che poteva scendere. In pochi secondi il mio uffico si riempi’ di 40 persone, tanti erano i dipendenti di Intersport. Tutti erano sorridenti, con un sorriso molto piu’ spotaneo e sincero di quello spesso di forma della sera prima. Io non capivo bene cosa stesse succedendo, fino al momento in cui Simona, la mia fedele assistente, tenendo tra le mani un piccolo libricino bordeaux, con voce dolce e vellutata disse “ieri sera era un momento dovuto, ma la vera festa comincia adesso, volevamo darti questo nostro pensiero per salutarti, per ringraziarti di tutto quello che hai fatto per noi, sperando che cio’ faccia si che noi possiamo rimanere sempre nel tuo cuore”.
Mentre lei parlava, io con gli occhi lucidi incrociavo lo sguardo di molti di loro, anche loro con gli occhi lucidi almeno quanto i miei mentre guardavano le mie mani che avevano afferrato con esitazione quello strano libricino rosso. Era quadrato, circa 20 cm di lato, con una copertina molto lavorata e fogli interni, sempre bordeaux di carta molto grezza e spessa; sembrava un libro di fattura orientale o indiana, non certo prodotto industrialmente.
Aprii la prima pagina incuriosito e fui colpito dalla prima frase, l’unica presente in tutta la prima pagina:
NO LUCA……. NO INTERSPORT !!!!
era una scritta color oro che risaltava su quello sfondo bordeaux…… Sfogliando le altre pagine vidi che ognuna era caratterizzata da un pensiero scritto da ogni persona, una lettera aperta di ognuno dedicata a me. Ogni persona aveva scritto in quel libricino quello che si sentiva di dirmi, di comunicarmi; chi poche righe e chi anche tre pagine, ma tutti con sincerita’ ed affetto.
Inizia a leggere qua’ e la’ qualche frase, qualche accenno ma non riuscivo a concentrarmi, erano concetti troppo intensi che richiedevano concentrazione e tranquillita’. L’unica cosa che riuscii a fare fu quella di ringraziare tutti di tutto e soprattutto di quei momenti che riempivano la mia vita e avevano dato un senso a tutti i sacrifici e all’impegno di quei anni passati a Bologna in Intersport. Essere riconosciuto come capo e come riferimento dai propri collaboratori, non perche’ deciso da qualcun’altro, ma perche’ scelto dalle persone, era la migliore gratificazione a cui avessi potuto ambire.
———- o ———-
Diario scritto dai Dipendenti di Intersport Italia a Gianluca Pellegrinelli 31 marzo 2002:
“NO LUCA ? NO INTERSPORT ………
Caro Luca,
ti ringrazio infinitamente per il sostegno morale, la pazienza, la fiducia e la tranquillità che mi hai dato durante la nostra, purtroppo, breve “ convivenza”: i RITARDI, le varie imprecisioni (le luci della scrivania, …) le dimenticanze croniche (deviazione del telefono, …)……insomma non ho proprio la vocazione di assistente al DG!
Ti auguro di cuore una vita piena di belle sorprese e, come dice un certo Garcia Marquez (è un mio amico) …… NON PIANGERE XCHE’ QUALCOSA FINISCE, SORRIDI XCHE’ E’ ACCADUTA…
Simona Cipriotto
Grazie per essere sempre stato disponibile ad ascoltare, per aver sdrammatizzato ogni errore e soprattutto……per aver cercato di porti più come amico che come capo!
La tua mancanza si sentirà…ma la scelta fatta, dettata dal cuore e dagli affetti, è la più bella e felice che un uomo nella tua posizione possa fare!
Un grosso abbraccio
Antonella
Credo che poche, pochissime parole siano sufficienti.
Il mio capo è stato ed è, prima di tutto, un UOMO GIUSTO. L’unico astemio al mondo di cui non potrò MAI diffidare!!
Impossibile dimenticarti. Se faremo ancora qualcosa assieme, allora vorrà dire che la vita avrà deciso di farmi un gran bel regalo.
A PRESTO !
Max
Un ringraziamento,
per la fiducia, il rispetto, la serietà e la professionalità con cui hai accompagnato in questi brevi mesi il mio ingresso in Intersport.
In bocca al lupo !
Simone
Ciao Gianluca,
Spero di non averti fatto scappare …… e comunque ti verrò a salutare in quel di Conegliano.
Tantissimi auguri
Tiziano Dal Pin
Molto ti ho già detto e scritto … rimane un forte senso di smarrimento, mi sento disorientata e mi manca un importante riferimento.
Non voglio pensare che si tratti di un addio, mi piace pensare e sperare che avremo occasioni per rivederti ……non sparire !!!
Hai lasciato un vuoto nella nostra quotidianità che non riguarda solo il cambio ai vertici, ma, soprattutto ci mancherai tu per quello che hai rappresentato umanamente!
Non dimenticarci, Gianluca …… noi non lo faremo, non ci sarà possibile ……
Ti accompagni sempre il nostro affetto,
“A volte il guerriero della luce si comporta come l’acqua, e fluisce tra gli ostacoli che incontra.
In certi momenti resistere significa venire distrutto. Allora egli si adatta alle circostanze. Accetta senza lagnarsi, che le pietre del cammino traccino la sua rotta attraverso le montagne.
In questo consiste la forza dell’acqua: non potrà mai essere spezzata da un martello, o ferita da un coltello. La più potente spada del mondo non potrà mai lasciare alcuna cicatrice sulla sua superficie.
L’acqua di un fiume si adatta al cammino possibile, senza dimenticare il proprio obiettivo: il mare. Fragile alla sorgente, a poco a poco acquista la forza dagli altri fiumi che incontra. E, a partire da un certo momento, il suo potere è totale” (Paulo Coelilio)
Enza
Bene, sembra che sia arrivato il mio turno …… non è mai facile esprimere certe cose, tanto meno x me che solitamente rinnego la parte “sentimentale” del mio carattere. Non voglio nemmeno limitarmi a un banale “grazie”.
Gianluca, penso che nella vita si abbia la fortuna di conoscere poche, rare persone che si meritano la nostra + totale stima, rispetto, ammirazione …… beh, credo di essere stata fortunata: ne sto salutando una, di queste persone. Come ti ho già detto, lascerai un grande vuoto, e chi verrà dopo di te non sarà mai GIANLUCA!
Ti auguro buona fortuna e tanta felicità x il futuro. Non dimenticarti di noi, ti vogliamo bene!
Katia
Ciao Gianluca,
noi non abbiamo mai avuto molte occasioni per poter parlare, ma volevo farti sapere che ti stimo molte sia come persona che come capo!
Spero che la tua vita ti porti tutto quello che desideri.
In bocca al lupo!!! Un bacio grandissimo
Ilaria Fughelli
Che dirti se non ringraziarti per avermi dato la possibilità di conoscerti.
Spero di rincontrarti presto
Loredana
Dalla vecchietta Rosy un abbraccio, e grazie per tutto quello che hai fatto per noi.
Non ci dimenticare
Rosy
Prima o poi c’è sempre una scelta da fare…… l’importante è scegliere col cuore ……
Con affetto
Daniela ……
Ps: In bocca al lupo
E’ necessaria una buona dose di coraggio per rischiare la certezza per l’incertezza, per cambiare strada ……c’è vita, c’è giovinezza nel rifugiare i “consigli sensati”, nel cambiare vita, colori, progetti, nel coltivare sogni ……anche se si tratta di abbandonare una posizione consolidata ed invidiabile.
Spero che non sia un prepensionamento ……perché sarebbe un peccato per l’economia e lo sviluppo del Paese (ehh……ehh ……!!)……restare orfani di persone come te, che hanno passione, dedizione, correttezza sul lavoro e nel rapporto con gli altri ……(per la sviolinata in altri tempi, ti avrei chiesto quantomeno un aumento!)
Un abbraccio e un in bocca al lupo per una splendida felicità.
Roberta Tromba
Eccomi qui, dopo quasi tre anni in Intersport ne ho fatte di tutte: centralino, marketing, licenziamenti, riassunzioni, commerciale …… e pensare che sono una persona tranquilla!
Questo solo per dirti che ti ringrazio per la fiducia che hai sempre avuto in me, ma questo te l’avevo già scritto nelle dimissioni e non voglio essere ripetitiva ……
Quindi ti dico solo che nella vita ti troverai davanti a tanti bivi e io ti auguro di cuore di imboccare sempre la strada giusta, come hai fatto in questo caso.
Grazie di tutto ……
Francesca
Ciao Gianluca,
Come ben sai non sono un “filosofico”, basti pensare a tutti i miei “praticamente – se è lecito ecc. ecc.”. Malgrado questo comunque voglio confessarti il mio rammarico; pur vivendo molte ore della giornata nella stessa azienda, non ti ho mai ringraziato per l’insegnamento umano e professionale che mi hai trasmesso!!!
Uso questo mezzo intanto perché tu lo sappia, ma soprattutto perché tu capisca quanto sono stato fortunato a lavorare con te !!!
Sono sicuro che la vita ti sarà riconoscente della tua “preziosa decisione”!!!
Un sincero augurio di buona fortuna a tutta la famiglia
Gianni Ballarani
Ciao Luca,
conoscerti è stato un privilegio, non è facile trovare un capo che oltre alla propria professionalità è stato in grado di trasmettere equilibrio ed equità. In bocca al lupo.
Robertino Bertani
Con te il lavoro si è arricchito di sfide continue che mi hanno aiutata a crescere professionalmente e soprattutto come persona.
Ora tu ti sei lanciato in una nuova sfida e la vita avrà un volto nuovo; sono sicura che ti circonderà di sorrisi.
Grazie per la tua lezione e …… a proposito sei disponibile per qualche ripetizione ?
Linda
Molte cose che ti volevo dire sono già riuscita a comunicartele e per questo mi sento già soddisfatta. Sono in una fase di cambiamenti come te d’altra parte e spero che per entrambi si risolva al meglio. Forse è stato anche questo parallelismo che ci ha avvicinato in questi ultimi tempi.
Spero ci sia in futuro la possibilità di confrontarci nuovamente per raccontarci le nostre evoluzioni.
Con affetto
Simona (quella rossa)
Ciao Luca!
Così incominciavano le poche e-mail che ti ho spedito. Non ci siamo conosciuti bene ma ho cercato di imparare il più possibile da te. Adesso incominceranno nuove sfide e una persona che ti deve sostituire che troverà una eredità ingombrante. Ti faccio un grosso in bocca al lupo per la tua nuova vita e sono convinto che saprà regalarti altre soddisfazioni, molto diverse da quelle a cui eri abituato.
Di nuovo buona fortuna
(dedica non firmata)
Ciao Gianluca,
che dirti …… auguri per tutto.
Con affetto
Daniela Minella
Tutto a posto Luca
Ti scrivo questo pensiero che non è il mio ma ne convengo.
……quando l’amico ti confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, ne abbiate paura di contraddirlo. E quando tace, il vostro cuore non smette di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condivisa con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi, la sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate ……
Non cambiare mai, buona fortuna
Luciano
Caro Gianluca,
per fortuna che ho ascoltato quelle parole: “aspetta qualche mese” ……per poco mi sfuggiva l’occasione di conoscerti.
Per Intersport il tuo arrivo è stato come reinnestare un albero, per me è stata una grande lezione di professionalità ed umanità. Cercherò di far tesoro e di accrescere questi know-how (si dice così in gergo commerciale) però come si suol dire: non si finisce mai di imparare; ci sarai per qualche altra lezione??? Spero proprio di si perché, nonostante io sia la più “VECCHIA”, sento di aver ancora bisogno di te.
Delle tante qualità che ammiro in te, quelle che mi passano per la mente ora, sono CONCRETEZZA, EQUILIBRIO e UMANITA’ …… la vita nuova, davanti a te, avrà anche questo ma, soprattutto, sarà piena di affetto e di quel calore umano che solo un grande amore possono dare.
GIACOMO, PATRIZIA ed il piccolo che sta per arrivare non ti deluderanno … … questo è il mio augurio che ti faccio con il cuore.
Mi mancherai un sacco
Aurelia
Ps: ORA HAI INIZIATO IL TUO PUZZLE!!!
…… sono contenta di scrivere dopo molti altri contributi di miei colleghi …… fo così potuto leggere frasi bellissime che testimoniano, sicuramente più dei numeri, quello che tu rappresenti per questa azienda, QUANTO tu rappresenti per questo gruppo ……
Ti ricordi …… fine gennaio 1999, più di tre anni fa, in occasione di un MIAS a Milano, l’ultimo MIAS ……e l’ultimo atto di un’azienda, la NOSTRA, che doveva cambiare pelle, riscattarsi dalla gestione troppo personalistica e accentratrice di alcune persone che per troppi non erano né manager né “veri capi” a cui fare riferimento ……
Ricordo ancora perfettamente le tue parole di conforto e di supporto … … mi chiedevi fiducia e pazienza …… è stato per me naturale e spontaneo confermartele, ma davvero non credevo che avresti potuto in meno di due settimane stravolgere tutto per ripartire da capo …… quell’ISPO ha segnato la nostra vita, personale e professionale, ha rappresentato uno spartiacque: DA ALLORA TUTTO E’ STATO DIVERSO, TUTTO.
Non voglio parlare di me …… però, devo dirti quanto oggi mi sento bene, quanto sono felice: sono certa che non sarebbe stata la stessa cosa se non avessi avuto l’opportunità e il privilegio di lavorare con te …
Ci sono molte cose da dire …… tre anni e mezzo di convivenza, di questa convivenza, non si possono salutare con trenta righe … so che continuerai ad essere un punto di riferimento per noi … e, ne sono certa, non solamente per me … non si potrà prescindere da questo …
La tua dipartita ci lascia sgomenti, pur rispettando le profonde e importante motivazioni che ti inducono a intraprendere questa decisione …quando, quel lunedì mattina, ci hai comunicato che te ne saresti andato hai detto a tutti, e in particolare ai nuovi arrivati: “vi lascio un’azienda che gode di ottima salute, continuate ad averne cura ……”
Sono sicura che molti di noi si sentono come dei figli maggiori che rimangono orfani, in un certo senso, e che decidono di prendersi cura della propria famiglia con una dedizione ancora più grande di prima …… lo faremo … … E’ la nostra promessa.
Ti voglio bene, Gianluca, e ti auguro una vita piena di felicità e di passione …… che è “soltanto” ciò che ti meriti …
GRAZIE!!
Donatella
Ciao Luca,
GRAZIE MILLE DI TUTTO!
Grazie per essere stato un capo difficile da sostituire, in tutti e tanti sensi!!
Grazie per avermi ascoltato nei miei momenti difficili.
Le lunghe marce iniziano con un piccolo passo, tutto sta nel non fermarsi MAI!
Ricordati che le cose migliori accadono quando meno te lo aspetti e tutto quello che accade, accade per una ragione!
IN BOCCA AL LUPO E BUONA VITA !
Alle
Ciao Gianluca,
tocca a me e sinceramente mi sento un po’ imbarazzata ……
Abbiamo avuto poco tempo per conoscerci e quindi di te ricordo piccoli gesti, frasi, presenza ……come quando al colloquio di assunzione mi hai detto “qui siamo soliti darci tutti del tu!” ed io ho pensato: “che sollievo!!”
Penso che la vita sia un VIAGGIO che ci porta in paesi strani, per strade che spesso non conosciamo, a volte si trova un bivio ed è difficile decidere la direzione da prendere, ma credo che quando si sceglie col cuore la strada non posso che essere quella giusta!!
IN BOCCA AL LUPO
Emanuela Melotti
Caro Gianluca,
abbiamo avuto modo di raccontarci alcune sensazioni personali in questi giorni …… ho avuto la fortuna di poterti confessare il mio dispiacere nello scoprire che il nostro feeling aveva “una sorta di data di scadenza” a livello di quotidianità. Ora vorrei aggiungere che spero avrò l’onore di poterti conoscere un po’ meglio a livello personale …… e che, ti ammiro molto per come ti sei saputo porre alla guida del tuo gruppo ed in particolare della tua vita!
Un uomo capace, forse un po’ sarcastico, ma sicuramente “capace di osservare” scrisse:
“vivere è la cosa più rara del mondo …… i più esistono solamente!”
…… bhè …… immagino sia superfluo aggiungere altro ……
buona vita !
con affetto
Simona (la cozza!)
Ciao Gianluca!
…… non ho una gran fantasia x queste cose ma ci tenevo a farti ricordare di questo pazzo batterista!! …… farò carriera nel commerciale o nella musica ……?! Mah!
Sei una “grandissima” persona, ci tenevo a dirtelo.
Buona vita a te e a tutta la tua famiglia!!
Luca
A volte la vita riserva sorprese che, anche a distanza di poco tempo, sembrano incredibili, con la tua decisione tu sei stato una di queste!!
Se prima ti ammiravo come amministratore, ora ti ammiro e stimo come padre e marito.
Buona fortuna con stima e affetto
Stefano“
Fu una emozione crescente la lettura di questo diario, un pianto di emozioni e affetto che ancora oggi, a distanza di anni, rimane indelebile nei miei pensieri come una delle emozioni piu’ forti che una persona possa provare. Mi ritengo una persona privilegiata per aver avuto questa opportunita’, una persona fortunata che e’ stata premiata nel modo migliore e piu’ assoluto.
Lettera riservata personale ai Dipendenti di Intersport Italia 12 aprile 2002
“Carissimi,
come al solito sfrutto la tranquillità e la lucidità delle ore mattutine per esprimere i miei pensieri, nel caso specifico rendendovi partecipi di ciò con questa mia nota in un modo che non sono solito fare; chi mi conosce infatti sa che mi confido con gli altri poco e comunque sempre con estrema difficoltà.
Ieri sono stato in azienda e oggi, per la prima volta, non ho una prospettiva chiara e certa di quando tornerò a Bologna in quanto il mio mandato e il relativo passaggio di consegne è nei fatti terminato.
Esattamente due mesi fa ( l’11 febbraio ) ho parlato a Marco e Vincenzo, esternando le mie idee e i miei progetti, pensando in quel momento di togliermi il peso di una decisione così importante e sofferta. Da quel giorno invece niente era cambiato, anzi peggio, forse perché pensavo che il tutto si sarebbe sbloccato nel momento in cui l’informazione sarebbe stata ufficializzata anche a voi. L’11 marzo (ironia della sorte, esattamente 1 mese fa), quando vi ho dato la notizia, ho invece realizzato di aver “fatto i conti senza l’oste” e cioè senza un gruppo di persone che da quel giorno mi ha dimostrato in tutti i modi e le forme quell’affetto e quel feeling che si era creato, giorno per giorno, in questi quattro anni passati insieme.
Questo mese è stato molto intenso e ricco di emozioni forti in tutti i sensi, dalla gioia massima alla tristezza piu’ profonda, anche con qualche pianto “pubblico o semi-pubblico” dei quali mi sono stupito di me stesso …. È proprio vero che non si finisce mai di conoscersi. I viaggi da Bologna a Conegliano e ritorno sono stati momenti di bilanci, riflessioni e considerazioni su quanto fatto professionalmente e personalmente, con due grandi certezze sempre ben presenti ed evidenti:
da un lato la piena convinzione di aver fatto una scelta giusta in un’ottica di medio e lungo periodo, dall’altro la grande sofferenza e difficoltà nel separarmi oggi da tutti voi e da Intersport.
Professionalmente sono molto soddisfatto, lascio un’azienda profondamente cambiata rispetto a come l’ho trovata; un team di persone giovane, capace ed affiatato, un buon management interno, una ritrovata e dimostrata credibilità degli affiliati verso la centrale, un fatturato nel cassetto di oltre 350 miliardi nel 2003 (doppio rispetto al 2001), grazie anche ai contratti già definiti con Nike ed Adidas e, lasciatemelo dire, una nuova sede che darà grande immagine e soprattutto funzionalità al lavoro quotidiano di tutti voi. Siate fieri di tutto ciò, perché è il frutto si del mio coordinamento, ma prima di tutto del vostro lavoro e della vostra dedizione all’azienda.
Infine volevo ringraziarvi per le foto, ma soprattutto per il diario che mi avete regalato che penso sia il regalo piu’ bello a cui chiunque, come capo e come persona, possa ambire. L’ho letto e riletto, le prime volte partendo anche dalla fine in quanto mi accorgevo che non riuscivo mai ad arrivarci, non per mancanza di tempo ….. Non l’ho ancora fatto leggere a nessuno e non so se lo farò, ma dentro di me ne vado profondamente fiero perché so che quello che ognuno di voi ha scritto viene dal di dentro ed è sincero. Sono fiero oggi di voi come lo sono sempre stato; ricordo ad esempio quando facevamo le cene e vedevo gli altri gruppi nei ristoranti che ci guardavano con curiosità pensando “ma che azienda è ?? chi sono ??”, per me è sempre stato un momento di gratificazione molto bello che mi godevo nella mia apparente pacatezza (non ero certo tra il gruppo scatenato che ballava sui tavoli).
Cito alcune frasi dei vostri pensieri riportate nel diario, che ho fatto mie e che accompagneranno nel futuro il mio modo di essere e di pensare; se ognuno di voi riesce a carpire per se solo qualcuno di questi pensieri, penso che sia un altro bel risultato:
“non piangere perché qualcosa finisce, sorridi perché è accaduta”
“grazie per aver cercato di porti più come amico che come capo”
“il mio capo è stato ed è, prima di tutto, un uomo giusto”
“non dimenticarci Gianluca ….noi non lo faremo”
“nella vita si ha la fortuna di conoscere poche, rare persone che si meritano la nostra piu’ totale stima, rispetto, ammirazione”
“ti stimo molto sia come persona che come capo”
“grazie per avermi dato la possibilità di conoscerti e per quello che hai fatto per noi”
“prima o poi c’e’ sempre una scelta da fare … l’importante è scegliere con il cuore”
“c’e’ giovinezza nel rifuggire i “consigli sensati”, nel cambiare vita, colori, progetti, anche se si tratta di abbandonare una posizione consolidata ed invidiabile”
“nella vita ti troverai davanti a tanti bivi, l’importante è imboccare sempre la strada giusta, come hai fatto in questo caso”
“sono sicuro che la vita ti sarà riconoscente della tua “preziosa decisione” “
“un capo che è stato in grado di trasmette equilibrio ed equità”
“la vita avrà un volto nuovo, sono sicura che ti circonderà di sorrisi”
“la sua assenza puo’ chiarirvi ciò che in lui più amate …..”
“Giacomo, Patrizia e il piccolo che sta per arrivare, non ti deluderanno”
“mi chiedesti fiducia e pazienza, è stato per me naturale e spontaneo confermartele”
“grazie per essere stato un capo difficile da sostituire”
“tutto quello che accade, accade per una ragione”
“credo che quando si sceglie con il cuore, la strada non possa che essere quella giusta”
“vivere è la cosa piu’ rara… , i più esistono solamente”
“a volte la vita riserva sorprese che anche a distanza di tempo sembrano incredibili”
Grazie per tutto questo, grazie davvero !!!! Non voglio dimenticarvi, anzi, spero solo nel tempo di poter vivere il ricordo come citato da una di voi nella prima frase, sorridendo perché è accaduta e che voi troviate nel mio sostituto un nuovo importante punto di riferimento.
Vi voglio bene …. Gianluca
PS: il mio cellulare rimane lo stesso, mentre la mia e-mail, pur essendo quella del negozio, è strettamente personale in quanto la leggo solo io. A chiunque chiedesse i miei recapiti (fornitori, affiliati o altro) potete fornirli tranquillamente, mentre è sottointeso dirvi che per voi, per qualunque motivo, sono sempre disponibile e presente.“
Dopo un paio di settimane dalla mia uscita definitiva da Intersport, ho sentito la necessita’ di scrivere anche agli affiliati, per salutarli e ringraziarli di tutto:
Lettera riservata personale agli Associati Intersport 04 maggio 2002
“Cari Associati,
innanzitutto buon giorno a tutti, spero che il business stia andando bene, nonostante il tempo che non aiuta certo le vendite di prodotti estivi …… speriamo di non arrivare come al solito al concentrare il sell out nel periodo dei saldi dove i margini sono veramente ridotti al minimo.
Vi scrivo solo oggi, dopo circa un mese della mia uscita ufficiale da Intersport, per salutarVi e per ringraziarVi di questi bellissimi 4 anni trascorsi insieme, oltre che per darVi delle “penso doverose” spiegazioni sulle motivazioni che mi hanno portato a lasciare l’azienda.
Chi di Voi era a Rimini forse ricorderà una delle frasi che ho detto alla fine della convention, parlando di NIKE: “DOBBIAMO SAPER GESTIRE GLI EVENTI E NON SUBIRLI”, questo vale tanto nel lavoro, quanto nella vita privata ed è il principio che ha condizionato fortemente le mie decisioni. Dopo 15 anni di intenso lavoro, quasi tutti via da casa, ho capito che era arrivato il momento di cambiare il senso delle priorità, dando piu’ spazio alla famiglia, a mia moglie, a mio figlio che sta crescendo e che sente sempre più la necessità della presenza paterna e, non ultimo, ai miei interessi strettamente personali.
Tutto questo non è stato facile, perchè mi portava a rinunciare alle cose per le quali ho sempre lottato nella mia crescita professionale: la posizione, le responsabilità, il livello economico, le persone ecc. ecc. . Devo dire che oggi, a distanza di un mese, con un po’ di umiltà e buon senso, molte di queste cose sono state assorbite, ad eccezione di due elementi importanti, i piu’ importanti: Voi e i dipendenti Intersport !!!!
Il personale Intersport, 33 su 40 li ho assunti io in questi quattro anni, tutti giovani, con voglia di fare e con grande attaccamento all’azienda, come quelli che sono lì da piu’ tempo, dalla gestione precedente, quelli che hanno saputo dimostrare le loro capacità nel cambiamento. Mi hanno fatto soffrire e pesare la mia decisione davvero molto, con l’affetto e il calore che in questi ultimi mesi mi hanno dimostrato in tutti i modi, insieme e singolarmente !!!!
E poi Voi, gli “ASSOCIATI INTERSPORT”, tutti, compreso quelli che al mio arrivo mi hanno piu’ o meno dimostrato ostilità, non personale, ma forse per attaccamento al mio predecessore o per diffidenza verso chi mi aveva voluto in azienda; in questi 4 anni avete saputo cambiare e ricambiare con la Vs. stima gli sforzi che tutta l’Intersport ha fatto per crescere, per voltare pagina. Tutto il Gruppo Intersport ha lavorato giorno per giorno, riunione per riunione, per migliorare le cose, per fare cose nuove, nella comunicazione , nel prodotto, nei servizi; ogni riunione ci impegnava moltissimo, le settimane prima dell’inizio era normale uscire dall’ufficio a mezzanotte o all’una, perchè tutto fosse pronto alle 9.00 del primo giorno.
Tutto sembrava che crollasse, quando il primo giorno, il 40/50 % di Voi arrivava tardi alla presentazione d’inizio, ma poi, nel tempo, mettendo i “paletti” e formando le persone, abbiamo saputo superare anche questo “alle 9.45 si parte comunque e chi non c’e’ s’arrangia, come chi, non leggendo l’e-mail, perderà delle opportunità sulle quali non transigeremo” questo dicevo e questo dava forza e stimolo a tutti. Però le cose sono cambiate, e nel tempo avete saputo cambiare (la maggior parte di Voi), capendo che quello che dicevamo facevamo, ci avete dato credito, avete apprezzato il pronto, la pubblicità e tante altre cose; i fornitori per Vostro tramite lo sapevano e lo percepivano che Intersport era cambiata. A Rimini tutto questo ce lo siamo detti, sopratutto in quell’oretta finale dove ho stimolato un dialogo forse un pò rude, ma diretto e sincero; avevo capito che era il momento di farlo, che dovevamo dirci le cose come stavano e ragionare da “imprenditori” e non da “bottegai”. Un mio stretto collaboratore mi aveva suggerito una frase d’effetto di chiusura, secondo me molto vera, che in quel momento non ho detto in quanto ero andato a ruota libera su quello che pensavo, abbandonando la scaletta ufficiale; la dico adesso perchè penso sia molto centrata: “CI SONO IMPRENDITORI CHE ANTICIPANO E INFLUENZANO GLI EVENTI, ALTRI CHE LI SEGUONO, E ALTRI CHE, QUANDO SONO PASSATI, SI CHIEDONO COSA SIA SUCCESSO ….. ” non male come spunto di riflessione vero ??
Per Voi quello che ora conta è che Intersport adesso è così, indipendentemente da me, le persone che continuano a lavorarci sono state formate in questa direzione e sono convinto che chi mi sostituirà darà continuità all’impostazione data fino ad oggi al Gruppo.
A livello personale io mi dedichero’ come detto alla mia vita privata e all’outlet che fino ad ora ha gestito mia moglie e che mi darà comunque un reddito (speriamo, visti i tempi) sufficiente alle mie necessità; rimango pertanto nel settore, acquistando articoli sportivi a stock per l’outlet e mi piacerebbe rimanere in contatto con Voi. Avrei assolutamente piacere che chi avesse l’occasione di venire nel Veneto passi a trovarmi o i ogni caso possiamo mantenere il contatto via cellulare, il mio rimane quello che avevo in Intersport, mentre la mia e-mail diventa quella del negozio.
Un grazie per tutto e un saluto di cuore.
Gianluca Pellegrinelli
PS: questo messaggio è indirizzato a tutti gli Associati Intersport dotati di e-mail“
Vedi tutti gli articoli della sezione “Lavori passati”
Torna alla Home