La maturità e le scelte sul futuro
Nel 1983 frequentavo il quinto anno delle scuole superiori, il quinquennio trascorso in quella scuola era sicuramente stato positivo ed ero soddisfatto su come avevo gestito il mio programma di studi, bilanciando bene gli impegni scolastici, il tempo libero con gli amici e anche un po’ di attività sportiva. Ogni anno nel primo quadrimestre avevo qualche insufficienza, mi sembra di aver toccato l’apice negativo in seconda con sette insufficienze anche se poi, nei secondi quadrimestre mi dedicavo con maggiore attenzione e priorità alle materie deboli e così sono riuscito a passare indenne tutte le classi senza mai essere rimandato in neanche una materia.
In quell’anno ho pensato molto alle scelte future da intraprendere, a quanto fosse importante quel momento e quanto avrebbe influenzato la mia vita; il grande dubbio era quello, ovviamente, di decidere se continuare a studiare o se gettarsi nel mondo del lavoro. Entrambe le strade avevano grosse incognite, in quanto in entrambi i casi le idee non erano chiare, sugli studi ad esempio non sapevo che tipo di specializzazione intraprendere, per che professione, in che università e così via. Per quanto riguarda il mondo del lavoro era più evidente la mia propensione a un’attività di tipo commerciale, anche qui non avendo la più pallida idea se come agente e in che settore, come funzionario dipendente di un’azienda o, sempre nello stesso ambito come dipendente in un ufficio commerciale a gestire il customer service o reparti affini. E’ chiaro che in una ipotesi lavorativa di questo tipo sentivo che i non pochi sforzi fatti e che stavo ancora facendo nei cinque anni di I.T.I.S. erano stati quasi inutili, se non a livello di formazione generale e crescita personale.
I miei genitori in questo erano aperti a supportarmi in qualsiasi decisione avessi preso anche se penso, ma non ne sono sicuro, che in cuor loro ci fossero desideri diversi: per mia madre il desiderio che io proseguissi gli studi all’università e per mio padre invece la speranza che mi buttassi nel mondo del lavoro, magari per vedere se ero in grado di crearmi un mio spazio e in prospettiva anche una mia autonomia economica/finanziaria.
In quel momento ho capito quanto mi sentivo lontano da quelle materie studiate per cinque anni, quanto allora avessi scelto con superficialità magari perché quella era la scuola “in voga” al momento o magari perché era logisticamente funzionale al fatto che mia madre lavorasse a pochi chilometri da lì. Sentivo di avere avuto tanto dalla formazione ricevuta a livello generale e dall’insegnamento umano dei professori, ricordate Liberali, Gallon, Corletto, Damo e lo stesso preside Serena, però allo stesso tempo avevo la spiacevole sensazione di non avere imparato nessuna nozione tecnica e nessuna lingua straniera che in quel momento mi potesse essere utile nelle mie scelte professionali.
Se siete genitori, ricordatevi di aiutare i vostri figli nelle loro scelte dopo la terza media e ancora, alla fine delle scuole superiori. Aiutarli vuol dire non influenzare o peggio imporre le vostre idee e i vostri desideri in merito alle loro scelte, magari solo per una vostra gratificazione personale di come voi li vorreste vedere o di quello che voi non avete saputo o potuto fare. Aiutarli però vuol dire anche non lasciarli soli nelle scelte, vuol dire dare loro tutti gli elementi utili a ridurre il rischio di prendere direzioni sbagliate, aiutarli vuol dire spingerli a riflettere su cosa vogliono realmente fare da grandi e su quanto i loro desideri siano coerenti con le loro propensioni personali e caratteriali e con la recettività del mercato del lavoro per quel tipo di professione. Tutto ciò, ricordate, è importante e fondamentale per i vostri figli, come lo è stato per me, indipendentemente che si stia parlando di un futuro operaio, agricoltore, insegnante o fisico nucleare, con tutto rispetto per tutte le professioni ivi citate.
Comunque nel mio caso, alla fine, decisi di proseguire gli studi …………………………………….
sul campo e cioè gettandomi nel mondo del lavoro !!!!!
Hanno prevalso in me la convinzione sulle mie capacità e la volontà di applicarle nel mondo vero, di imparare sulla strada quella professione che la scuola non mi ha insegnato e la voglia di ottenere risultati e gratificazioni che solo il mondo del lavoro ti può dare. Probabilmente ha pesato nella mia decisione anche il fatto che il rapporto con Patrizia si consolidava sempre più e dentro di me sentivo la necessità di arrivare quanto prima ad un’autonomia finanziaria che lei peraltro già aveva, visto che lavorava come commessa da alcuni anni. Facevo fatica ad immaginarmi altri cinque anni a studiare, chiedendo la macchina ai miei genitori per uscire e ricevendo da loro i soldi necessari alle mie necessità e magari anche al mio sostentamento se avessi dovuto vivere fuori casa, anche se devo dire che loro non mia hanno mai fatto pesare nulla in questo senso.
Presa la decisione, ebbi da subito la netta sensazione cha ad un certo punto della mia vita mi sarei pentito di non aver fatto l’università, di non aver proseguito negli studi dove, con la massima obiettività, vedevo che si lanciavano molti miei compagni con attitudini secondo me molto diverse da quella di proseguire in quella direzione. Mi rendevo conto poi che chi per moda, chi per pressione dei genitori e chi perché non aveva voglia di lavorare, contribuiva ad accrescere il mondo dei nuovi dottori, come peraltro avviene ancora oggi, con il rischio che si potesse arrivare unn giorno a un punto di saturazione per cui l’essere “dottore” potesse diventare quasi un requisito base per lavorare, come lo è avere la patente per guidare la macchina. Nonostante tutto ciò decisi comunque di proseguire nella decisione appena presa.
Il termine dell’ultimo anno scolastico e gli esami di maturità li feci pertanto con lo stesso spirito con cui mediamente un dipendente gestisce il periodo di preavviso in un posto di lavoro, in attesa di iniziare una nuova e più stimolante esperienza professionale; il buon senso e la coscienza personale fanno si che le attività vengano comunque svolte e garantite, anche se la produttività e, in questo caso i risultati, ne hanno sentito sicuramente. Mi applicai pertanto, ma non troppo e soprattutto senza quell’ambizione che dovrebbe portare uno studente a voler ottenere il massimo a coronamento degli sforzi di un quinquennio, sono addirittura andato con un amico a studiare per un po’ di giorni a Jesolo, in campeggio dove avevo la roulotte ….. potete ben immaginare la focalizzazione e la produttività di quei giorni …… Alla fine mi diplomai con un decoroso ma modesto 42/60, poco al di sopra del minimo dei 36/60 che, se vogliamo esprimerlo in modo figurato, è come il classico calcio nel di dietro che viene dato per uscire dalla scuola.
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