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Il coraggio di cambiare

Pur avendo raggiunto un certo equilibrio professionale e personale, dentro di me sapevo bene che la mia era una situazione precaria per definizione:

quanto sarei resistito lavorando via dal lunedì al venerdì?,

per quanto tempo mia moglie lo avrebbe accettato?,

cosa avrei fatto nel momento in cui mio figlio, crescendo, avrebbe reclamato con maggiore decisione la mia vicinanza a lui?,

lavorando per crescere, forse un giorno mi avrebbero proposto un trasferimento all’estero o ancora a Roma?

I punti di domanda erano davvero molti, troppi perché uno solo di essi non si concretizzasse rompendo quell’equilibrio così instabile e fragile che con molta fatica avevamo costruito; era ragionevolmente molto probabile che di lì a un paio d’anni mi fossi ritrovato davanti a un nuovo trasferimento, che sicuramente la mia famiglia non avrebbe accettato.

In quel momento decisi che era il momento di cambiare azienda, basta indugi…., il mondo non era solo la Procter & Gamble e, mio malgrado, dovevo saper uscire da quel guscio che mi aveva forgiato e protetto al tempo stesso …… tutto all’esterno non poteva essere così diverso e brutto da come noi lo vedevamo dall’alto della nostra Business Company.

O sapevo gestire la situazione, finchè ero in tempo, o mi sarei trovato un giorno a doverla subire, cosa che non volevo assolutamente!!!!

Così decisi di ricontattare tutte le società di selezione del personale con cui negli anni ero entrato in contatto e con le quali avevo bene o male mantenuto un seppur labile legame. Aggiornai il mio curriculum per presentarmi nella mia forma e luce migliore, leggendolo e rileggendolo ripetutamente, cambiando a volte intere sezioni e a volte solamente delle virgole, dei punti o una parola. Avevo trent’anni, l’età era quella giusta per crescere, non ero più uno sbarbatello e di cose ne avevo fatte davvero molte; stavo finalmente uscendo dalla mia “università sul campo” e dovevo far capire bene al mercato che la mia facoltà, anche se non conosciuta ai molti, era una di quelle toste, dove ti insegnano molto e pongono le basi per un solido sviluppo per il raggiungimento degli obiettivi assegnati.

A trent’anni c’e’ chi ,prendendosela un po’ comoda, aveva appena terminato gli studi, io invece pensavo che era arrivato il momento di puntare alla dirigenza; da parte mia dovevo ovviamente sapermi proporre bene, senza overselling, cioè senza vendere quello che non sapevo fare, ma anche evidenziando adeguatamente tutte le cose che avevo appreso e soprattutto quel management style che P&G mi aveva insegnato. Guardando la situazione dall’occhio di che mi avrebbe cercato o voluto, pensavo che se un’azienda non dimostra la volontà di investire nel momento in cui deve attrarre un nuovo manager e non ha la capacità di osare e rischiare nell’assumere un giovane dirigente, all’ora non sarebbe stata l’azienda giusta per me. Una azienda con simili remore ad inizio rapporto, difficilmente mi avrebbe gratificato nel futuro, ma soprattutto non mi avrebbe dato quel supporto e quella fiducia che sono indispensabili per chi deve muoversi e agire, costruendo la propria esperienza e potendo cambiare le cose, se necessario.

Meeting Montenegro Cancun Messico Gianluca Pellegrinelli

In quei mesi incontrai molte società di selezione e molte aziende, alcune interessate a me ed altre meno; in realtà in molti casi ero io che uscivo scettico dai colloqui, con forti titubanze, a volte sui managers incontrati, a volte sui business in cui operavano, a volte sulla struttura, insomma c’era sempre un buon motivo che non mi faceva disperare se non venivo scelto. Le cose cambiarono quando incontrai in centro a Milano una società di selezione che mi parlò di un’azienda bolognese che cercava un Trade Marketing Manager da inserire nel proprio organico. La società in questione era la Montenegro S.p.A., che io non conoscevo affatto se non per l’omonimia con l’amaro che commercializzava. Di primo acchito non fui colpito favorevolmente da questo contatto, la società era per me anonima, non particolarmente grande, anzi molto piccola se paragonata al colosso internazionale P&G nel quale lavoravo, vendeva un prodotto per me molto “lontano” essendo io tra l’altro astemio e poi, cosa tutt’altro che trascurabile, non risolveva il mio problema logistico.

Al secondo colloquio, sempre a Milano, incontrai uno dei due Direttori Generali dell’azienda, quello che si occupava della parte commerciale e marketing, il dott. Monetti; mi piacque molto come persona, tipico bolognese piacevole, sorridente e concreto. Quando si dice che la prima impressione è la più importante, ecco era esattamente quello che era successo a me; indipendentemente da tutto e da tutti, fui molto colpito da quel manager, ormai non più giovanissimo, che si comportava in modo strano e interessante, parlandomi della Montenegro come io ero abituato a parlare della P&G quando qualcuno mi chiedeva qualcosa del mio lavoro o dell’azienda per la quale lavoravo. Le cose che mi stupirono e stuzzicarono la mia voglia di approfondire quel contatto furono quattro:

la centralità del prodotto e del marketing

l’organizzazione e i principi gestionali dell’azienda

la crescita del management dall’interno come priorità organizzativa

il saper ascoltare e voler capitalizzare su nuove idee

Mi sembrava di essere a colloquio con una P&G junior  a carattere prevalentemente nazionale, ma con un management che aveva le idee chiare, sicuro di se e con la voglia di crescere e fare business in modo equilibrato e non a tutti i costi, salvaguardando certi principi.

Accettai con piacere di fare il terzo colloquio a Bologna, presso la sede dell’azienda, curioso di vedere Monetti al dì fuori di un asettica sala riunioni di una società di selezione, ma inserito nel contesto aziendale creato e sviluppato a suo modo, con il suo stile e attorniato dalle persone che “fanno e sono” il bene più importante dell’azienda. Entrare nell’azienda era come andare da un cliente; P&G mi aveva insegnato molto bene a capire e interpretare tutto quello che mi stava intorno, cercando poi di mettere tutto assieme, ogni singolo tassello come in un grande mosaico, per arrivare ad avere una visione dell’insieme che sia la più nitida possibile, ma soprattutto vista dalla prospettiva che ti interessa e non da quella che ti vogliono fare vedere. L’impatto con la sede fu positivo, l’ambiente era molto curato, ben tenuto e con una forte attenzione all’ordine e al metodo; niente era fuori posto, neanche negli scorci che potevo notare a distanza dei capannoni che presumo ospitassero i magazzini. All’ingresso c’era una portineria centrale, con un funzionario rigorosamente in giacca e cravatta, che annunciandomi all’interno, mi alzò la sbarra per farmi parcheggiare nell’area riservata ai visitatori, vicino all’ingresso principale della palazzina uffici. Tutto era sobrio ma rigorosamente a posto, l’erba del giardino ben tagliata e curata, l’atrio praticamente vuoto, con pochi luci soffuse e alcune macchine storiche presumibilmente un tempo preposte alla lavorazione degli estratti dell’amaro Montenegro. L’unico tocco di sfarzo, peraltro molto piacevole e di buon gusto, era un grande albero che partendo dal piano terra, si alzava fino alla fine del secondo piano in una galleria interna centrale chiusa nella parte alta da una grande vetrata e attorno alla quale si affacciavano nei vari piani tutti gli uffici dell’area commerciale e marketing.

Tutto quell’incontro, che durò parecchie ore, fu interamente dedicato a conoscerci reciprocamente, approfondendo solo problematiche di marketing e commerciali, parlando del posizionamento dei prodotti, dei vari clienti grandi e piccoli, delle strategie commerciali dell’azienda, dei suoi limiti, della volontà di innovare pur mantenendo validi alcuni principi. Fu un colloquio molto lungo che portò via il pomeriggio, senza mai parlare, ne io ne lui, della mia situazione personale, delle possibili modalità di assunzione, dell’inquadramento, dei benefits, del compenso….. era prematuro ed entrambi ne eravamo consapevoli. Quando entrava un’impiegata la squadravo come fosse ai raggi x , volevo capire come si muoveva, cosa pensava, che tipo di rapporto aveva con Monetti; se riuscivo a cogliere anche solo delle piccole sensazioni, per me erano parti importanti di quel mio mosaico che stava pian piano costituendosi e prendendo una sua forma e un suo aspetto.

Trovare dei bolognesi che non ti facciano una buona impressione è davvero difficile, e così al mio quarto colloquio, sempre in azienda, iniziai a focalizzare alcune figure interne, sia operative che dirigenziali; un po’ tutti rispecchiavano un certo modo di essere e di pensare, lo stile era quello e soprattutto chi era in azienda da più anni ne aveva un suo modo di agire e di pensare. Conobbi anche l’altro Direttore Generale, il dott. Rizzoli, più indirizzato alla gestione produttiva, amministrativa e finanziaria dell’azienda. A parte l’aspetto fisico, completamente diverso, sembrava una fotocopia di Monetti, stesso atteggiamento positivo, stessa capacità di ascoltare, stessa pacatezza; è certo che se da molti anni si dividevano con successo ed efficacia la Direzione Generale dell’azienda, un motivo doveva pure esserci.

Raggiungere un accordo fu facile in quanto eravamo già entrati in sintonia e quindi tutti gli angoli furono smussati con relativa facilità, trovando i giusti ed equi compromessi; fui assunto come dirigente e per me, a meno di trent’anni fu un grande traguardo. Da un punto di vista logistico decidemmo che mia moglie e Giacomo, che avevano appena trovato un loro equilibrio, non si sarebbero mossi da Conegliano, mentre io avrei fatto il pendolare, vivendo in albergo dal lunedì al venerdì e rientrando a casa per i fine settimana.

 

Le mie dimissioni da P&G furono si dolorose, ma al tempo stesso ben gestite, essendo maturate gradatamente e non forzate; e poi il mio nuovo posto di lavoro mi stimolava molto e non vedevo l’ora di iniziare la nuova avventura. Una cosa che ho imparato iniziando nel nuovo incarico è che non c’è niente di meglio che arrivare il primo giorno e trovare già il proprio ufficio o più semplicemente la propria scrivania, opportunamente predisposta per il nuovo arrivato, con tanto di computer, interno telefonico, cancelleria e quant’altro fosse stato necessario. E’ molto importante e trasmette fiducia il fatto che l’azienda stia aspettando il nuovo ingresso e si sia prodigata per tempo affinché tutto fosse a posto per il giorno d’inizio. Quante volte invece tutto è lasciato al caso…….., il neo assunto arriva e si sente sballottato qua e là da persone che discutono su dove metterlo come fosse un soprammobile, non c’è posto, mancano i computer, per non parlare poi dei giorni o delle settimane che normalmente servono per avere un numero telefonico interno personale.

 

L’organizzazione gerarchica interna era molto semplice e funzionale: Monetti faceva le vesti anche di una sorta di Direttore Commerciale, a cui riportava un Co.Co. (comitato commerciale) composto dai quattro dirigenti di reparto io, come trade marketing manager, Stefano Yea come marketing manager, Andrea Vannini come direttore vendite e Ripoldi come responsabile della grande distribuzione. Ognuno di noi aveva a sua volta una struttura alle proprie dipendenze in funzione delle rispettive aree di responsabilità. Altra figura storica in azienda, seppure anagraficamente più o meno della nostra età, era Canalini, entrato come impiegato, cresciuto poi all’interno fino a svolgere la funzione di responsabile del personale prima e in seguito anche della produzione. Questo tipo di organizzazione permetteva di mantenere una buona autonomia di reparto e funzioni, facendo però sì che tutte le decisione importanti fossero in un qualche modo condivise dai quattro dirigenti, chiamati a svolgere un ruolo di consulenza e mediazione sui temi in questione di volta in volta. Monetti dal canto suo, agiva più da stimolo nel mettere sul tavolo nuovi progetti e idee, lasciando poi al CO.CO. il compito di valutarne la fattibilità, l’utilità e di conseguenza di renderli operativi. L’azienda aveva voglia d’innovazione e al tempo stesso sete d’informazioni ed io, a meno di un mese dal mio ingresso, ottenni l’ok per sviluppare un nuovo progetto finalizzato all’implementazione di una rete commerciale dedicata per il supporto al punto vendita, ivi compreso un adeguato sistema informativo di merchandising. Partimmo in quarta, con il supporto della direzione da una parte e con l’aiuto operativo di Maurizio Cardillo dall’altra, un mio validissimo collaboratore molto esperto nell’area del merchandising e dell’informatica.

 

Il progetto si sviluppò su tre fronti principali e paralleli:

  1. IDENTIFICARE LA MISSION DEL REPARTO:

Quali erano le necessità dell’azienda ?

L’obiettivo era limitato a rilevare la situazione presente nei punti vendita o anche ad influenzarla con azioni e strumenti che migliorassero la vendibilità dei nostri prodotti?

Quali cose erano realmente fattibili? Come non creare un sistema inefficace e solo in grado di generare burocrazie ed extra costi?

Come fare le cose in modo efficace ed efficiente? Quali le relazioni con gli altri reparti di vendita e con le funzioni aziendali di staff?

  1. CREARE LA RETE DI VENDITA:

Profilo del funzionario ideale?

Come ricercarli e selezionarli?

Compenso e benefits?

Strumenti e formazione ai neo assunti

  1. SVILUPPARE IL NUOVO SISTEMA INFORMATIVO MERCHANDISING (S.I.ME):

Costruire sulle esperienze e sugli errori passati per sviluppare un software semplice ma funzionale?

Che tipo di dati raccogliere e leggere su base sistematica?

Come misurare i risultati delle azioni?

Che tipo di hardware utilizzare?

Che software house incaricare per lo sviluppo o che software già presente sul mercato scegliere?

 

Fu un progetto molto coinvolgente in cui giorno dopo giorno potevano vedere i risultati dei nostri sforzi e l’insieme che si materializzava sempre di più, concretizzando in modo evidente quello che solo pochi mesi prima era un obiettivo che l’azienda vedeva molto lontano e difficile da raggiungere. Potevamo sapere come i nostri prodotti erano posizionati sugli scaffali dei supermercati, quanto spazio avevano e in che ripiano erano, confrontando anche le informazioni con quelle dei nostri principali concorrenti. Eravamo in grado di misurare con certezza quando e come i nuovi prodotti raggiungevano gli scaffali, quando le nuove offerte promozionali arrivavano al consumatore e come eravamo posizionati con i prezzi al pubblico dei nostri prodotti. Tutte le iniziative promozionali concordate con i maggiori clienti o fatte di loro iniziativa, venivano monitorate e lette, dando una adeguata valutazione dei volumi esposti, dei supporti promozionali utilizzati e più in generale della loro efficacia.

In meno di un anno avevamo integrato le discussioni dei Comitati Commerciali, analizzando non solo i dati di sell in al mercato, cioè quanto la nostra società fatturava ai clienti, ma anche e soprattutto i dati di sell out e cioè quanto e come i nostri prodotti venivano comprati e prelevati dagli scaffali dei supermercati.

 

I miei più stretti collaboratori avevano finalmente ritrovato stimoli e fiducia in se stessi che nel tempo si erano un po’ persi e offuscati in un ambiente da un lato desideroso di innovazione e dall’altro molto conservatore e restio a dare spazio alla creatività e ai cambiamenti. Il caso sicuramente più rilevante nel quale mi sono ritrovato a fare i conti con questo modo di pensare, ricordo che fu quando, in occasione di un Co.Co. presentai alcune candidature interessanti tra cui scegliere un mio assistente che avevamo già convenuto precedentemente di inserire in organico. Tutto filò liscio e senza intoppi, fino a quando Monetti, sentito pronunciare il nome di Tiziana, si rese conto che la candidatura preferita, sia da me che da Canalini (il responsabile del personale) era una donna. “Una donna !!!…., ma con tanti uomini laureati e laureandi in cerca di lavoro perché siete orientati ad assumere proprio una donna ??” ci disse Monetti con tono indefinibile tra lo stupito, il seccato e lo scherzoso. Veramente, io dissi “la variabile del sesso per me era assolutamente indifferente in quanto la cosa importante è il profilo della candidatura, le sue capacità e le sue potenzialità …., poi, uomo o donna è lo stesso”. Lui prontamente ribattè “si, sono d’accordo ….., però ……” che praticamente con l’inserimento di quel “però” voleva dire che non era d’accordo con il nostro ragionamento.

Seppure fortemente negativo, nel pieno rispetto dei ruoli e delle funzioni, mi lasciò fare e decidere come meglio credevo; sapevo che mi stavo creando un possibile boomerang qualora la persona non si fosse inserita positivamente in azienda, ma d’altronde secondo me Tiziana aveva veramente una marcia in più delle altre candidature e questa era una considerazione importante che mi fece propendere per correre questo rischio.

 

Un altro momento molto bello e gratificante di quell’esperienza in Montenegro fu il viaggio incentive con tutta la forza vendita che facemmo ai primi di gennaio in Messico, più precisamente nello Yucatan a Cancun. P&G non credeva in questo tipo di iniziative e pertanto in tutti gli anni passati non avevo mai avuto una simile opportunità, al contrario di quanto invece facevano abbastanza regolarmente altre grosse multinazionali quali Lever, Henkel, Johnson Wax e molte altre. La rete vendita che partì era composta di un centinaio di persone, tra agenti e capi area, mentre come rappresentanti dell’azienda c’eravamo io, il direttore vendite Vannini, Monetti e la sua segretaria che si occupava di tutti gli aspetti organizzativi e dei rapporti con le addette del tour operator. Il viaggio era uno di quelli in grande stile, come era nelle abitudini dell’azienda; alloggiavamo all’Hotel Sheraton di Cancun, una struttura nuovissima che si affacciava direttamente su una spiaggia bianca e lunghissima. Facemmo una sola mezza giornata di lavoro, in cui si tenne il meeting alla forza vendita per premiare i migliori risultati dell’anno appena concluso e illustrare i programmi e le strategie per il nuovo anno; a parte questo tutto il resto fu svago puro.

Era la prima volta che vedevo una spiaggia e un ambiente di quel tipo, con un sole cocente già in prima mattinata e una sabbia così bianca che non riuscivi a guardarla senza l’uso degli occhiali da sole. Le onde oceaniche erano sempre molto alte se comparate a quanto ero abituato a vedere nel nostro Mar Adriatico, poco più di un lago a confronto. Quando provavi a fermarti nel bagna asciuga il risucchio delle onde era molto forte e se non eri preparato a resistere alla sua forza, venivi trascinato tra le onde, come risucchiato dalla forza del mare. Fu in quei momenti che capii come il mare abbia una forza così dirompente che può rivelarsi a volte un temibile pericolo per tutte le cose e le persone che gli stanno vicino.

Un giorno ero comodamente sdraiato in spiaggia a prendere il sole, quando vidi sopra la mia testa passare uno strano oggetto che per un solo attimo colpì la mia attenzione in quanto mi fece ombra sul viso. Mi misi subito gli occhiali da sole e cercai di focalizzare cosa mi fosse passato vicino, finchè mi resi conto che si trattava di una persona, legata all’imbragatura di un grande e coloratissimo paracadute, a sua volta collegato con un lunghissimo cavo ad un motoscafo posto vicino alla riva. Rimasi così affascinato da quel motoscafo che partendo a tutta velocità faceva alzare al cielo quel paracadute fino a farlo diventare così piccolo piccolo, al punto che volli provare anch’io quell’avventura ….., chissà quando avrei avuto di nuovo un’occasione simile per vedere la spiaggia di Cancun dall’alto di un paracadute. Appena mi legarono al paracadute mi ero già pentito della scelta fatta, ma chi me l’aveva fatto fare, mi dissi; ero lì tranquillo sulla spiaggia che me la godevo e adesso ero la con il cuore a 1000 e la tachicardia in agguato per la paura. Per distrarmi, cercavo di concentrarmi sulle istruzioni della persona di colore che mi spiegava come dall’alto avrei dovuto manovrare i fili del paracadute, in funzione di come lui a terra agitava due grandi asciugamani colorati. Non ci capivo niente e facevo sempre confusione sulle istruzioni ricevute, fino a che l’uomo sul motoscafo alzò il braccio e partì deciso verso il mare aperto…… una breve corsa sulla spiaggia con tutta l’attrezzatura legata addosso e poi anch’io mi trovai in un attivo in un’altra dimensione. Sentii la terra mancarmi sotto i piedi, l’aria calda sempre più forte che mi accarezzava il viso e il rumore della terra ferma e delle onde che si allontanava sempre di più. Era un’emozione bellissima che vinceva tutte le paure, e speravo al tempo stesso che la salita fosse finita e che il paracadute fosse finalmente arrivato alla posizione di regime.

Dopo essermi fatto coraggio provai a impugnare la mia telecamera che avevo tenuto al collo e mi misi a riprendere tutto quanto mi stava intorno, la spiaggia lontana, il mare aperto, i miei piedi con lo sfondo del mare, il cavo lungo e teso che arrivava dritto dritto al piccolo motoscafo e poi ancora la spiaggia a cui il motoscafo dopo una virata di 180° si stava riavvicinando. Che panico quando dall’occhio della mia telecamera, ormai vicino alla spiaggia, vidi l’omino tutto nero che con i suoi due asciugamani colorati si agitava sulla sabbia perché io non seguivo le istruzioni per fare l’atterraggio. Mi ero distratto, assorto dal silenzio e dalla bellezza del panorama che si godeva da lassù, senza accorgermi di come quell’insieme agitato di colori risaltava nel bianco splendente della riva. Per fortuna ebbi ancora il tempo di porre i correttivi necessari ad atterrare senza problemi e soprattutto in spiaggia e non in mare aperto, mi sarebbe dispiaciuto perdere tutti quei bei filmati che avevo fatto dall’alto con la mia telecamera.

 

Dopo poco più di un anno decisi di cambiare azienda, allettato da una proposta interessante ricevuta dal Gruppo Tecnica, con sede in provincia di Treviso. Non era nei miei programmi cambiare dopo così poco tempo, lo ritenevo un periodo troppo breve e comunque un elemento non positivo nella valutazione di una persona che modifica i suoi programmi così repentinamente. D’altra parte però, lavorare al Gruppo Tecnica presentava una serie di vantaggi molto importanti:

  • Primo fra tutti il risiedere a Conegliano, a soli 20 km dal posto di lavoro
  • In secondo luogo la posizione di direttore vendite Italia era professionalmente una crescita interessante
  • Non ultimo la possibilità di entrare nel mondo dello sport era una cosa che mi affascinava molto

Lasciare Montenegro fu proporzionalmente al tempo trascorso in azienda, molto più doloroso e difficile di quanto avesse significato uscire da P&G. Il personale e soprattutto i miei collaboratori mi dimostrarono forti segni di gratitudine e attaccamento, mentre Monetti e Rizzoli si adoperarono molto per convincermi a rimanere, trovando anche soluzioni fantasiose e interessanti da un punto di vista logistico per avvicinare a me il resto della mia famiglia. La gratificazione massima la ebbi dopo un mese dal termine della mia attività, quando fui invitato in occasione di una cena con i key accounts, durante la quale Monetti, come segno di gratitudine da parte dell’azienda per l’intenso lavoro svolto in quell’anno di collaborazione, mi regalò un bellissimo orologio Beume & Marcie. Che soddisfazione!! fu un pensiero tanto inatteso quanto gradito; non me lo aspettavo proprio e la cosa mi riempì di gioia e soddisfazione, ripagandomi per tutti i sacrifici e per l’impegno dedicato all’azienda in quella breve esperienza professionale a Bologna.

 

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pellegrinelli@glooke.com

Nato a Mantova il 3 maggio 1964 e diplomato come perito elettrotecnico, inizia la sua prima esperienza lavorativa, nel 1984 come commerciale in una agenzia IBM. Successive esperienze commerciali in P&G (7 anni), Montenegro (1 anno) e Tecnica (4 anni) e poi come amministratore delegato di Intersport Italia (4 anni) e infine di Briko spa (3 anni). Ha pensato e creato due startup web, nel 2007 Galileo, un B2B innovativo per contenuti e funzionalità e nel 2012 Truckpooling, il principale comparatore online per spedire merci. Nel 2002 inizia la sua avventura di imprenditore in provincia di Treviso nel commercio al dettaglio di articoli sportivi e subito dopo, nel 2003 con la vendita online nella quale ha maturato ad oggi più di 14 anni di esperienza. Tra i vari siti e-commerce del suo gruppo il principale è Glooke Marketplace ( https://www.glooke.com ), il centro commerciale online con più di 120.000 prodotti praticamente di tutte le merceologie, incluso l’alimentare. Glooke Marketplace vende in 120 Paesi ed ha identificazione fiscale diretta in UK, DE, FR e ES, oltre ad avere circa 20 account nei principali marketplace a livello mondiale. Esperto di Marketplace, è consulente di Ebay e di Confcommercio per le quali ha seguito il progetto “eBay adotta l’Aquila”. Sempre per eBay e Confcommercio si occupa su base continuativa di formazione ed avvio al business online di aziende.

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