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Le prime amicizie e la giovinezza

Falzè di Piave era un paese molto piccolo, poco più di 3.000 abitanti, dove tutti si conoscevano e dove noi, pur essendo visti come stranieri venuti da lontano, siamo stati accolti bene da tutti i vicini, soprattutto della frazione di Chiesuola, dove abitavamo. Pochi mesi dopo esserci trasferiti, ho cominciato ad andare a scuola, frequentando la prima elementare e lì ho iniziato a conoscere gli altri bambini della mia età con i quali ho poi trascorso la mia giovinezza; c’è voluto veramente poco ad ambientarsi in quell’ambiente così accogliente e fatto di gente semplice.

Cercando di ricordare ora i miei amici di quel tempo, mi viene in mente, primo fra tutti Maurizio, abitava a 500 metri da casa mia, giusto sopra la famosa salita di cui ho già accennato, suo fratello, Damaso era coetaneo di mia sorella ed andavano a scuola insieme. Ancora oggi Maurizio è forse l’unico dei miei compagni ed amici di allora con cui mi incontro di frequente dopo più di trent’anni e la sensazione è sempre molto piacevole, ripensando ai tempi di allora e a come, sia io che lui, abbiamo vissuto in tutto questo tempo una serie di esperienze personali e professionali molto diverse.

Poi c’era Claudio, di uno o due  anni più giovane, abitava di fronte a casa mia e per cui era l’amico con il quale mi vedevo più frequentemente. I suoi genitori erano bravissime persone, molto umili e pronte ad aiutarci in qualsiasi momento. Suo papà Vittorio, che purtroppo qualche anno fa è morto di malattia, faceva il camionista nelle cave sul Piave, mentre la mamma era casalinga. Era sorprendente la capacità di Vittorio di lavorare il ferro, nella sua piccola officina ricavata in una baracca dietro la casa; chi l’avrebbe detto che sarebbe poi diventato il nostro tecnico-meccanico ufficiale.

Vittorio era sicuramente lo scatenato del gruppo, sempre irrequieto si distingueva perché non perdeva l’occasione di fare urlare sua mamma tutti i giorni, un po’ come Fabio che oggi, incredibile a pensarci, gestisce un’azienda di trasporti con vari camion di proprietà.

Un po’ dopo di me, sempre arrivato da lontano……si fa per dire visto che prima abitava a 8 chilometri da lì, arrivò Massimo; lui abitava in una delle prime case che avevano iniziato a costruire in una vecchia pista di go-kart in disuso che noi usavamo come nostro parco divertimenti privato, come pista da cross, come zona per nasconderci e per tutto quello che giorno per giorno ci veniva in mente.

Amici a Chiesuola - Gianluca Pellegrinelli

E poi ricordo Massimo, Tommaso, Claudio il mio compagno di banco, Nicola che oggi è nel corpo dei Carabinieri e molti altri ……

 

Non so se i tempi sono veramente cambiati rispetto ad allora o se siamo noi che pensiamo che lo siano, senza renderci conto che soli trent’anni non possono modificare le abitudini della gente in modo così radicale. Dico questo perché i miei ricordi mi portano a pensare come io passassi la gran parte del mio tempo di quegli anni all’aperto a giocare con gli amici, con la bicicletta, nei boschetti adiacenti al paese a costruire le capanne e giocare a nascondersi …… sono ricordi bellissimi di una giovinezza impagabile che secondo me ogni bambino dovrebbe avere, indipendentemente che li abbia vissuti negli anni ’70 o che li viva nel 2000 o magari nel 2030 !!! Invece, forse siamo noi che siamo cambiati, che non accettiamo più di vivere nel paesino sperduto di meno di 3.000 abitanti dove ancora oggi i nostri figli potrebbero vivere le stesse emozioni vissute da noi nella nostra giovinezza. Forse siamo noi, che presi dalla foga del lavoro, delle comodità, del consumismo e dalla frenesia quotidiana, “dobbiamo” vivere nelle piccole, anzi meglio ancora nelle grandi città, dove un bambino non può uscire di giorno ed andare al parco da solo, spesso è meglio che neanche l’adulto si avventuri in simili imprese. Forse siamo noi che inconsciamente accettiamo tutto ciò, dando come contropartita ai nostri figli la possibilità di guardare la televisione per ore e ore ogni giorno, per poi poter giocare con videogiochi sempre più evoluti e graficamente più realistici, al punto tale di immergerli come fossero protagonisti di una delle tante scene di guerra vera che i nostri telegiornali trasmettono così scrupolosamente e spettacolarmente ogni giorno.

 

Quando ripasso da Falzè di Piave oggi, con la mia bella macchina, senza fermarmi perché difficilmente ne ho il tempo, ripenso a quel paesino che probabilmente non ha più 3000 abitanti, forse ne ha 6000 o forse 7000 e mi vengono in mente tutti i bei giochi fatti con gli amici ….

 

La “pista”, l’ex pista di go-kart in disuso, era un misto di cantieri per delle nuove case in costruzione, come quella del mio amico Massimo, che interrompevano il vecchio circuito di cemento dove sfrecciavano un tempo i go-kart; il luogo era quello ideale per passare i pomeriggi con le nostre biciclette a fare le gare sull’asfalto e a inventarci percorsi di sterrato con salti e buche dove fare ciclocross. Organizzavamo delle vere e proprie gare con le griglie di partenza e i tracciati misto asfalto/sterrato, le rampe fatte dalle imprese per scaricare le gru dai camion andavano benissimo per ricavare dei salti dove l’acqua, quando pioveva, formava dei laghetti che rendevano assolutamente realistica la nostra pista da cross. Ogni tanto qualche ragazzo più grande di noi che aveva già il motorino o addirittura la moto da cross, veniva in pista a correre un po’ e a divertirsi; per noi erano momenti bellissimi, poter vedere questi motorini che correvano e che facevano qualche salto, magari sperando che quando si sarebbero fermati ci avrebbero lasciato salire da fermi per provare l’ebrezza di tenere da soli il manubrio e l’accelleratore.

Che gioia quando mio papà, tornando da uno dei sui frequenti viaggi di lavoro, mi portò a casa una bicicletta da cross nuova fiammante: era arancione, con la sella lunga e con lo schienale alto dietro la sella. I parafanghi erano bianchi e la cosa assolutamente più bella che potesse avere era il freno a pedale; in pratica se tu invertivi di colpo il senso di rotazione dei pedali da orario ad antiorario, la ruota posteriore si bloccava, con un fantastico effetto di frenata. Il manubrio era stile chopper e ancora oggi non ho capito se il peso della bicicletta era davvero così elevato o se ero io che essendo piccolo, la vedevo come una cosa immensa.

 

Ai margini del paese c’erano moltissimi boschi dove noi andavamo con le nostre biciclette a giocare, costruendo cerbottane e fionde da usare come armi per le nostre battaglie. Quando identificavamo una zona che ci piaceva, quella diventava il nostro “campo base” che veniva attrezzata di tutto punto con capanne, ripari, corde sugli alberi e quant’altro ci potesse servire per rimanere in quel parco giochi per più giorni, magari settimane o mesi. E lì passavamo i pomeriggi, giocando e vivendo a contatto con la natura, scoprendo ogni giorno cose nuove da fare e da costruire con quanto gli alberi e l’ambiente circostante ci offrisse.

 

Il Piave, questo fiume sacro alla patria per le note vicende di guerra, passava vicino al paese, dalla parte opposta da dove abitavo io, erano circa due chilometri, più o meno, noi lo frequentavamo spesso, sia d’estate che d’inverno. D’estate era sicuramente il periodo in cui lo apprezzavamo di più in quanto era un punto d’incontro quotidiano dove fare il bagno con gli amici nelle sue acque gelide. Il posto che ci piaceva, neanche farlo apposta, era sull’altra sponda, così ogni giorno, lasciavamo le bici su un lato e con gli asciugamani in alto e a braccia alzate, attraversavamo il fiume dove c’era la corrente meno forte, prendendoci una di quelle congelate che se avessimo appena mangiato saremmo rimasti sicuramente lì bloccati. La zona dove eravamo soliti fare il bagno si chiamava “la piramide” in quanto c’era una roccia alta due, forse tre metri, a forma di piramide, dalla quale ci si buttava in acqua in una zona dove la corrente era completamente assente e l’acqua limpida e profonda. Ripensandoci oggi, forse lì si che eravamo un po’ incoscienti, la roccia a forma di piramide era stretta in punta e si allargava alla base, così se quando ti tuffavi non ti davi un forte slancio, rischiavi di toccare, se non sbattere, sulla base della piramide stessa. Per molti anni, fino a quando non avevamo la moto per poter andare al mare, il Piave è stato il nostro centro balneare per tutti i pomeriggi estivi e per le domeniche.

 

Sapete cosa sono i carretti ??? ……..sono l’invenzione più bella che potessimo fare allora !!!!!!!!

Come ricorderete, la via in cui abitavo era una discesa abbastanza ripida, lunga circa 500 metri, non molto frequentata, anche se ogni tanto qualche macchina passava, in entrambi i sensi di marcia. All’inizio della via, nella parte alta, avevamo il centro della nostra frazione, con la chiesetta di Chiesuola e  il bar della Gina con dietro il gioco delle bocce; quello era anche il nostro punto d’incontro, il luogo dove andavo quando uscivo, sperando di trovare qualche amichetto.

Scendendo lungo la discesa, si trovava alla sinistra la casa di Claudio e di suo papà Vittorio, nostro futuro meccanico ufficiale, poco più in giù a destra la mia casa, esattamente di fronte una ripida salita che portava in pista, per poi scendere per altri 100/200 metri, fino ad arrivare a un incrocio molto brutto e pericoloso che chiamavamo “del Cavallino” in quanto c’era un bar, ristorante e pizzeria che si chiamava così.

Non sfruttare una così bella discesa era un vero peccato, così un giorno, la creatività di papà Vittorio e la sua straordinaria capacità di lavorare il ferro e il legno, l’ha portato a creare il primo carretto per suo figlio Claudio. Si trattava di un mezzo a tre ruote di gomma con cuscinetti a sfera, due posteriori e una davanti, comandata da un manubrio in legno, immaginate come quello di un monopattino attuale quando è completamente abbassato. Il pianale del carretto era una tavola di legno dove ci si sedeva e nella parte anteriore, trasversalmente, c’era un bastone avvitato alla tavola che sporgendo lateralmente era un valido appoggio per i piedi. Infine, c’era un pedale in ferro che comandava un’asta, sempre in ferro, alla cui estremità opposta era fissato un grosso pezzo di gomma dura che, a contatto con l’asfalto fungeva da freno di emergenza. In pratica si trattava di un go-kart, a tre ruote, senza motore e con un freno molto rudimentale, con il quale lanciarsi giù per la lunga e ripida discesa di Chiesuola. L’idea piacque al punto tale che ognuno iniziò a costruirsi il proprio, con l’aiuto di genitori, zii, nonni e chiunque altro fosse in grado di creare un”carretto”, magari con l’aggiunta di nuove e sempre più sofisticate soluzioni tecniche ed estetiche; lo stesso Vittorio si adoperò per costruirne altri per chi non ne aveva uno. Massimo fu quello che osò maggiormente, costruendo un prototipo completamente carenato in legno, come una formula uno, con gli alettoni sia davanti che dietro;  in gara non era però la soluzione vincente in quanto l’essere completamente chiuso all’interno con il corpo non gli dava quell’elasticità necessaria a osare con la velocità essendo pronti a gettarsi dal carretto in caso di pericolo.

Si organizzavano delle gare con partenza tutti insieme dal punto più alto, qualcuno stava giù, quasi in fondo all’altezza di casa mia, controllando che non arrivasse nessuna auto in senso opposto e poi giù di corsa, sempre più forte con l’obiettivo di vincere la gara. Chi perdeva il controllo del carretto si buttava sul lato della strada, nel piccolo fosso che costeggiava i due lati, chi arrivava in fondo cercava di fermarsi come poteva, schiacciando i freni di gomma contro l’asfalto fino a consumarli completamente e vedere le scintille provocate dal contatto con il ferro. Era bello vedere come ognuno, con il suo carretto, passasse i pomeriggi, su e giù per la via, cercando di migliorare continuamente le proprie prestazioni. Il gioco aveva sicuramente delle componenti di pericolo anche se, con il senno del poi, devo dire che nessuno si è mai fatto veramente male in modo serio; qualche sbucciata alle ginocchia o ai gomiti e poco più.

 

Il parroco, don Fortunato, ci coinvolgeva molto in tante attività parrocchiali e metteva a disposizione il campo sportivo e il campo da tennis (in cemento) presente dietro la chiesa. Era un grande appassionato di filatelia e le sue collezioni erano molto ampie e complete; ogni tanto chiamava un gruppetto di noi in canonica e ci faceva vedere le sue raccolte, coinvolgendoci e trasmettendoci quella passione. Così anch’io, come altri amici, cominciammo a collezionare francobolli italiani e esteri e lui, molto gentilmente, ci regalava tutti i doppioni che negli anni aveva collezionato.

 

In famiglia la vita scorreva abbastanza tranquilla, mia mamma lavorava all’ex INAM, mentre mio papà era spesso via per motivi di lavoro; così io di giorno stavo sempre con mia nonna Alma e mio nonno Corrado. Ricordo mio nonno che era molto giovanile e lui preferiva sempre andare al bar o a ballare e stare con i giovani e non con i suoi coetanei; si era ambientato molto bene, pur essendosi trasferito così anziano. Quando tornava a casa, magari avendo bevuto un bicchierino di troppo, cantava “Romagna mia “ e altre canzoni della sua terra d’origine e intanto mia nonna cominciava a urlargli e a brontolargli prima ancora che scendesse dalla macchina ma lui, imperterrito continuava a cantare allegramente. Avevo meno di 10 anni quando, con la sua 500 giardinetta blu, mi insegnò a guidare la macchina provando e riprovando in un campo vicino a casa. Nei week end andavamo spesso via con i miei genitori, i miei zii e i miei cugini, facendo delle bellissime scampagnate sia in montagna che al mare; ci sono dei posti che ricordo essere bellissimi, soprattutto in montagna e che non ho mai rivisto, pur essendo sicuramente a portata di mano in giornata. Per me era molto bello trascorrere le giornate con i miei cugini in quanto erano tre maschi, tutti con meno di due anni di differenza da me e quindi con i miei stessi interessi, giochi e svaghi.

 

Pochi anni dopo mio papà decise di aprire un’attività in proprio, giusto di fronte a casa, aprendo un laghetto di pesca sportiva “LAGO LIDO”; il laghetto non c’era, così lo costruì, anzi ne costruì due, uno grande e uno più piccolo che aveva la sola funzione di riproduzione del pesce. Questa sua nuova attività cambiò di molto le abitudini familiari in quanto lo teneva impegnato tutti i fine settimana. Comunque era bello essere lì ad aiutarlo nella gestione del laghetto, nel piccolo chiosco, facendo il giro del lago con i panini e le bibite, andando con lui a comprare il pesce, accendere il grosso motore a gasolio che pompava l’acqua dal fiume per garantire un giusto ricambio d’acqua al lago e l’ossigeno per le trote. Lui aveva costruito una grossa zattera, recuperando dei bidoni metallici attorno ai quali aveva costruito una struttura di ferro e un pianale in legno; d’estate la usavamo come pontile per prendere il sole o come mezzo di trasporto per muoverci liberamente all’interno del lago più grande.

 

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pellegrinelli@glooke.com

Nato a Mantova il 3 maggio 1964 e diplomato come perito elettrotecnico, inizia la sua prima esperienza lavorativa, nel 1984 come commerciale in una agenzia IBM. Successive esperienze commerciali in P&G (7 anni), Montenegro (1 anno) e Tecnica (4 anni) e poi come amministratore delegato di Intersport Italia (4 anni) e infine di Briko spa (3 anni). Ha pensato e creato due startup web, nel 2007 Galileo, un B2B innovativo per contenuti e funzionalità e nel 2012 Truckpooling, il principale comparatore online per spedire merci. Nel 2002 inizia la sua avventura di imprenditore in provincia di Treviso nel commercio al dettaglio di articoli sportivi e subito dopo, nel 2003 con la vendita online nella quale ha maturato ad oggi più di 14 anni di esperienza. Tra i vari siti e-commerce del suo gruppo il principale è Glooke Marketplace ( https://www.glooke.com ), il centro commerciale online con più di 120.000 prodotti praticamente di tutte le merceologie, incluso l’alimentare. Glooke Marketplace vende in 120 Paesi ed ha identificazione fiscale diretta in UK, DE, FR e ES, oltre ad avere circa 20 account nei principali marketplace a livello mondiale. Esperto di Marketplace, è consulente di Ebay e di Confcommercio per le quali ha seguito il progetto “eBay adotta l’Aquila”. Sempre per eBay e Confcommercio si occupa su base continuativa di formazione ed avvio al business online di aziende.

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