La scelta delle scuole superiori
Non ricordo motivi veri e determinanti che mi abbiano portato a scegliere un Istituto Tecnico Industriale come scuola per proseguire gli studi dopo la terza media; forse la scelta è stata molto guidata dai miei genitori, soprattutto mia madre che, lavorando a Conegliano dove vi era l’istituto, vedeva la cosa molto comoda e funzionale e poi, la fama di quella scuola era molto buona. A me la scelta non dispiaceva affatto, mi sentivo molto più portato per le materie tecniche e per la matematica piuttosto che per le materie di tipo classico e umanistico. Le scelte di quegli anni non tenevano minimamente in considerazione possibili proseguimenti degli studi con l’università o con corsi vari di specializzazione, non che fossero già scartati a priori, certo è che non mi sentivo molto orientato in quella direzione, a studiare magari fino a 30 anni prima di lanciarmi nel mondo del lavoro.
I primi due anni erano generali, indipendenti dal tipo di specializzazione, io frequentavo la scuola volentieri, avendo trovato una classe in cui mi sono ambientato molto bene, allargando i miei orizzonti di conoscenze, avevo infatti compagni da Conegliano, Santa Lucia di Piave, Cimadolmo, Susegana, Ponte della Priula e persino da Vittorio Veneto, una cittadina che distava circa 30 chilometri da casa mia. La scuola aveva la fama di essere molto selettiva, si partiva con nove prime, io ero nella 1° I, senza nessuna divisione per specializzazione nei primi due anni, per arrivare ad un massimo di 4 quinte, di cui due con specializzazione in elettrotecnica e due in meccanica….non male vero !!!!
Il primo giorno di scuola mi sembrava di essere tornato indietro di otto anni, con le stesse emozioni della prima elementare, il salto era grande, si passava da ambienti di paese conosciuti, a Conegliano, la cittadina più grande della zona, con compagni di scuola, non di classe, già adulti e maggiorenni, alcuni magari anche con la macchina. C’era poi la famosa matricola che terrorizzava tutti i nuovi studenti: in pratica il primo giorno di scuola era consuetudine che gli studenti arrivati al quinto e ultimo anno di studi, chiedessero, con modi più o meno gentili ed educati, un “contributo economico volontario” ai nuovi studenti delle prime, quasi come una sorta di ricompensa o risarcimento per gli anni trascorsi in quella scuola. Così quella mattina i gruppi di quinta si aggiravano minacciosi a scuola, ma anche in giro per la città, cercando i novellini e malcapitati studenti di prima che, pur cercando di mimetizzarsi, venivano riconosciuti subito dall’abbigliamento impeccabile, dallo zaino nuovo e da quell’espressione di smarrimento che ne delineava il volto. A me è toccata una coppia di ragazzi, uno grande e alto come un armadio a quattro ante, paffuto e con un visto gioviale, l’altro per contro, molto esile, con i capelli trasandati di chi è uscito da casa senza neanche pettinarsi e con uno sguardo molto cupo e minaccioso. Quando mi hanno adocchiato si sono avvicinati a me e quello esile, con un sorriso un po’ sarcastico mi chiese se conoscevo le abitudini della scuola e se contribuivo anch’io; annuendo con il capo e guardandomi bene dall’esprimere qualsiasi parola, tirai fuori dalla tasca le 1000 lire che avevo già preparato e messo in preventivo come spesa per la “tassa d’iscrizione”, le consegnai nelle mani di uno dei due, non ricordo quale e poi, dietro front e …. gambe … nella direzione opposta senza voltarmi e sperando che non mi seguissero per dirmi che i soldi erano pochi, che ne servivano di più o non so cos’altro.
Quello grasso e grosso dopo la fine dell’anno scolastico non l’ho più rivisto, mentre quello magro ma minaccioso lo rincontro ogni tanto in giro per Conegliano, io lo vedo identico ad allora, con la stessa capigliatura e abbigliamento trasandato, se lui mi vede non si ricorda di me, chissà quante matricole ha incassato quel giorno, magari anche l’anno prima spacciandosi come uno di quinta. Guardandolo sorrido, anche se dentro di me c’e’ sempre quella spiacevole sensazione di rivedere una persona che ha usato la forza, anche se psicologica, per togliermi qualcosa che apparteneva a me e alla mia famiglia, qualcosa che non era suo e che ancora oggi avrebbe il dovere morale di restituirmi.
Non condividevo quella brutta usanza che, seppure fondamentalmente innocua, turbava i nuovi studenti, già di per sé provati dal cambio di scuola; quel giorno decisi che, quando fossi stato io in quinta non avrei fatto la stessa cosa, cercando di dissuadere i miei compagni nel farlo.
La mia classe, come peraltro tutta la scuola, era prettamente maschile, un’unica ragazza su oltre mille studenti era un po’ poco per definire la scuola mista anche se confinavamo con un istituto di segretarie d’azienda che ben bilanciava il nostro mix. La nostra classe era molto variegata e subito si sono creati dei gruppetti in base alla provenienza territoriale, agli interessi e alle affinità caratteriali, ritrovati poi nella disposizione dei banchi in classe. Ricordo Pollastri e Ceotto, compagni di banco tra i più divertenti, Zanetti e Bonotto erano invece i due più tartassati perché non studiavano, Vettorazzo e Tomasi venivano entrambi da Vittorio Veneto e molto bravi, soprattutto Tomasi, c’era poi Pagos Dino, un casinista incredibile che oggi è socio in varie aziende oltre che il mio broker personale per le attività di leasing che effettuo per l’azienda. Molti altri non li ricordo più in quanto protagonisti di quella “selezione naturale” che portava da 9 prime a 4 quinte e altri ancora si sono poi aggregati al nostro gruppo negli anni futuri, quando c’era l’unione dei “superstiti” delle varie sezioni. Tra loro spicca sicuramente il gruppo dei “sacilesi”, Ros Giovanni (detto schiff), Poletto Maurizio e Da Ros Remigio, tre ragazzi maggiorenni che avevano deciso di cambiare scuola al terzo anno, nel momento in cui c’era da scegliere la specializzazione; erano tutti e tre molto particolari, riservati ma uniti tra loro e con chi della nostra classe fosse un po’ più maturo, grandissimi appassionati di elettronica, la utilizzavano per tutte le cose più strane e bizzarre. Ricordo ad esempio che venivano a scuola con una FIAT 127 rossa, sempre impeccabile e dotata di tutto punto, internamente al cofano anteriore avevano posizionato un altoparlante che veniva azionato dall’interno dell’abitacolo e che utilizzavano arrivando a scuola per salutare i compagni che, scesi dalla corriera, si avvicinavano all’istituto a piedi. Loro sono l’esempio vero di continuità dallo studio alla professione: Ros Giovanni oggi lavora alla Telecom di Pordenone, Paletto Maurizio si è messo da subito in proprio riparando televisori, apparecchi elettronici in genere e montando antenne satellitari sulle case, mentre Da Ros Remigio è un tecnico all’interno di una azienda metalmeccanica della zona.

La figura più carismatica dell’istituto era sicuramente il preside, il professor Serena, che arrivava a scuola a piedi tutte le mattine, con sguardo molto serio, passo lungo e ben disteso a ritmo accelerato. Era un preside molto efficiente, serio ma bravo, temuto si, ma sicuramente ammirato e rispettato da tutti gli studenti, era un professionista del suo lavoro che faceva con serietà, professionalità e dedizione. Pochi mesi fa sono stato invitato in una scuola locale a fare una presentazione, come imprenditore d’azienda, sull’importanza degli stages degli studenti in azienda, sia per le aziende ospitanti che per gli studenti stessi. Per l’occasione avevo preparato una presentazione in power point che cominciava con una breve presentazione su me stesso e sulle mie esperienze scolastiche e professionali; in sintesi evidenziavo come le mie scelte scolastiche non avevano avuto un seguito professionale nella stessa direzione anche se mi erano state molto utili come cultura generale e impostazione di metodo, soprattutto per quanto concerne le scuole superiori. Ebbene fui molto stupito e piacevolmente sorpreso quando vidi in prima fila tra i partecipanti il professor Serena che, pur fosse un sabato d’estate, era lì ad ascoltare con attenzione quanto veniva detto, a valutare e ad imparare, quasi volesse capire se nella sua scuola, della quale è tuttora il preside come trent’anni fa, ci fosse la possibilità di estendere una nuova attività, quella degli stages, che forse ancora oggi non viene praticata a sufficienza. E’ stato un momento d’incontro molto piacevole, l’ho detto in pubblico durante la presentazione e lui mi è sembrato molto felice di questo; anche se solo per un giorno, i ruoli si erano invertiti e lui era lì ad ascoltare quello che dicevo, chi l’avrebbe immaginato allora.
Quello che però emerge da questo fatto è che nel mondo del lavoro si “finisce di imparare il giorno in cui si va in pensione”. Proprio così, il professor Serena docet, dopo trent’anni e piu’ di presidenza della stessa scuola, era lì per imparare cose nuove e aggiornarsi su come il mondo che lo circondava stava cambiano, sulle nuove realtà del mondo del lavoro e su come avesse potuto ridurre le distanze tra la sua scuola e questo mondo così in evoluzione.
Anche per quanto riguarda i professori ci sarebbe molto, ma molto da dire………….
La macchietta di turno era il professor Damo, avete presente il Luca Giurato dei nostri tempi, ecco più o meno la stessa cosa, nelle lezioni ogni tanto si perdeva per strada e non ricordava più dove era arrivato oppure si avventurava in spiegazioni di teoremi di fisica dove neanche lui riusciva a venirne a capo. Al contrario di Giurato però, il professor Damo era una persona già di una certa età, molto conservatrice e tradizionalista, che quando adocchiava uno di noi con un abbigliamento un po’ strano, anche solo un paio di jeans sbiaditi o una capigliatura insolita, lo chiamava alla lavagna, utilizzandolo come modello, anzi come manichino, iniziando un suo soliloquio sulle strane mode dei giovani moderni facendoci fare non poca fatica nel trattenerci dalle risate.
C’era poi Corletto, un personaggio molto grande da un punto di vista fisico, che probabilmente nella vita oltre che il professore faceva anche il tecnico o l’architetto; la sua passione erano gli isolamenti delle case e degli immobili in genere e a suo dire tutti noi avremmo dovuto aprire un’azienda specializzata nell’isolamento termico ed acustico. L’idea, ripensandola oggi alla luce dei 25 anni trascorsi, non era assolutamente sbagliata, sta di fatto che a quanto mi risulta nessuno di noi ha intrapreso quella strada. Ricordo il suo modo di fare molto spontaneo e diretto quando un giorno, arrivò a scuola zoppicando per un dolore a un piede a causa di una storta presa il giorno prima; bastò che uno di noi gli “desse il via” chiedendogli cosa gli fosse successo, che lui in un batter d’occhio si tolse scarpa e calzino e posò il suo piedone taglia 46 o 47 sul banco del povero Deidda, un mio compagno che aveva la sventura di stare in prima fila……… non vi dico le risate che ci siamo fatti, mentre il professore serio e convinto più che mai, cercava di farci vedere come gli si fosse gonfiata la caviglia.
Sicuramente da un punto di vista professionale il professor Liberali era la persona più preparata, capace che anche se severo, era apprezzato da tutti gli studenti. Era un uomo molto “squadrato”, d’altronde insegnava matematica, apparentemente di ghiaccio, che arrivava in classe facendo la curva dal corridoio all’aula sempre allo stesso modo, con la stessa velocità e tenendo sempre il registro sottobraccio sempre sul lato destro entrava dicendo sempre “buoooongiorno !!!!!” allo stesso modo. Dopo essersi seduto e aver posizionato le sue cose, diceva “bene ….. seeentiamo qualcuno ……….” e lì lui alzava gli occhi verso di noi, squadrandoci uno a uno e noi prontamente abbassavamo gli occhi verso il banco fingendo di fare qualcosa e sperando che non chiamasse noi …….. che sollievo quando pronunciava il cognome di un altro compagno. Il sollievo durava comunque poco perché, se alla prima domanda la risposta dello studente non era esaudiente, la frase di rito era “ahi ahi, caro ………., vedo che noi hai studiato a sufficienza, per oggi facciamo 4, puoi tornare al tuo posto” e poi ricominciava la cabala per il nuovo malcapitato. Dopo il primo quarto d’ora di vero terrore, iniziava poi però una lezione fatta da un professore che spiegava anche le cose più complicate con una professionalità stupefacente, come stupefacente era la sua capacità di farci vedere come nella matematica tutto sia logico e come si possa arrivare a un risultato seguendo strade diverse, l’importante è sapere scegliere la strada più corta e funzionale al risultato. Ho saputo che purtroppo, nonostante fosse abbastanza giovane, penso 40 o forse 45 anni, dopo pochi anni è morto di malattia; la cosa mi è dispiaciuta molto perché la mia sensazione era che fosse una persona sola, non sposata, che dedicasse tutta la sua vita alla scuola e agli studenti.
Il suo modo di insegnare, professionale nelle spiegazioni, senza mai “rubare per se o per una sua distrazione” un minuto della lezione e al tempo stesso la sua esasperata rigidità nell’interrogare e nel verificare se anche da parte nostra avessimo fatto il nostro dovere, è stato per me una di quelle lezioni di vita che penso abbiano influenzato il mio modo di essere; “quello che tu puoi chiedere alle persone è sempre proporzionale a quello che tu prima dimostri di sapere e volere dare loro !!!”
Figura completamente diversa sotto tutti i punti di vista, anche se a suo modo molto formativo, era il professor Gallon, un professionista che oltre ad insegnare aveva un suo studio tecnico dove progettava impianti elettrici e d’illuminazione in genere. Era un personaggio molto vicino ai giovani e molto “variopinto” nelle sue espressioni e nei suoi modi di essere e in lui era ancora più evidente come riuscisse ad essere così vicino ai giovani da un lato e così rigido e severo nelle interrogazioni e nelle spiegazioni delle materie tecniche dall’altro. Che risate quando iniziava a fare a commenti e considerazioni a voce alta sui suoi colleghi, sulle professoresse tutte “precisine, restaurate e tirate a lustro” e a volte anche sul preside; ci piaceva constatare che dicesse esattamente tutto quello che pensavamo noi e questo devo dire ci avvicinava molto a lui. I più privilegiati (dal nostro punto di vista), dal suo punto di vista i più competenti sulle materie tecniche, andavano a lavorare da lui, magari nei periodi estivi, per imparare sul campo le nozioni studiate a scuola; non penso pagasse molto, anzi forse non pagava proprio, certo è che la formazione “on the job” funzionava davvero su chi lo seguiva.
C’erano molti altri professori con cui abbiamo lavorato in quegli anni, sia delle materie tecniche, dei laboratori e anche delle materie quali l’italiano l’inglese e così via; mediamente in tutti i casi il livello qualitativo e professionale era ottimo, questo a dimostrare come la fama di buona scuola che l’istituto sia era costruito negli anni era di fatto il frutto di una presenza preponderante di docenti di qualità che svolgevano il loro lavoro con passione, competenza e professionalità. C’erano anche lì delle eccezioni ovviamente, ma il nostro preside era una persona che tollerava sicuramente gli atteggiamenti variopinti di Gallon o i soliloqui di Damo che alla fine però facevano bene il loro lavoro e al tempo stesso dava poco spazio e poco futuro a chi, nella propria apparente tranquillità, non dava valore aggiunto all’attività di insegnamento.