Il servizio militare
Nell’aprile del 1984, partii finalmente per il servizio militare di leva, arruolato come soldato semplice negli alpini, sono stato destinato per il car a Teramo; per chi non lo sapesse, il car era un periodo di addestramento che durava circa un mese, da farsi in caserme preposte allo scopo, spesso molto lontane e comunque quasi mai poi sede definitiva per tutto l’anno. Dico “finalmente” in quanto allora mi pesava molto quella situazione di precarietà lavorativa legata al fatto che tutto era provvisorio fino a quando non avessi finito il servizio militare e poi, in fondo in fondo, vedevo il servizio di leva come una esperienza di vita che sicuramente mi avrebbe dato qualcosa, mi avrebbe accresciuto in qualche modo.

Il primo giorno ricordo non essere stato affatto piacevole; arrivai a Teramo in treno e a piedi mi diressi verso quella caserma come ne avevo viste tante dall’esterno, come quelle che vedevo a Conegliano uscendo da scuola e che mi dava tutta la sensazione di essere una prigione o qualcosa di simile. Pensavo, chissà com’è dentro, chissà cosa mi aspetta, chissà se esiste davvero il fenomeno del nonnismo …. mah, io penso che se sto sulle mie non mi può succedere niente di grave e così decisi di farmi coraggio e suonai il campanello, posto davanti a quel grande portone grigio della caserma. Immediatamente si aprì una finestrella, proprio come in carcere, un soldato guardò fuori e nascondendo a malapena un sorriso che aveva tutta l’aria di voler dire “ecco qui un’altra matricola destinata a soffrire per un anno” mi disse “…. entra ….. entra !!!” Il grande portone si aprì, spalancando le porte a un immenso piazzale di cemento, senza alberi, attorno al quale c’erano tutti edifici gialli collegati tra loro, il soldato analizzò i miei documenti e mi mandò subito al lato opposto dove c’era un magazzino che forniva la primissima dotazione di materiale di base. I militari in modo molto frettoloso e sommario mi diedero una tuta mimetica, una divisa d’ordinanza per uscire, un paio di scarponi Vibram, un paio di scarpe nere, mutande, magliette e altre generi di prima necessità, il tutto racchiuso in uno zaino in tessuto molto pesante, rigorosamente di colore verde. Da lì, diretti dal barbiere per lo scalpo, cioè il taglio di capelli secondo le regole e le lunghezze previste dal regolamento della caserma, di fatto tagliati quasi a zero; ricordo dei ragazzi disperati per la loro folta e lunga chioma che dovevano sacrificare così drasticamente. Infine l’iter prevedeva la visita medica per cui, tutti in fila, in mutande e a petto nudo, ad aspettare il proprio turno.
Da lì nel mio caso è iniziata una variante, rispetto al percorso fatto dalle altre matricole, infatti, a causa di una malattia che limita la circolazione del sangue nelle mani, decisero di inviarmi all’ospedale militare per accertamenti, così il giorno stessi ebbi subito “l’opportunità” di indossare la divisa d’ordinanza per andare a Chieti con il pullman, zaino in spalla e tutte le mie cose all’interno. Arrivai in tardissima serata e sfinito mi buttai nel letto messomi a disposizione, senza preoccuparmi minimamente di dove fossi, come fosse l’ambiente e così via……. tutto era rimandato al giorno dopo. Di malati veri non ne ho visti molti, chi era lì come me, chi perché si era fatto ricoverare per non stare in caserma, chi forse perché raccomandato cercava di ottenere un esonero, insomma c’era veramente di tutto, tranne proprio i malati veri a cui una struttura ospedaliera normalmente è preposta. Rimasi in ospedale un paio di giorni, l’ambiente non era male e si mangiava bene, l’unica negatività era la totale precarietà, tutte le mie cose erano sempre nello zaino, non c’era un comodino o un armadietto dove riporle in modo ordinato e sicuro, per cui ogni volta che avevi bisogno di qualcosa dovevi praticamente svuotare tutto. L’aspetto positivo fu che non andai lì a vuoto, anzi, riuscii ad ottenere un declassamento che mi esonerava dall’obbligo di effettuare le guardie il che non era affatto poco, come ho potuto verificare di persona nel proseguio, soprattutto nei mesi invernali.
Tornato a Teramo, ritrovai tutti i miei compagni conosciuti in infermeria il primo giorno, eravamo in una grande camerata tutti insieme e vedevo tra loro già un buon affiatamento di gruppo, come chi si aiuta a vicenda spontaneamente, quando si trova in una situazione di comune disagio o bisogno. Da quel giorno il ritmo cambiò in modo molto evidente, non più tempi morti per l’attesa, ma un preciso programma formativo giornaliero che lasciava davvero pochi spazi da gestirsi personalmente, a parte la sera dalle sei in poi quando arrivava la tanto desiderata libera uscita.
La sveglia era alle 6, con sergente o maresciallo che entrava nella camerata sbraitando “sveglia !!!!!!! giù dalle brande fannulloni !!!!!!! forza, uno due, uno due !!!!!!!! vi aspetto fra cinque minuti giù per una bella attività fisica mattutina” e così, tutti di corsa a vestirsi, chi arrivava prima ai lavandini si lavava anche il viso, per poi scendere all’aperto quando il sole ancora non si vedeva, per fortuna visto il caldo che c’era in quella zona di giorno. Iniziava così mezz’ora di attività fisica attorno al grande piazzale della caserma, con corsa, flessioni, esercizi fisici di vario tipo e con il maresciallo che guardandosi bene dal fare gli esercizi insieme a noi, stava nel centro del piazzale e continuava a darci il ritmo sbraitando a squarciagola. Si rientrava poi nelle camerate, esausti, c’era chi si stendeva nel letto per aspettare il proprio turno per la doccia, chi iniziava a lamentarsi di quella vita assurda già di mattina presto e chi invece, più serenamente si godeva le prime ore del mattino con i suoi profumi e la sua piacevole brezza, facendosi la branda, per poi scendere a fare una lauta colazione in mensa a base di caffelatte e biscotti.
Alle otto iniziava la giornata, si fa per dire, con l’adunata e l’alza bandiera, tutti coperti e allineati sempre nel piazzale centrale; devo dire che comunque l’alza bandiera e il suono dell’inno d’Italia, mi trasmettevano sempre un piacevole senso di orgoglio e di appartenenza che dava in qualche modo un senso a quello che stavo facendo. I ricordi di cosa si facesse durante il giorno sono abbastanza vaghi, si svolgevano comunque attività formative di vario tipo sulla vita militare come ad esempio imparare a marciare e l’utilizzo e la manutenzione delle armi. Chi aveva delle competenze professionali, meccanici, falegnami, elettricisti, cuochi ecc. erano considerati dei privilegiati in quanto utilizzati per effettuare lavori di manutenzione alla caserma o in cucina e quindi in un certo senso esonerati del resto delle “attività formative”; di fatto continuavano a svolgere la loro professione anche se in un contesto e con i vincoli dettati dal servizio militare. I più sfortunati invece, avevano “l’opportunità” di svolgere quei lavori per i quali non sono richieste competenze specifiche, ma che nessuno vuole fare, come ad esempio pulire le camerate, i bagni e soprattutto la cucina, migliaia di piatti e pentole tutti i giorni. In teoria per queste attività erano previsti dei turni a rotazione, ma tolti gli incaricati a manutenzioni specifiche, gli ammalati, i raccomandati e così via, alla fine i turni ruotavano sempre sulle stesse persone. L’esuberanza di forza manuale, faceva sì che una serie di lavori anche consistenti venissero fatti con l’ausilio di molte persone che nel loro insieme riuscivano a portarlo a termine in tempi abbastanza contenuti. Comunque, tra tutti, il lavoro sicuramente più pesante e ingrato era quello in cucina a lavare le stoviglie, pentole gigantesche con tutto lo sporco incrostato che non veniva via neanche usando pagliette metalliche molto forti. In più l’acqua non veniva cambiata finche non si finiva e così, dopo un po’ ti trovavi a pulire pentole e piatti con un’acqua così sporca che praticamente lasciava tutte le stoviglie con un alone superficiale di unto che dava una sensazione davvero spiacevole.
Il nonnismo c’era, ma non così esasperato come si raccontava, almeno nel nostro caso, anche perché l’80 % dei militari ruotava al massimo ogni due mesi, così il tutto si limitava a qualche scherzo di cattivo gusto, come ad esempio alcuni gavettoni di acqua e olio oppure la farina sotto le lenzuola prima di andare a letto.
Del car ricordo molto la rigidità e la disciplina come basi di vita quotidiana, il capitano della caserma era una persona molto alta e imponente, non rideva mai e incuteva una soggezione impressionante alle matricole ma anche ai soldati di leva assegnati a quella caserma per tutto l’anno e perfino ai livelli intermedi di comando, sergenti e marescialli; proprio il capitano fu il protagonista di un episodio che difficilmente potrò dimenticare. Un giorno, si presentò all’adunata dell’alza bandiera e, dopo il rito ufficiale, ci informò che in città erano previsti dei festeggiamenti per il patrono nel fine settimana successivo e che, tra le altre iniziative era stata organizzata una marcia podistica di 14 chilometri alla quale lui aveva deciso di iscrivere tutta la caserma, sì, proprio così, aveva iscritto tutti i soldati semplici in forza a quel momento. Gli brillavano gli occhi mentre ci informava, quando a un certo punto, cambiando radicalmente espressione e tono di voce che divennero molto più seri e minacciosi disse “è sottointeso che la nostra caserma non deve fare brutta figura ma anzi, dovrà eccellere nelle prestazioni e nei risultati”; tra noi non ci siamo guardati perché non potevamo, non era ancora stato autorizzato lo “sciogliere le righe”, ma c’eravamo capiti comunque. Così la domenica mattina, centinaia di militari, in scarpette in tela tipo “SUPERGA” assolutamente non idonee a quel tipo di attività fisica, calzoncini corti e maglietta tinta unita verde, eravamo lì tutti pronti al nastro di partenza. La cosa sembrò subito meno grave del previsto in quanto c’erano anche degli aspetti positivi non considerati precedentemente, c’erano infatti molte ragazze che correvano e così nascevano opportunità d’incontro e di dialogo interessanti. Ma il nostro caro capitano, previdente come sempre, pensò a tutto e così aveva dislocato i marescialli e i sergenti nei punti più impegnativi e sulle salite a controllare che tutti i soldati fossero seriamente impegnati nella gara, senza incorrere in possibili distrazioni. Lui stesso, in prima persona, lo ricordo alla cima della salita più impegnativa, in piedi davanti alla sua jeep che dettava il ritmo ai più lenti, con le braccia sui fianchi come ho visto molte volte raffigurato Mussolini nelle fotografie e nei filmati storici.
Il car si concluse con il giuramento solenne che facemmo ad Avezzano e quindi, fummo trasferiti per una settimana nella caserma dell’Aquila dalla quale tutte le mattine alle 5, con i camion, anzi stando dietro sui cassoni dei camion, ci trasferivamo appunto ad Avezzano per fare le prove della parata sulla piazza, prima che la stessa fosse occupata dalle auto che iniziavano ad arrivare alle 6.30/7.00 del mattino. Arrivato finalmente il giorno precedente al giuramento, eravamo tutti felici, soprattutto io perché sapevo che venivano a trovarmi i miei genitori, mia sorella e Patrizia per assistere alla cerimonia. “Finalmente una serata da passare con le persone care”, tutti dentro di noi pensavamo, se non che, durante l’ammaina bandiera a fine giornata, eravamo tutti allineati e coperti quando un ragazzo sempre molto scherzoso e allegro ne combinò una delle sue. Mentre il capitano parlava, lui lo imitava storpiandone la voce, ma mantenendo sempre perfettamente chiusa la bocca, così, dopo un po’ non c’e l’abbiamo più fatta e alcuni di noi sono scoppiati a ridere; risata che è comunque durata pochissimo visto che per punizione quella sera, pur avendo lì tutti i parenti, ci è stata revocata per punizione la libera uscita e abbiamo dovuto pulire i bagni di tutta la caserma.
Comunque anche tutto questo passò e dopo circa 45 giorni di addestramento tra Teramo e l’Aquila arrivò la destinazione definitiva che nel mio caso era Tolmezzo, una località montana in provincia di Udine; non male, poteva andare sicuramente peggio. Il trasferimento avvenne in treno e fui molto contento quando transitando per Mestre ebbi l’opportunità di vedere Patrizia per i pochi minuti della sosta in stazione, dove lei era venuta a trovarmi per salutarmi. All’arrivo in Carnia si respirava un’atmosfera diversa, in un certo senso più difficile, il contesto era quello alpino, con la caserma che aveva persino i muli e un paese dove tutto ruotava attorno alle due grandi caserme presenti; fortunatamente non rimasi molto lì in quanto, a causa del declassamento avuto a Chieti, mi inviarono all’ospedale militare di Udine per degli accertamenti sulla patologia evidenziata. Un semplice ricovero di pochi giorni, si trasformò per me nell’opportunità di rimanere lì fino al congedo a svolgere funzioni operative nella dispensa facente capo all’ufficio vettovagliamento; era consuetudine del tempo infatti accingere dai militari ricoverati per soddisfare necessità contingenti dell’ospedale finalizzate a garantire la continuità del servizio. L’ambiente era molto più informale e meno “militare”, non si faceva ne l’alza bandiera e tanto meno l’ammaina bandiera a fine giornata, non c’erano le guardie da fare se non al portoncino d’ingresso dell’ospedale, non c’erano esercitazioni ma solo attività prettamente legate allo svolgimento delle funzioni ospedaliere previste e i reparti erano interamente gestiti da suore, molto spesso più attive ed incisive dei marescialli e sergenti conosciuti a Teramo e a Tolmezzo.
Conobbi così i mitici maresciallo Natuzzi e sergente Colella, il primo responsabile di tutto il servizio vettovagliamento, il secondo più specificatamente responsabile dell’ufficio amministrativo ad esso collegato. La struttura era poi composta a livello operativo da 3 soldati che svolgevano funzioni amministrative, oltre al sottoscritto e un altro collega che fisicamente gestivamo la dispensa. La nostra era una posizione di privilegio, ci occupavamo di tutto ciò che era da mangiare: carne, pasta, frutta, formaggio, verdura, ma anche cioccolata, bibite, dolci, gelati e così via ….. la dispensa era divisa in tre piccoli locali, uno contenente la zona frigo, uno i generi secchi e il terzo gli alimenti più freschi oltre alla zona di smistamento della merce in uscita.
Il lavoro era piacevole, alla mattina le suore dei singoli reparti dell’ospedale, in una vecchia lavagna in grafite nera segnavano il numero di ricoverati presenti per quel giorno, nel frattempo, più o meno fino alle 9 del mattino, noi ci occupavamo di ricevere e stivare gli alimenti freschi che arrivavano quotidianamente, quali pane, verdura e la domenica i vassoi con le paste. Poi, in base a una tabella che prevedeva le razioni giornaliere da destinare ad ogni ricoverato per singolo alimento, compreso zucchero, sale, olio, facevamo i conti di tutto quello che era da preparare per l’invio ai reparti; sempre in base al menù del giorno e ai militari in servizio, preparavamo la merce da destinare alla cucina dei soldati e alla mensa ufficiali. In una stanza iniziavamo così a riempire delle grandi ceste in plastica, una per reparto, tutte allineate ad una parete, fino a quando diventavano più o meno colme in base appunto al numero di ricoverati presenti. Quando tutto era pronto all’incirca verso le 11.00, arrivavano le suore con uno dei “malati immaginari” a supporto, per ritirare la loro razione di alimenti da distribuire in reparto. Non passavano più di 10 minuti quando iniziavano le telefonate delle suore inviperite che controllando pesi e razioni ricevute, contestavano la mancanza di qualcosa, il peso del formaggio grana inferiore a quanto spettante o un chilo di pasta in meno ecc. ecc.. D’altra parte, noi dovevamo inevitabilmente “arrotondare in difetto” per potere nel tempo racimolare delle eccedenze, rispetto al magazzino contabile, in grado di compensare le extra necessità alimentari di noi soldati del reparto, di Natuzzi, Colella e di tutti quei militari dell’ospedale che al pomeriggio brulicavano intorno alla dispensa per mangiucchiare qualcosa. Essendo collegati alla cucina, era certo che avevamo un canale preferenziato che ci dava la possibilità di mangiare in quantità libere le cose più buone e di mangiare anche per primi entrando in mensa dalla cucina, insomma, in quel periodo l’alimentazione non è stata per niente carente e ho scoperto una serie di cose mai mangiate prima, soprattutto per quanto concerne i formaggi.
Su tutto presidiavano Natuzzi e Coltella, due bravissime persone, umanamente ineccepibili, che però penso avrebbero avuto vita molto breve in un contesto lavorativo diverso da quello militare, magari in qualsiasi azienda privata; forse perché essendo lì all’ospedale militare da molti anni, si erano abituati ai ritmi e al modo di gestire le cose legate a quel mondo.
Il resto dell’anno è passato molto piacevolmente, lavorando in dispensa, continuando a litigare con le suore per le razioni, ma anche divertendomi molto con i commilitoni con i quali si era creato un ottimo rapporto di amicizia. Alla sera uscivamo sempre ed essendo in centro a Udine, le opportunità di svago erano sicuramente maggiori di quelle che offriva Tolmezzo. Mi ero anche portato la macchina, una Fiat Panda 30 nera di mia sorella e così potevo anche muovermi maggiormente con gli amici al dì fuori del centro della cittadina friulana, fino a quando, nell’aprile 1985 arrivò il tanto atteso congedo.
Fare un bilancio di quell’anno non è facile, avevo alternato momenti difficili, soprattutto al car a Teramo, con periodi molto piacevoli, quasi di divertimento e altri più formativi su un’attività specifica, nella dispensa dell’ospedale; io penso comunque che il servizio militare abbia svolto una sua funzione importante, non solo istituzionale, ma anche nella mia formazione come individuo. Nel periodo di leva ci si abitua a fare da soli tante cose:
trasferirsi con i mezzi pubblici in posti non conosciuti
trovarsi nuove amicizie e scoprire posti nuovi, mai visti
vivere costantemente in gruppo con altri persone
farsi la branda e tenere ordinate le proprie cose
imparare a gestire e non subire il nonnismo (che poi si potrà trovare anche nel mondo del lavoro)
interloquire con le persone, gestendo aspetti legati ai propri diritti e doveri
convivere con la disciplina e il rigore, anche se a volte ingiusti
vincere la solitudine e la tristezza dei momenti più difficili
guarire dalla “mammite acuta” di cui soffrono quasi tutti i giovani di oggi e di ieri
non che tutti i giovani abbiano bisogno di imparare a gestire tutte queste cose, per molti possono essere in tutto o in parte già aspetti superati. Però io penso che le esperienze di chi vive già fuori casa perché studia all’università sono sicuramente diverse da quelle di chi magari è già operativo da anni nel mondo del lavoro e quindi ognuno di noi, ha con forte probabilità almeno alcune di queste aree su cui migliorarsi e in quest’ottica il servizio militare ha svolto nel tempo una sua precisa funzione nell’educazione e nella formazione dei giovani.