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Toscana, terra di gioie e di bei ricordi

Quel lunedì sera rimasi alzato fino a tardi a preparare la valigia per il giorno dopo e a sistemare alla meglio il mio ufficio, cercando di archiviare in modo ordinato tutto quello che in pochissimi giorni era diventato per me ormai oggetto del passato. L’indomani mattina mi alzai molto presto, erano le 5,30 e ricordo molto bene che poco più tardi, quando salii in macchina per partire, si intravedevano già le prime luci mattutine del nuovo giorno. L’alba mi ha sempre affascinato molto, l’aria è più fresca e tutte le cose hanno un sapore diverso di prima mattina, sembra quasi il ripetersi quotidiano della rinascita della vita, ogni cosa ricomincia, con nuovi propositi, nuove energie e nuovi stimoli. Gli uccellini cinguettano rinvigoriti sugli alberi, il sole pian piano riscalda l’erba bagnata dalla rugiada della notte e illumina i visi ancora assonnati della gente, la brezza leggera ti avvolge il corpo accarezzandolo con dolcezza quasi a voler fare un risveglio muscolare anche di quei muscoli che apparentemente  sono ancora addormentati. I giornali odorano di carta ancora fresca di stampa mentre il profumo delle brioches calde dei bar o del pane appena sfornato, stuzzica l’appetito  al punto tale da rendere indispensabile una sostanziosa colazione prima di poter iniziare veramente la giornata. Persino l’autostrada sembra più bella all’alba, quando la grande palla di fuoco è davanti a te e inizia ad alzarsi, rendendo la fascia d’asfalto simile a un lungo serpente dorato che si snoda al punto tale da non riuscire a vederne la fine.

Vicini di casa Lucca 1991 Gianluca Pellegrinelli

Non erano ancora le otto e io avevo già passato lo snodo di Bologna e mi accingevo ad attraversare gli Appennini Tosco-Emiliani, il traffico era intenso ma tutto sommato scorrevole. Sasso Marconi, Barberino del Mugello, Roncobilaccio, assorto nei miei pensieri provavo a dare un senso a quello che stavo facendo, ero consapevole che quello era il primo di una serie di viaggi che non sapevo dove mi avrebbe portato, per chissà quante volte avrei rivisto quei cartelli autostradali, sfrecciandoci davanti velocemente con la necessità di arrivare in Toscana puntuale o con la voglia e la fretta di ritornare finalmente a casa mia, nel Veneto. Per me quei nomi non sarebbero stati altro che dei semplici cartelli stradali che mi avrebbero ricordato dove fossi stato in quell’istante, senza pensare minimamente che dietro a quelle segnaletiche c’erano dei luoghi molto belli, vivi, con una loro storia e un loro vissuto quotidiano proprio come il mio. Guidando pensavo a quei cartelli e, conscio di come la mia vita stesse cambiando, mi domandavo quanti ne avrei lasciato dietro di me nei lunghi viaggi che le mie scelte professionali mi avrebbero portato a fare nel futuro. La Toscana era sicuramente un punto di passaggio, probabilmente avrei lavorato e vissuto là per anni, ma sicuramente non sarebbe stato il posto in cui la mia vita lavorativa sarebbe finita; l’Italia era grande e il lavoro probabilmente mi avrebbe portato altrove, chissà, magari un giorno anche nelle terre venete dove ho vissuto la mia giovinezza, dove sono cresciuto e dove ho conosciuto Patrizia e formato la mia famiglia.  Assorto nei miei pensieri arrivai senza rendermene conto in Toscana, i lunghi rettilinei in discesa alternati dalle ultime gallerie mi stavano ricordando che ero quasi arrivato, fortunatamente senza nessun intoppo e con un buon anticipo rispetto all’orario fissato per l’incontro con il Capo Zona uscente; avevo persino il tempo per un piccolo pisolino a sedile abbassato, per riposarmi un po’ dopo il viaggio.

 

All’inizio decisi di rimandare la ricerca della casa per poter avere un paio di settimane nelle quali potermi concentrare esclusivamente sul nuovo lavoro; le mie esperienze da venditore in quel reparto mi ricordavano che bisognava stare attenti a non perdere niente per strada, ogni vendita persa non sarebbe stata più recuperata e quindi dovevo mantenere il pieno controllo della situazione anche nel momento della transizione e del passaggio di consegne. Decisi di alloggiare all’Hotel Sheraton di Firenze che era stato inaugurato proprio in quei giorni, in prossimità dell’uscita autostradale di Firenze Signa. Il personale era molto disponibile, a volte un po’ inesperto, ma pieno di buona volontà e accortezze per rendere ospitale e piacevole il soggiorno; nel tempo conobbi anche il direttore dell’albergo, anche lui in trasferta come me per gestire l’avvio di quella nuova struttura alberghiera. Per tutta l’estate fu il mio punto di riferimento, arrivavo il lunedì mattina, posavo le valigie e poi andavo a lavorare, rientrando alla sera per cena; le ragazze del centralino mi facevano da segretarie personali, ricevendo le mie telefonate, segnando appunti per me e spedendomi i fax che io scrivevo alla sera in camera. L’hotel aveva persino una piscina molto bella nella quale mi ripromettevo di tuffarmi ogni sera rientrando accaldato e stanco per il lavoro, anche se poi non sono riuscito a farlo neanche una volta in tutta la mia permanenza; o era troppo tardi, o ero senza energie, o rientrando avevo l’elenco delle persone  che mi avevano cercato e che dovevo ricontattare oppure dovevo preparare il mio lavoro per il giorno dopo, insomma c’era sempre un buon motivo per rinunciare a un buon bagno rigenerante. Quello a cui però non rinunciavo era la cena, poter ordinare a piacimento o trovare pronti quei buffet invitanti e pieni di piatti molto belli, buoni ed invitanti, era per me una cosa alla quale non sapevo resistere.  Già da qualche anno il rito si ripeteva per il pranzo anche se spesso, preso dalla scaletta degli appuntamenti ripiegavo saziando la fame con un panino o con qualcosa di veloce; di sera invece non c’erano scuse e il tempo per mangiare lautamente lo trovavo sempre, soddisfando così il mio palato, incurante di come il mio peso e la mia pancia iniziassero a crescere.

 

Finita l’estate, il vivere in albergo costantemente e sempre lontano da mia moglie cominciava a pesare sia a me che a Patrizia, così decisi di dare un’accellerata alla ricerca della casa, estendendo il raggio d’interesse visto che a Firenze si trovavano solo abitazioni molto vecchie e fatiscenti a costi proibitivi. Orientai le mie ricerche sulle cittadine presenti sulla Firenze Mare che lavorando in zona mi ero reso conto essere la tratta autostradale che frequentavo di più, anche perché era quella dove ai suoi due estremi erano presenti i miei due clienti personali che visitavo almeno una volta alla settimana, se non di più. Cominciai a contattare agenzie immobiliari di Prato, di Pistoia, poi di Montecatini fino a spingermi a Lucca a poche decine di chilometri dalla costa Tirrenica, dove trovai una casa che sembrava fare al caso nostro. La città intanto era molto bella, a mio parere assomigliava tantissimo a Treviso: non molto grande ma con tutti i servizi necessari, storica, con delle belle mura che ne delimitano il centro storico, molte vie pedonali e praticamente attaccata al casello autostradale. Era una città che io prima di allora non conoscevo per niente, peraltro anche come azienda non avevamo clienti in città per cui anche in quei mesi di lavoro in zona non avevo avuto l’occasione di vistarla. Da un punto di vista architettonico le cose affascinanti della città erano moltissime, anche se alcune più di altre mi sono rimaste impresse nella mente e nei ricordi:

Le mura, lunghe oltre quattro chilometri, avvolgevano tutto il centro cittadino e si dice che tuttora vengano considerate le meglio conservate d’Europa. Al dì sopra ci si può transitare in tutto il perimetro a piedi o in bicicletta, come se si fosse in un lungo viale completamente asfaltato e alberato, che attraversa un parco senza la presenza di autovetture. Di tanto in tanto la via si allarga in prossimità di ampi bastioni situati negli estremi perimetrali della struttura. All’esterno delle mura vi sono tutt’attorno delle ampie distese di prati verdi, senza nessun albero e che nel passato storico probabilmente avevano la funzione di evidenziare allo scoperto eventuali potenziali aggressori della città.

Entrando da una delle porte del lato est della città, si imbocca facilmente via Fillungo, una stretta strada pedonale che porta nel cuore della città e che ai suoi lati si caratterizza per una innumerevole serie di negozi antichi e moderni che si alternano con armonia e suggestione. In fondo alla via c’e’ la piazza principale con il duomo che, come le altre innumerevoli chiese presenti in città, si distingue per la particolare colorazione in diverse tonalità di grigio, dal più chiaro al più scuro, colorazione data dal marmo di Carrara utilizzato per i rivestimenti esterni.

Poco dopo l’imbocco di via Fillungo verso il centro, si trova sulla sinistra quella che per me è la piazza più bella e suggestiva d’Italia, piazza Anfiteatro. Il suo nome è dato dal fatto che la piazza ha forma ovale ed è completamente chiusa su tutto il perimetro da vecchie e caratteristiche abitazioni di due o tre piani al massimo, tutte unite tra loro senza soluzione di discontinuità. Entrando nella piazza, tramite uno dei due piccoli archi contrapposti che sono le uniche via di accesso, si ha la piacevole impressione di guardare la piazza dall’occhio dell’obiettivo di una macchina fotografica dotata di un grandangolo molto spinto, quasi ad occhio di pesce.

Proseguendo nella stessa via, più avanti, si intravede nel fondo di un vicolo laterale sinistro la torre Guinigi, una struttura molto vecchia che attrae l’attenzione per il fatto che dalla sua estremità più alta domina la città avendo piantato sul tetto un grandissimo albero secolare, che spicca e si evidenzia con il suo colore verde in netto contrasto con le tante tonalità rossastre dei tetti cittadini. Salendo sulla torre, percorrendo le infinite e apparentemente poco stabili scalinate in legno interne, si può guadare la città dall’alto, stando comodamente seduti all’ombra di questo bellissimo albero.

La casa che trovai era appena al di fuori delle mura, in via Roosevelt al numero 134, una strada sempre ombreggiata da alberi altissimi e molto, ma molto vecchi; la casa era in perfetto stile ed armonia con la città, si trattava di una vecchia abitazione di una famiglia benestante del passato che con la razionalità dei tempi moderni aveva ripartito in tre unità abitative distinte. L’appartamento più bello era quello al piano terra con l’ampio giardino che avevamo ovviamente tenuto per l’oro, c’era poi un ingresso indipendente che portava ad altri due appartamenti, uno al primo piano preso in affitto da noi e uno al secondo piano abitato da una anziana coppia toscana e dalla loro figlia. I soffitti interni erano molto alti e i balconi basculanti avevano ampie fessure che avevano la funzione di lasciare all’esterno il caldo, pur facendo passare la luce anche quando erano completamente chiusi. Sentii una certa responsabilità nel scegliere quella casa senza il conforto e il parere di Patrizia che mi aveva pienamente delegato nella scelta; era una casa con un suo fascino, molto bella ma anche molto strana, decisamente diversa dall’appartamento nel quale abitavamo a Conegliano ……..chi sapeva  se a lei sarebbe piaciuta.

Fortunatamente avevo scelto bene, lei fu molto contenta sia della casa che della città e finalmente, nel novembre di quel 1990 ci andammo ad abitare insieme, ridando regolarità a un rapporto che per un po’ di mesi si era limitato, nostro malgrado, alle telefonate quotidiane e ai soli incontri durante i fine settimana.

 

La famiglia che abitava nell’appartamento all’ultimo piano era in un certo qualmodo accomunata a noi dal fatto che soprattutto la signora si considerava in trasferta essendo lei originaria di Piombino, città che rimpiangeva sempre e che guardava raffigurata in vecchie foto e quadri appesi qua e la in tutta la casa. Lei aveva superato da un po’ gli 80 anni, così come il marito, eppure entrambi dimostravano una giovinezza di spirito e se vogliamo anche fisica, di cui Patrizia si stupiva ogni giorno di più conoscendoli meglio. Sembravano una coppia di piccioncini, ancora affiatati nel loro rapporto, impegnati ad accudire la casa e Annamaria, la loro unica figlia ormai ultra quarantenne che non si decideva ad uscire di casa e che veniva ancora considerata la piccola della famiglia. Per mia moglie, sola in una città tutta nuova e senza amicizie, diventarono un importante punto di riferimento dove fu accolta come una seconda figlia e dove lei trovava in loro quegli stessi valori di semplicità e di sincerità con i quali era cresciuta in famiglia, con i genitori Armando e Maria. Me ne accorgevo dal fatto che quando rientravamo in Veneto o quando qualcuno ci chiamava chiedendoci come stesse andando, le prime parole e i primi racconti lei li dedicava sempre ai nostri vicini, alla loro età, al loro carattere, alla loro energia e al modo in cui lei era stata accolta e si sentiva a suo agio con loro. Le giornate passavano tranquille, Patrizia e Annamaria trascorrevano molto tempo insieme nel piccolo giardino che avevamo in comune, dedicandosi a lavori di giardinaggio lungo tutto il viottolo alberato che portava al piccolo garage, mentre il papà entrava e usciva spesso da casa per fare commissioni varie e per andare a fare la spesa con la sua Panda bianca di cui era fiero e che guidava ancora con orgoglio. La moglie invece si dedicava alle pulizie e alla cucina in cui la figlia si guardava bene dall’interferire, ricordo che per un po’ di tempo ogni tanto la sentivo dire che andava di sopra a suonare il pianoforte e poi, pur tirando le orecchie al massimo, non sentivo nessun suono riconducibile in qualche modo a uno strumento musicale; capii dopo un po’ di tempo che suonare il pianoforte per lei significava andare a lavare i piatti o battere il tappeto per fare uscire la polvere.

La figlia Annamaria aveva anche un fidanzato, ormai storico, con il quale era insieme da moltissimi anni; lui si chiamava Francesco e abitava con il padre in una vecchia casa in un piccolo paesino che distava dalla città qualche chilometro. Il loro era un rapporto molto particolare: non amavano molto la compagnia e gli amici, vivevano un po’ alla giornata senza preoccuparsi troppo delle cose normali che si fanno quotidianamente al punto tale che quando hanno deciso di sposarsi, l’hanno fatto senza neanche informare i loro genitori. Proprio così, un giorno ci dissero che si sarebbero sposati quel week end in una chiesetta della città e che gli avrebbe fatto piacere se fossimo andati alla cerimonia alla quale saremmo stati gli unici invitati, oltre ovviamente ai testimoni di nozze ai quali non potevano rinunciare per volontà della chiesa. Nonostante le pressioni di Patrizia non ne vollero proprio sapere di parlarne prima ai genitori, ne di lui ne di lei, in quanto dopo avrebbero cominciato a voler fare qualcosa in più, a dire la loro sul fatto che si sarebbero sposati con abiti normali e non in abito nuziale e così via ………no no dissero, meglio che glielo diciamo la sera rientrando a casa, così non avrebbero avuto neanche forti emozioni che a quelle età, non si sa mai. Per il futuro l’idea era quella di risistemare la casa di Francesco per poi poterci andare a vivere tutti insieme, anche con i genitori di lei e il papà di lui che in questo modo in caso di bisogno futuro sarebbero potuti essere stati accuditi più facilmente. La cosa più difficile sarebbe stato dirlo alla mamma che non ci sentiva proprio di spostarsi dalla città per andare a vivere in un paesino dove si vedeva passare una macchina forse ogni mezzora. Comunque per mia fortuna non era una cosa di breve, i lavori da fare sulla casa erano tanti e i costi erano alti e quindi sarebbe passato sicuramente qualche anno.

Era davvero una fortuna avere quei vicini, visto che Patrizia non riusciva ad allargare le sue amicizie anche al di fuori di quel contesto, non amava usare l’automobile che rimaneva per mesi e mesi ferma in garage, non partecipava a nessun tipo di vita sociale locale e il fatto di non avere impegni di lavoro o di figli le svuotava in un certo senso la giornata. Questo era un aspetto che con il passare delle settimane e dei mesi iniziava a farsi sempre più preoccupante, se solo fosse rimasta incinta tutte le cose sarebbero state diverse per entrambi, in un certo senso più facili, ma purtroppo questo non avveniva e quindi dovevamo adattarci alla situazione.

 

Quell’estate eravamo stati in ferie in Spagna con la tenda e lì, come non mai avevamo desiderato avere un camper tutto nostro con il quale girare in lungo e in largo non solo in ferie ma anche nei fine settimana un po’ tutto l’anno. Fu proprio in un incontro estivo con una coppia di camperisti, che venimmo a conoscenza del fatto che di li a poco ci sarebbe stata a Torino la fiera specializzata di settore, ottima vetrina e punto di riferimento per chi fosse stato interessato ad entrare in quel mondo. Così,  un week end, decidemmo di andare a vedere questa fiera, giusto per iniziare ad orientarci in un mondo per noi completamente nuovo. Arrivando fummo molto colpiti dalla marea di camper usati che erano tutti in vendita ed esposti all’esterno in visione dei potenziali acquirenti; iniziammo a guardarne qualcuno cercando più concretamente qualcosa che potesse fare al caso nostro, ma  più ne passavamo e più ci accorgevamo che diventava sempre più difficile trovare quello che facesse al caso nostro, o perché non piaceva la disposizione interna, o perché troppo vecchio, o perché sembrava trascurato. Quella veloce analisi di mercato ci aveva fatto capire che sull’usato sarebbe stato veramente difficile, ma tanto, non era un problema nostro in quanto noi eravamo li solo per osservare, gustarci l’occhio e capire cosa offriva il mercato in un’ottica futura. Erano passate meno di quattro ore dal nostro ingresso che eravamo seduti su una gradinata di un padiglione, con due cataloghi e due proposte concrete d’acquisto in mano, a valutare se fare quella spesa pazza oppure no. Ci guardavamo negli occhi sorridendo e dicendoci “30 milioni non sono pochi per uno sfizio, non abbiamo mai speso tanti soldi, e se poi non lo usiamo ?, eravamo venuti solo per vedere, è più importante metterli via per la casa”. Alla fine, per fortuna, optammo per l’acquisto di un mezzo nuovo fiammante su meccanica Ford, guarda caso prodotto da una azienda Toscana. L’eccitazione e la contentezza era tale che quel sabato sera, invece che tornare a Lucca andammo nel Veneto, desiderosi di rendere partecipi i nostri genitori e i nostri amici di quella spesa in un certo senso azzardata che avevamo appena fatto.

Già da subito ma soprattutto nel tempo, si rivelò invece una delle migliori spese mai fatte: ogni fine settimana lo dedicavamo a visitare posti nuovi sia in Toscana che nelle regioni limitrofe, avendo modo di conoscere tali e tante località che diversamente non avremmo mai visto. Era un’ottima medicina che spezzava la monotonia della vita lontano da casa, il giovedì o il venerdì il camper veniva preparato, mentre il lunedì e martedì andava portato al rimessaggio e si rivivevano i ricordi del fine settimana appena trascorso.

 

Nonostante l’ebrezza per il camper e per la possibilità di vistare tutti quei posti nuovi, la mancanza del figlio si faceva sentire sempre di più e così un giorno decidemmo di regalarci un cucciolo di cane da poter accudire e far crescere nella nostra piccola famiglia. La scelta della razza la fece Patrizia, anche se io approvavo inpieno: optammo per un barboncino nano che aveva il vantaggio, non da poco, di essere facilmente trasportabile nei nostri frequenti spostamenti da e per il Veneto e in un’ottica futura si sarebbe potuto adattare bene a qualsiasi situazione. Presa la decisione, di lì a poche settimane ecco arrivare Biba, una cuccioletta nera e pelosa che quando la vedemmo la prima volta pesava solo pochi etti e già al primo approccio ci dimostrò subito la sua energia ed affettuosità.

Pur avendo entrambe le nostre famiglie nelle loro tradizioni la presenza di cani in casa, per noi era la prima volta che capitava di averne uno tutto nostro e per di più così piccolo e l’impatto iniziale sembrò più duro del previsto. Tornavo a casa la sera, dopo una dura giornata di lavoro e trovavo tre pentolini sui fornelli con vari tipi di alimenti per il cane e per noi niente, neanche l’ombra di qualcosa che fosse stato riscaldato dal giorno prima. Per fortuna questa situazione durò poco tempo, Patrizia si assestò nel suo nuovo ruolo e la cucciola cominciava a mangiare un po’ di tutto senza problemi. Era un cane molto vivace, gli piaceva giocare e farsi coccolare e in quel momento fu di grande stimolo per entrambi, riempiendo a suo modo la nostra casa e la nostra vita privata; la portavamo sempre con noi, sia nelle lunghe trasferte ma anche nei piccoli spostamenti cittadini, quando andavamo a fare la spesa oppure semplicemente una passeggiata in centro città.

 

Nell’aprile del 1991 facemmo il nostro primo grande viaggio in camper, direzione Olanda. L’opportunità era nata grazie ad una associazione di camperisti che aveva organizzato un viaggio in quella regione, prevedendo la rotazione di circa 400 equipaggi in quattro campeggi dislocati in altrettante zone del Paese; si formarono così dei gruppi che stavano qualche giorno in un posto, per poi trasferirsi nell’altro e così via. Fu in quella occasione che conoscemmo una coppia di Cesena, di San Vittore per la precisione, anche loro in quel viaggio con il camper e con i loro tre figli Sarah e Agnese; lei era pediatra, lui medico generico, mentre i figli avevano rispettivamente dieci, otto e tre anni circa. Si creò da subito un buon feeling, noi attratti da quella coppia così’ serena, piacevole e dai loro tre figli uno più bello dell’altro, molto educati e affiatati tra loro; loro invece, appassionati di tutti gli animali, attratti da quel piccolo batuffolo nero che correva liberamente nei verdi prati rasati quasi a zero come fossero dei veri e propri giardini inglesi. Il resto del viaggio lo facemmo insieme, visitando Amsterdam, con i suoi canali e la casa di Anna Frank, le grandi dighe e barriere affacciate sul mare del nord per proteggere il Paese dalle maree, l’immenso e stupendo giardino fiorito di Kaukenhof e molti piccoli e caratteristici paesini sul mare nordico nei quali si respirava il profumo e l’atmosfera dei pescatori che di prima mattina rientravano al porto con il frutto del loro lavoro.

Fu il nostro primo vero viaggio in camper, forse tuttora uno dei più belli e che ci ha lasciato i ricordi migliori; abbiamo visto dei luoghi molto suggestivi e abbiamo conosciuto delle persone con le quali ancora oggi, dopo più di dodici anni, siamo legati da un sincero rapporto di amicizia.

 

Purtroppo l’unico vero neo del nostro rapporto, a parte il problema del trasferimento a causa del mio lavoro, era il fatto che non arrivava un figlio. La nostra unione era ormai quasi decennale, cinque anni prima di sposarsi, poi la convivenza e infine ormai quattro anni di matrimonio. Stavamo provando seriamente ad avere figli da quasi due anni, Patrizia aveva fatto tutta una serie di analisi mediche e nonostante tutto sembrasse apparentemente regolare, del bimbo non si vedeva neanche l’ombra. Al rientro da quel viaggio in Olanda, decidemmo di approfondire maggiormente il problema da un punto di vista clinico, rivolgendoci ad una struttura ospedaliera di Pisa e che si era specializzata sui problemi della fecondazione maschile. Non che la cosa mi entusiasmasse particolarmente, ma scartate le ipotesi di possibili cause da parte di mia moglie, non restava altro che approfondire anche la mia situazione da quel punto di vista. Andammo ad una prima visita, dove mi prescrissero una serie di prelievi e una visita specialistica durante la quale avrebbero fatto un esame decisamente poco simpatico e che io inizialmente non volevo assolutamente fare. Alla fine mi convinsero e decisi di accettare, per il bene della nostra famiglia e per venire finalmente a capo di questa situazione, capendo se il problema era di tipo fisico e se dipendesse da me. L’obiettivo non era ovviamente quello di trovare il o la responsabile, ma si cercava di scoprire la causa per poi trovare il rimedio o la cura più adatta. Il giorno stesso che feci l’esame a Pisa, riaccompagnai mia moglie a casa per poi andare a lavorare nel pomeriggio e, ironia della sorte, rientrando a casa alla sera Patrizia mi disse, tutta contenta ed eccitata, che il ciclo non le era arrivato e che la cosa era molto strana, visto che lei era da sempre molto regolare e puntuale. Non sapevo se essere contento e sperare che fosse la volta buona o se arrabbiarmi perché avevamo fissato il mio esame proprio quel giorno e non magari soli due giorni dopo !!!

Facemmo subito gli accertamenti prima in ospedale e poi anche con quei kit che si trovano comunemente in farmacia e anche se tutti e due sembravamo apparentemente tranquilli, quasi per non volerci illudere e per paura di una ennesima delusione, dentro di noi entrambi speravamo molto in un esito positivo e sentivamo che forse quella era davvero la volta buona.

Già da fidanzati avevamo pensato e parlato più volte dell’adozione di un bambino; era un’idea che ci piaceva molto perché sentivamo di poter aiutare una persona in difficoltà ed eravamo certi che dal nostro punto di vista, come genitori, non ci sarebbe stato niente di diverso rispetto ad un figlio naturale. Forse dentro di noi entrambi pensavamo che  probabilmente era giunto il momento di riprendere per mano e concretizzare quel progetto nel quale da sempre ci eravamo ritrovati concordi, stimolati e convinti che ci avrebbe arricchito molto come persone e che sarebbe stata una esperienza di vita importante e significativa.

Invece una mattina, era la festa della mamma, andai in ospedale a ritirare gli esami senza neanche aprirli per paura di leggere quello che non avrei voluto leggere. Tornai a casa e insieme aprimmo quella piccola busta bianca all’interno della quale c’era un foglio ripiegato su se stesso che in modo molto freddo e formale diceva “esito positivo”; era incredibile come due parole scritte da un computer in modo così meccanico e asettico potessero in quel momento riempire di gioia e di felicità una coppia che aveva aspettato da tanto quel momento e che aveva desiderato più di ogni altra cosa l’arrivo di un bambino come segno importante di continuità della vita e di consacrazione di un rapporto che non poteva esaurirsi solamente in una relazione di coppia, per quanto importante e profonda essa poteva essere.

La vita è un dono che va condiviso con qualcuno che si ama e va regalata a dei figli che possano godere e beneficiare anche loro delle bellezze e delle emozioni che può dare

 

Finalmente, finalmente, finalmente …………….. finalmente una grande e importante novità che avrebbe spostato il baricentro delle nostre attenzioni e dei nostri interessi e che avrebbe riempito la nostra vita di nuove emozioni e gioie. Dopo molte insistenze, in quel periodo vennero anche a trovarci a Lucca i nostri amici di sempre, Marzio e Adriana, che ospitammo a casa nostra per un paio di giorni. Era un vero e proprio evento in quanto, pur essendo lui un camionista che per tutta la settimana girava l’Italia in lungo e in largo, diventava improvvisamente un casalingo e pantofolaio doc nel momento in cui doveva prendere la macchina e fare un viaggio con sua moglie che fosse più lungo di cinquanta chilometri. In più di vent’anni che ci conosciamo, ricordo che le loro stesse ferie estive a parte due occasionali situazioni, una in alto Lazio e una in Croazia, le hanno sempre fatte nella costa adriatica che va da Jesolo a Bilione, al massimo a 100 chilometri da casa. Con loro c’era sempre un rapporto molto stretto, tutt’altro che annacquato dalla distanza che ci separava, anzi, più passava il tempo e più ci rendevamo conto che una serie di eventi rendevano le nostre vite in un certo senso parallele e accomunate da delle pietre miliari che per entrambe le coppie scandivano il passare del tempo e lasciavano punti di riferimento fissi. Loro si erano fidanzati sei mesi prima di noi, la stessa cosa valeva anche per il matrimonio e inoltre anche Adriana in quel momento era in gravidanza già da qualche mese e aspettava un figlio che in agosto sarebbe arrivato. Ci scherzavamo sopra però era davvero una curiosa coincidenza che questi eventi così importanti si ripetessero con così tanta regolarità per entrambe le coppie.

 

Lavorativamente parlando l’esperienza Toscana si stava dimostrando molto proficua, soprattutto per quanto concerneva l’esperienza maturata nella gestione delle persone. Erano tutti venditori molto bravi e aziendali, anche se c’erano tre aspetti essenziali che rendevano in qualche modo impegnativo il mio rapporto nei loro confronti:

  • I ritmi: abituati a lavorare da decenni nell’azienda, avevano dei ritmi di lavoro che per me erano troppo lenti. Mantenerli e stimolarli a una media visite accettabile era una cosa molto difficile anche perché erano ovviamente poco propensi al lavoro serale che quindi si accumulava per il giorno successivo. Ricordo Capelli che era solito fermarsi a pranzo all’hotel Minerva di Arezzo insieme ad altri colleghi e quando io ero in affiancamento a lui, le cose non cambiavano e così stavamo una o due ore lì fermi senza poter fare attività più produttive o cogliere l’occasione per confrontarci tra noi sui vari aspetti lavorativi. Il venditore di Firenze invece, cascasse il mondo non voleva rinunciare al suo mese di ferie estive a Castiglioncello sulla costa Toscana, indipendentemente da problemi di pianificazione ordini o quant’altro.
  • I modi: Una persona a trent’anni non cambia più, figuriamoci una a cinquanta o sessanta. La mia mente ha ancora scolpito in se, molto nitidamente, l’immagine del venditore della Versilia, una bravissima persona, volenterosa ed entusiasta al punto tale da essere sempre costantemente ai massimi livelli di ansia ed agitazione. Anche in pieno inverno aveva le mani completamente bagnate dal sudore che spesso si vedeva anche nel contatto della camicia con il corpo. La sensazione quando ci si stringeva la mano era di quelle che vorresti evitare, soprattutto pensando anche a quando avveniva con i clienti, ma era più forte di lui, tanto era sudato e tanto era desideroso di stringerti la mano per darti un benvenuto e un saluto vero e sincero.
  • L’età: Con loro ho imparato a gestire i venticinque o anche trent’anni di differenza di età che c’erano tra me e loro. Le prime volte non è stato facile trovare il modo e la forma per dire le cose e per far sì che operassero in linea con le mie aspettative; inizialmente fin che andava tutto bene non c’erano problemi, le difficoltà sorgevano nel momento in cui c’era da fare la voce grossa per ottenere di più o per far fare le cose in un modo diverso. E’ stata un’esperienza formativa ed era molto gratificante avere la sensazione di essere riconosciuto come capo, anche se sarei potuto essere stato tranquillamente il loro figlio.

Nella gestione dei miei clienti personali avevo acquisito un ottimo feeling e credibilità da parte dei compratori, sia di Cecchetti che di Superal. La gratificazione più importante la ottenni da quest’ultimo nel momento della pianificazione estiva degli ordini: i volumi che sviluppavano erano molto alti, dai tre ai cinque autotreni alla settimana e gli ordini erano gestiti da quattro diversi compratori in funzione delle tipologie di prodotto che poi venivano assemblate per formare i carichi completi. Pianificare bene le consegne di un mese, senza sovra stock di merce e senza perdere vendite per mancanza di prodotto, era una cosa veramente ardua e complicata, dovendo coordinare i vari buyers. Proposi e ottenni dal loro coordinatore di avere i loro tabulati della merce a magazzino e delle vendite, affinché potessi studiare io il loro fabbisogno e poter proporre una pianificazione già fatta per singolo articolo, con i relativi assembramenti a carichi completi, date fisse di consegna diluite nelle settimane e nel mese. Era una cosa nuova, la gestione dei tabulati e delle informazioni era da sempre considerata una prerogativa dell’azienda cliente e del loro compratore; ai venditori veniva dato ogni tanto qualche contentino, fornendo loro il venduto di un articolo o di un altro e  facendo cadere la cosa come una provvidenza venuta dall’alto, erano insomma dati assolutamente riservati. Io invece ero lì, nel mio ufficio di casa ad analizzare quei numeri e a fare un lavoro che doveva essere ineccepibile e in quanto tale accettato da Superal senza condizioni e senza modifiche, ne andava della mia professionalità e credibilità personale !!! Ci misi più di una giornata intera in quanto la pianificazione era più complicata del previsto, non so come sarebbe venuta se fatta da loro, singolarmente da ogni compratore con la frenesia del lavoro da svolgere velocemente. Dal conteggio finale vennero fuori 28 autoarticolati da 32 bancali l’uno, 5 motrici da 14 bancali cadauna e 4 rimorchi da 18 bancali; non avevo mai fatto un ordine così grande tutto in una volta e avevo quasi il timore nel presentarlo come una mia proposta, ma ero sicuro che entrando nel dettaglio di ogni singolo articolo tutto era stato fatto con una logica e con il buon senso. Che soddisfazione uscendo quel giorno dai loro uffici, tutto accettato al 100 % senza aver modificato o ridotto neanche un flacone di candeggina Ace o una confezione di pannolini Pampers. Nella mia mente era come se stessi camminando a dieci centimetri da terra, gratificato di quel progetto nato da una mia proposta e finalizzato in piena autonomia e con l’aiuto solamente di me stesso e delle mie forze.

Bisogna pensare in grande e saper uscire dagli schemi e dai luoghi comuni. Se i ragionamenti e le logiche sono corrette, anche la proposta più inusuale e azzardata può essere accolta e può avere successo. Il mercato è pieno di gente che si muove dritta e rigida all’interno di schemi più o meno prefissati; allineandosi al mercato è molto più difficile emergere ed evolvere.

 

Uno che sicuramente a suo modo usciva dagli schemi era il mio Capo Distretto di Bologna, Amleto Borghi, un manager che lavorava in azienda da più di vent’anni e che da sempre si era distinto come figura carismatica all’interno del Sales, cioè della forza vendite. Era una persona buona ma che esprimeva sia fisicamente che nel modo di muoversi e di parlare una durezza e una determinazione che metteva soggezione. Quando facevamo le riunioni in ufficio era una lotta continua su tutto, ci chiudevamo in una stanza e le discussioni si interrompevano solamente quando ogni tanto entrava una segretaria a portarci dell’acqua, i panini per mangiare o magari lo veniva a chiamare perché lo cercavano al telefono. Io e il Capo Zona dell’Emilia Romagna ci davamo man forte nel controbattere le sue tesi e nel far fronte comune per ottenere gli obiettivi che ci prefiggevamo, anche se spesso la sua posizione d’autorità nei nostri confronti ma soprattutto il suo carattere personale avevano la meglio. Ci sono due aneddoti che mi sono rimasti impressi perché espressione del carattere e del temperamento del mio capo di allora:

Eravamo in ufficio, il mio collega Capo Zona era in azienda da un anno, aveva cinquant’anni e precedentemente era stato responsabile marketing della Nelsen, una società di Parma produttrice di detersivi e recentemente acquisita dalla P&G.  Coerentemente con la policy aziendale che non prevedeva l’inserimento in azienda di management esterno, lui si era fatto otto mesi di dura esperienza da venditore (nonostante prima fosse responsabile marketing in Nelsen) e da qualche mese era stato nominato Capo Zona dell’Emilia Romagna. Durante una delle tante accese discussioni, il mio collega stava esprimendo una sua opinione quando il Capo Distretto lo interruppe e a voce alta, quasi urlando, gli disse “hai detto una grande cazzata !!!!!!” Ci fu subito un immediato silenzio, entrambi pensierosi e riflessivi su quella espressione così forte, soprattutto per il tono e il modo nel quale era stata esternata. Poi il mio collega scoppiò a ridere riflettendo sulle contraddizioni dell’azienda e ci raccontò di come la teoria spesso sia diversa dalla pratica. Nel suo progetto formativo per diventare Capo Zona, partecipò a vari corsi a Roma e una delle cose che lo colpì maggiormente era lo stile dell’azienda. Un giorno a un corso un partecipante disse una cosa che non stava ne in cielo ne in terra, senza una logica e completamente fuori luogo; lui si aspettava una risposta secca e negativa da parte del moderatore che invece, molto abilmente e con tono pacato e cordiale disse:  “E’ un buon punto, pero forse se facessimo in quest’altro modo …. “ proseguendo poi con una soluzione che era l’esatto contrario di quello che il partecipante aveva appena detto. L’insegnamento di quel accaduto era molto chiaro e dimostrava l’efficacia del management style nel gestire le situazioni per portare il proprio interlocutore gradualmente ma efficacemente verso la propria posizione. Inizialmente lo aveva assecondato con il “è un buon punto …” per poi di fatto dire e proseguire nelle direzione opposta. La contraddizione stava nel fatto di come, forte di questa esperienza, il Capo Zona emiliano stesse esprimendo liberamente la sua idea certo di trovare un interlocutore che lo avrebbe lasciato parlare e che lo avrebbe assecondato, quantomeno a livello formale; mai si sarebbe aspettato invece la reazione dura e cruda così come invece c’era stata. Da quel giorno quando uno rispondeva un altro “è un buon punto” , si sapeva che in realtà le cose dette erano delle cavolate o almeno erano ritenute tali dalla controparte.

L‘altro fatto, più o meno simile, ebbe luogo in occasione di una presentazione che l’ufficio del personale di Roma aveva preparato per un gruppo di una trentina di neo laureandi bolognesi. L’obiettivo era quello di illustrare loro il reparto vendite dell’azienda e raccogliere le domande di iscrizione ad uno stage di sales marketing, così veniva chiamato, che durava una settimana e si faceva una volta all’anno con l’obiettivo di conoscere meglio e in un certo senso pre selezionare i potenziali nuovi venditori e futuri managers dell’area commerciale dell’azienda. Il corso di fatto era per le vendite, ma il fatto che lo si chiamasse “Sales Marketing” attirava molto tutti quei laureati propensi alle attività di marketing, tanto in voga nel mondo universitario. Il contesto della presentazione era una sala riunioni di un bell’albergo del centro di Bologna, in un ambiente molto ovattato e appariscente in linea con il livello che io amo definire “bocconiano” dei laureandi presenti, molto marketing oriented. Amleto mi invitò quel giorno a partecipare con lui, da puri spettatori ed io andai molto volentieri a vedere una cosa che per me era del tutto nuova. Arrivammo quando la presentazione era appena cominciata e per non disturbare ci sedemmo nell’ultima fila, dalla quale dominavamo dalle spalle tutta la platea e frontalmente in fondo il relatore dell’azienda, anche lui entrato da neo laureato qualche anno prima, al momento era già un manager rampante di sviluppo. Il suo abbigliamento, le sue diapositive, la sua dialettica, i suoi gesti, le sue parole,  tutto studiato nei minimi particolari per trasmettere la migliore delle immagini e ottenere il riscontro più positivo possibile. Chiaramente, al dì la della forma, il relatore stava facendo capire che stringi stringi, il corso era di vendita e che in qualche modo il neo laureando bocconiano si sarebbe trovato suo malgrado con una valigetta ventiquattrore in mano, anche a dover andare nel supermercatino di quartiere ad aspettare il proprio turno per poter parlare con il titolare, spesso impegnato dietro il banco salumi, penna sull’orecchio, a servire le anziane signore che comprano 50 grammi di prosciutto e 50 grammi di salame. Era una sintesi di quella che comunemente viene chiamata “gavetta” che tutti si dicono disposti a fare ma che poi all’atto pratico tutti vorrebbero evitare, sia singolarmente come individui ma anche e spesso soprattutto a causa dei genitori che dopo aver speso risorse e fatto sacrifici per anni per mandare i propri figli all’università, li vorrebbero già dal primo giorno di lavoro con giacca e cravatta dietro a un bello e luccicante sportello bancario. I più svegli questo lo capivano velocemente, per una parte non era un problema, per molti invece si, loro volevano fare il marketing  o più semplicemente la pubblicità e non fare la vendita di detersivi, quasi porta a porta. A un certo punto della presentazione, dal centro della platea si vede spuntare una mano alzata, dritta e desiderosa di essere vista dal relatore. Lo studente si alza e con fare deciso e quasi arrogante chiede “ma entrando nelle vendite, c’e’ poi la possibilità di passare al marketing ?”, quasi come se le vendite fossero come il vecchio cavallo di Troia della storia antica. Il relatore non aveva fatto in tempo di organizzare una risposta adeguata e stava ancora balbettando qualche “behh, mumm, direi ….” che il mio capo, dal fondo della sala si fiondò dritto in piedi e con tono forte e secco disse:

“giovane, certo che dalle vendite potrai passare al marketing, ma sappi che se un reparto accetta di cedere una persona ad un altro reparto, è perché quella persona non vale niente ! Le persone valide nessuno le molla, se non per farle crescere verticalmente nell’organizzazione. Quindi, se un giorno nella nostra azienda cambierai reparto, pensaci bene …. “. Furono parole che resero l’idea con la stessa efficacia con la quale un coltello caldo può tagliare un cubetto di burro e in un certo qual modo riportarono il contesto in un rapporto più consono ed equo tra l’immagine che si vuole trasmettere e la sostanza dei fatti.

 

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Nato a Mantova il 3 maggio 1964 e diplomato come perito elettrotecnico, inizia la sua prima esperienza lavorativa, nel 1984 come commerciale in una agenzia IBM. Successive esperienze commerciali in P&G (7 anni), Montenegro (1 anno) e Tecnica (4 anni) e poi come amministratore delegato di Intersport Italia (4 anni) e infine di Briko spa (3 anni). Ha pensato e creato due startup web, nel 2007 Galileo, un B2B innovativo per contenuti e funzionalità e nel 2012 Truckpooling, il principale comparatore online per spedire merci. Nel 2002 inizia la sua avventura di imprenditore in provincia di Treviso nel commercio al dettaglio di articoli sportivi e subito dopo, nel 2003 con la vendita online nella quale ha maturato ad oggi più di 14 anni di esperienza. Tra i vari siti e-commerce del suo gruppo il principale è Glooke Marketplace ( https://www.glooke.com ), il centro commerciale online con più di 120.000 prodotti praticamente di tutte le merceologie, incluso l’alimentare. Glooke Marketplace vende in 120 Paesi ed ha identificazione fiscale diretta in UK, DE, FR e ES, oltre ad avere circa 20 account nei principali marketplace a livello mondiale. Esperto di Marketplace, è consulente di Ebay e di Confcommercio per le quali ha seguito il progetto “eBay adotta l’Aquila”. Sempre per eBay e Confcommercio si occupa su base continuativa di formazione ed avvio al business online di aziende.

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