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Viaggiare… un’esperienza unica

Se devo pensare alla mia più grande passione, penso senza indugi al viaggiare, nel senso più ampio del termine. Viaggiare è da sempre il mio più grande hobby e desiderio, sia che si parli di un breve percorso in bicicletta a poche decine di chilometri da casa, sia che si pensi a un grande viaggio agli antipodi del globo, in Australia o in Nuova Zelanda.

Donegal Irlanda Gianluca Pellegrinelli

Scoprire luoghi nuovi, popoli, abitudini e costumi, mi ha sempre affascinato, perché mi da la possibilità di allargare i miei orizzonti, di imparare a gestire e rispettare le differenze, di trovare forme diverse di comunicazione, di apprezzare il fascino nascosto che ogni luogo può esprimere e, non ultimo di desiderare il giorno del rientro e riscoprire il piacere della vita quotidiana, delle amicizie, degli affetti, della colazione al solito bar ….. Un viaggio è bello sempre e comunque, qualunque sia la sua durata, la destinazione, i mezzi utilizzati, la qualità dei ristoranti, dei fast food o dei panini, il tenore degli alloggi, i soldi a disposizione; la cosa importante è saperlo vivere intensamente in ogni suo momento. Viaggiare è divertimento, è apprendimento, è informazione, è conoscenza, è relazione con gli altri, è comunicazione.

 

Nella mia vita ho avuto la fortuna e la forte volontà di viaggiare spesso, sia per lavoro che per piacere, fin dai primi anni della mia adolescenza. La fortuna mi ha aiutato, offrendomi il lavoro ampie possibilità di spostarmi in Europa e anche oltre Oceano, ma anche la mia forte volontà mi ha permesso di non rinunciare a viaggiare per piacere in luoghi altrettanto lontani e affascinanti. Faccio molta fatica a ricostruire la cronologia delle terre visitate, ma mi sforzo a farlo, anche come esercizio memonico di questa mia grande passione:

  • a 16 anni in vespa sono andato più volte nella ex Jugoslavia, nelle Alpi Venete e poi in Toscana, a trovare Patrizia che era al mare da parenti
  • a 18 anni con una Moto Guzzi 350 cc e tre amici abbiamo girato in lungo e in largo la Sicilia, sono andato sul Lago di Como, sul Passo dello Stelvio
  • a 19 anni con un amico siamo andati in Olanda con la mia Fiat Regata
  • a 20 anni i primi e frequenti viaggi in Germania, a Wurzburg, vicino a Francoforte dove un mio caro amico aveva una gelateria (quello che poi sarebbe stato il mio testimone di nozze)
  • a 20 anni con tre amici siamo andati in Danimarca, Svezia, Norvegia e poi giù fino a Berlino Est quando il muro di separazione della città era ancora una triste e solida realtà
  • e poi ancora in Sicilia con Patrizia per le vacanze estive in macchina e tenda, ancora ragazzi e con pochi soldi in tasca
  • numerosi i viaggi sempre con Patrizia nelle principali città europee: Parigi, Vienna, Salisburgo, Zurigo, Barcellona, Londra; alcuni di pochi giorni e altri un po’ più lunghi
  • la Jugoslavia, nei periodi estivi antecedenti all’ultima guerra, nelle varie località della costa, da Rovigno e giù fino a Zara
  • un viaggio molto particolare a 23 anni: da solo in Grecia con una vespa, attraversando Belgrado, Salonicco per 2000 chilometri, rientrando poi dalla Puglia
  • nel 1987 il viaggio di nozze negli Stati Uniti, a New York, Los Angeles e San Francisco
  • alcuni viaggi di lavoro con P&G in Svizzera, Germania, Olanda e Francia
  • dal 1991 con il nostro camper nuovo fiammante abbiamo iniziato con otto giorni in Olanda
  • Cancun in Messico con Montenegro nel 1993
  • dal 1994 al 1998 tre importanti viaggi solitari in Irlanda, Inghilterra e a Santo Domingo
  • sempre in quegli anni i viaggi in camper a EuroDisney di Parigi, EuropaPark in Germania, a Vienna e due volte in Sardegna, visitando tutta la costa da nord a sud
  • nel corso dell’ultima esperienza lavorativa ho viaggiato molto per lavoro, in Svizzera, Danimarca, Svezia, Spagna, Portogallo, Olanda, Belgio, Germania (dove ho rivisto Berlino dopo la caduta del muro), Austria, Francia
  • ho fatto anche dei viaggi mirati a grandi eventi sportivi, assistendo al famoso torneo tennistico di Wimbledon, con un fascino unico nel suo genere, alla finale di Coppa Uefa tra Galatasaray e Arsenal a Copenhagen, ai tempi in cui la Turchia otteneva i suoi primi successi in campo internazionale, fino al grande viaggio fatto nel 2000 in Australia, in occasione delle Olimpiadi di Sydney 2000 !!
  • recentemente la ex Jugoslavia, dopo la guerra, in Croazia e Slovenia
  • infine nel 2003 l’ultimo viaggio, il primo con mio figlio Giacomo, 10 giorni io e lui da soli negli Stati Uniti, a New York e in Florida.

 

Direi che ce ne un pò per tutti i gusti, dal viaggio culturale, al super lussuoso, al piacere e relax puro, fino al viaggio più spartano con tanto di pernottamenti in spiaggia sotto il cielo stellato. Nessuno più bello dell’altro, ma ognuno con un suo fascino e interesse, ognuno degno di bei ricordi per le importanti esperienze vissute. E’ difficile fare una scelta o stilare una classifica, ogni esperienza ha contribuito ad accrescere le mie conoscenze e il mio bagaglio culturale; forse però a parte il viaggio di nozze del quale ho già parlato, ci sono quattro viaggi che si evidenziano per delle peculiarità che li rendono in qualche modo unici:

1988: GRECIA in vespa da solo, la prima grande avventura

1996: IRLANDA in aereo + auto da solo, il Paese più bello e intenso che abbia mai visto

2000: AUSTRALIA, le Olimpiadi di Sydney 2000

2003: STATI UNITI, il primo viaggio da solo con mio figlio Giacomo, a New York e in Florida

 

Quando decisi di andare in Grecia in vespa forse non mi rendevo esattamente conto di cosa significasse veramente, 2000 km di sola andata attraversando un Paese allora abbastanza inospitale e poco dotato di infrastrutture e strade adatte alla percorrenza di tragitti così lunghi, peraltro nel mese di agosto dove il caldo era torrido. Forse, l’inesperienza, forse l’entusiasmo, forse la passione per le moto e per la vespa in particolare, mi stimolavano al punto talea non prendere minimamente in considerazione i pericoli di una simile avventura, soprattutto se vissuta da solo. Preparai il viaggio con meticolosità, assicurandomi che il mio mezzo fosse a puntino e che tutta la mia attrezzatura fosse in ordine e ben salda allo scooter, nei portapacchi anteriore e posteriore che avevo montato per l’occasione. Per dormire avevo acquistato una piccola tenda a igloo a due posti, di quelle più economiche presenti sul mercato, tanto andavo al caldo e non ci sarebbero stati grandi problemi di pioggia e freddo. Erano i primi di agosto e alle 7.30 del mattino salutai mia moglie che andava a lavorare e partii da Pordenone dove a quel tempo abitavo, in direzione Atene !!!!!!

Per niente intimorito dalla solitudine, i primi duecento chilometri li passai a studiare il mio mezzo, l’assetto del carico, il ronzio del motore, le prestazioni, cercando di capire se quella bella e fidata vespa mi avesse portato fino a destinazione, senza tradire le mie aspettative ….. e speranze. Ero da poco entrato in Jugoslavia quando decisi di fermarmi a bere qualcosa a Capodistria, in realtà qualche dubbio cominciava a venirmi più che dal mezzo di trasporto, dal mio fondoschiena che già accusava i primi segni di cedimento e dolore. Lì, conobbi due ragazzi veronesi con delle moto da enduro con le quali volevano raggiungere la Turchia; decidemmo di fare il viaggio insieme fino a Salonicco in Grecia, visto che il tragitto era praticamente lo stesso. Sorrisi pensando che la mia solitudine era di fatto durata solo poche ore e che avevo già fatto delle amicizie con nuovi compagni di viaggio con i quali ero accomunato dalla passione comune dei viaggi e delle moto. Ci mettemmo due giorni per arrivare in Grecia, il primo giorno una tirata unica fino Belgrado, sosta per la notte e poi giù diritti fino a Salonicco; il terzo giorno infine feci l’ultimo tratto da solo fino ad Atene, dove arrivai con le braccia praticamente ustionate. Non me ne ero reso conto, ma tre giorni sempre nella stessa posizione, con le braccia al vento che tagliavano quell’aria calda, quelle soste ai semafori dove l’asfalto cocente mandava verso l’alto altre vampate di calore che si aggiungevano a quelle prese durante la corsa, sembrava di essere in un forno da cucina, di quelli con la ventilazione forzata incorporata. Il viaggio fu però molto bello e interessante, a contatto con la popolazione slava che, soprattutto nella parte meridionale del Paese non era così abituata al turismo; durante le soste per il rifornimento o per rifocillarci, venivamo circondati da bambini che accorrevano curiosi a vedere le nostre moto super cariche, sperando in qualche dono, un soldo o una cioccolatina. Nel tragitto greco feci invece parecchie soste ad ammirare le belle cale nelle quali mi tuffavo spesso e volentieri per un piacevole bagno rinfrescante, in quell’acqua così limpida e pura.

Ad Atene trovai sistemazione in un campeggio molto spartano, ma vicinissimo al centro della città, dove mi recavo per visitare le bellezze archeologiche e i mercati locali, sempre molto colorati, animati e chiassosi. Fu proprio all’ingresso del mercato della carne di Atene che fui colpito da due personaggi in bicicletta, uno era un ragazzo tipicamente italiano, con una mountain bike e l’altro era invece una persona di mezza età, carnagione molto scura, abbigliamento abbastanza trasandato, così come la sua vecchia bicicletta da corsa di colore celeste, anche se qua e là con molti segni della ruggine e del tempo. Iniziammo a parlare, come potevamo: il ragazzo era pugliese ed era arrivato lì in nave fino a Patrasso e poi in bici, l’altro invece era un professore slavo, partito da Belgrado in bicicletta ed arrivato ad Atene con la sola forza delle sue gambe. Furono due compagni di viaggio con cui stetti assieme per un po’ di giorni, alla scoperta di tutti i meandri di quella fantastica città, con un suo fascino tutto particolare. Il rientro, dopo una decina di giorni, via nave fino a Bari e poi percorrendo tutta la costa adriatica, con visita ad Alberobello e soste tecniche durante il tragitto…. come previsto, la vespa è stata eccezionale, molto di più del mio fondoschiena.

Fu un bellissimo viaggio dove imparai una cosa importantissima: la solitudine in vacanza non esiste, a meno che non sei tu a volerla. Partire da solo è un dettaglio, quando sei via le occasioni non mancano mai per incontrare gente nuova, anzi, siano esse persone del posto o turisti come te.

 

Nel 1996 decisi di andare in Irlanda, un popolo e una terra che conoscevo molto poco ma che mi affascinava. Sapevo che c’era in essere una storica rivalità nell’Irlanda del nord tra i terroristi dell’IRA e il governo inglese, per la rivendicazione delle autonomie in quella parte del Paese. Le immagini viste qua e là mi avevano sempre impressionato per le bellezze naturalistiche e per la semplicità e gioiosità del popolo irlandese. Penso sia stato il viaggio che ho preparato nel modo migliore, e che, forse anche per questo, ha soddisfatto più di qualsiasi altro le mie aspettative.

Prima di partire partecipai ad alcune serate che si tennero in una parrocchia locale, dove dei volontari parlarono delle rivalità dell’Irlanda, delle loro origini, dell’evoluzione e della situazione attuale; comprai anche un libro sull’argomento e grazie a tutto questo finalmente capii bene la situazione e fui in grado di formularmi anche una mia opinione personale.

L’itinerario fu studiato a tavolino, con l’ausilio della Loonley Planet, quella che per me si è rivelata come la migliore guida turistica per organizzare con successo ed efficacia un viaggio. Il percorso era decisamente “antituristico”, cioè al dì fuori delle normali mete prese d’assalto dai bus che scaricavano centinaia e centinaia di turisti “mordi e fuggi”. Io decisi di conoscere l’Irlanda e gli irlandesi, con un viaggio che avrebbe toccato svariate località un po’ tutt’attorno all’isola.

Partii ovviamente da Dublino, dove noleggiai una fiammante Opel tigra color rame, come il colore tipico dei capelli degli irlandesi. Poi in senso antiorario andai nel Donegal, nell’Irlanda del Nord, assediata dai presidi militari di sicurezza, quindi la piccola e sconosciuta Clare Island, con pochissime case di pescatori, un pub e un solo B&B. Proseguendo ancora più giù, la bellissima e solare penisola di Dingle, vicino alla più famosa ma anche più affollata penisola Ring of Kerry, fino ad arrivare  a visitare le Wikklow Mountain, proprio nella zona interna a sud di Dublino. E’ stato un itinerario perfetto, che mi sentirei di consigliare a chiunque sia desideroso di conoscere l’Irlanda degli irlandesi, con il fascino della semplicità di questo popolo e delle bellezze naturali di questa terra.

Dublino è una città viva, giovane e musicale; è tutto sommato una piccola città diventata però un grande punto di riferimento internazionale per una certo tipo di giovani, amanti della musica, dei pubs e della birra, rigorosamente scura …… la GUINNESS !!! Girovagando per la città si viene attirati continuamente dalla gente, dai suonatori di strada, dagli artisti improvvisati che abilmente si esibiscono per racimolare le offerte dei passanti. Il clima è generalmente sereno e rilassato, non ci sono certo le paure solite delle grandi città.

Nel Donegal i turisti sono davvero pochi, probabilmente perché la disinformazione e la dislocazione logistica nell’estremo nord dell’isola, ne scoraggiano la maggior parte a recarsi là. Il paesaggio è tra i più incontaminati, con le fantastiche scogliere che si affacciano a picco sul mare e che fanno da barriera all’Oceano che, spesso dirompente, ci si scaglia contro. Ricordo di un piacevole incontro con alcuni motociclisti inglesi mentre in una giornata piovosa stavo lì ad ammirare quei bei scogli, da cui partivano verso l’interno prati così verdi come non ne avevo mai visti. Parlammo un po’ insieme, tutti estasiati da quelle bellezze naturali. Nei villaggi della zona era facile trovare il negozietto che vendeva i maglioni di lana grossa, prodotti nel piccolo laboratorio artigianale del retro bottega con la lana tagliata dalle pecore che pascolavano nei prati vicini; lì il “Made in China” era ancora molto difficile da trovare.

A Clare Island ci sono capitato per caso in quanto non era previsto nel programma di viaggio fatto a tavolino. La Loonley Planet aveva il grande pregio di essere molto dettagliata e precisa, al punto da indicarti con buona  attendibilità di visitare quel negozietto e non quell’altro perché più conveniente o quel pub e non quell’altro, perché aveva i dolci tipici locali fatti in casa. Seguire la guida era come leggere un libro, un capitolo in ogni località. Fu proprio leggendola che mi accorsi di una piccola stradina, talmente piccola che era a senso unico alternato, che portava a un piccolo approdo di pescatori, dove ogni tanto arrivavano con il raccolto della giornata. Era pomeriggio e decisi comunque di andare a curiosare, pur sapendo che i pescatori di solito rientrano nelle prime ore della mattinata. Dirimpetto al mare c’era un piccolissimo parcheggio con una baracca in legno e un pescatore seduto davanti, che comodamente si fumava una pipa; fu parlando con lui che appresi di Clare Island, così piccola mi disse, che non ci sono macchine, ne bus, niente di niente. Fu bello quando con un ricetrasmettitore si mise in contatto con l’isola per sapere se c’era posto nell’unico B&B esistente e annuendo mi disse che sarei potuto andare, salendo nella barca di pescatori che di lì a poco sarebbe andata sull’isola per la notte. L’isola era una cosa incredibile, l’unico pub affollato di pescatori che suonavano allegramente, una cena di pesce a dir poco “divina” e un’accoglienza per la notte, come la si fa a un figlio che finalmente torna a casa dopo una lunga assenza. L’indomani mattina feci una bellissima colazione su una terrazza frontemare e poi andai in spiaggia, non certo per fare il bagno visto il tempo che c’era, ma attirato dalle strane conchiglie sparse sulla spiaggia. Non ne avevo mai visto di simili e di così belle, erano come dei piccoli coni lisci, quasi a sembrare dei tetti dei trulli di Alberobello, colorati e delle più svariate dimensioni; la sabbia poi era un’insieme di piccoli sassolini dalle forme più disparate, quasi a sembrare dei coralli. Non ho mai visto in nessuna parte del mondo una spiaggia più bella ed interessante di quella di Clare Island.

La Penisola di Dingle la ricordo invece con un sole stupendo, evento non così frequente in Irlanda. Il mare era limpidissimo e i prati fioriti che ci si affacciano, risaltavano ancora di più riflessi sul mare. Tutta la penisola era percorribile grazie a una strada panoramica dove dietro a ogni curva ti si apriva un panorama mozzafiato, uno più bello dell’altro che stupiva per come alla bellezza non ci fosse un limite. In quel contesto non mancavano di certo le occasioni di sosta per un bagno ristoratore nelle gelide acque dei mari del nord. Il cielo era quello d’Irlanda, proprio come lo cantava Fiorella Mannoia, con le nuvole che non hanno la classica forma a cui noi siamo abituati, ma sono come delle bianche striature o delle pennellate che interrompono l’azzurro acceso del cielo terso, dove l’umidità nei giorni sereni è praticamente assente.

Le Wikklow Mountain si raggiungono prima di arrivare a Dublino, provenendo dalla parte sud dell’isola. Si tratta di un intero comprensorio montano dove la vegetazione, gli altopiani, i pascoli e i piccoli villaggi, si alternano con una combinazione di colore e un’alternanza di paesaggi che ti fanno percorrere chilometri e chilometri, sempre attratto dalle bellezze che ti circondano. Le soste, i pasti e i pernottamenti sono poi delle occasioni per immergersi in ambienti semplici e affascinanti al tempo stesso, prima di rientrare a termine del giro nella, relativamente caotica, Dublino.

Forse l’ho già scritto, ma lo ribadisco, un viaggio in Irlanda, se ben organizzato e con lo spirito giusto, è uno di quei viaggi che nella vita non si dimenticheranno mai.

 

Visitare l’Australia ed assistere alle Olimpiadi di Sydney 2000 è stata davvero un’esperienza unica nel suo genere; il viaggio era stato offerto a me e a mia moglie dalla FILA, azienda tra le leader nel mondo nella commercializzazione di articoli sportivi, che ovviamente sponsorizzava parecchi atleti in svariate discipline olimpioniche. Mia moglie decise di non venire in quanto si portava dentro ancora le paure di volare, dai tempi del nostro viaggio di nozze e un viaggio di quasi 24 ore di sola andata non era certo il massimo delle sue aspirazioni, anche se attratta sicuramente dalla curiosità di visitare un paese così lontano.

Nel pieno rispetto delle consuetudini che animano l’organizzazione di simili eventi, tutto il viaggio è stato organizzato dalla FILA per poter offrire ai propri ospiti il massimo che si potesse desiderare in termini di qualità, lusso, immagine e servizi. Già il volo la diceva lunga…. un biglietto in top class sulla cupolina alta di un Boing 747 dove c’eravamo noi, Rutelli e pochissime altre persone ….. costo del solo volo: 8.000.000 delle vecchie lire.

I miei compagni di viaggio erano Vincenzo e sua moglie, titolare dell’azienda per cui lavoravo al tempo, Marco e sua moglie, Amministratore Delegato di un’altra azienda di proprietà di Vincenzo, oltre ovviamente al Direttore Generale della FILA che faceva da ospite e padrone di casa.

La prima immagine che ebbi di Sydney fu di una città molto ordinata, pulita e sufficientemente tranquilla al punto da poter essere visitata senza timori anche di sera, persino nelle zone un po’ più periferiche. Il nostro hotel, il “W HOTEL”, era un vecchio cotonificio su un molo adagiato sulla baia della città e completamente ristrutturato per l’evento …. tra gli ospiti di rilievo dell’albergo ricordo un giorno l’incontro in ascensore con Cesare Romiti, giusto per fare un nome. Dall’hotel ci spostavamo con un motoscafo privato che ci collegava continuamente con i due principali punti di ritrovo: il villaggio olimpico e il Bounty, un fantastico veliero ormeggiato giusto di fronte all’Opera House (quella struttura con il tetto a forma di vele, che si vede in tutte le cartoline di Sydney). Il Bounty era stato affittato dalla FILA, che ne aveva persino personalizzato le vele, fungendo da punto di incontro per tutti i suoi ospiti per il pranzo, con cucina tipicamente italiana e soprattutto per le feste notturne che si protraevano quasi fino all’alba. L’altra originalità era data dal fatto che il molo era stato attrezzato come a sembrare una pista di atletica, con  tanto di corsie e punti di partenza, mentre di sera sulle grandi vele del Bounty venivano proiettate le immagini delle imprese olimpiche della giornata, il che faceva sì che la banchina antistante fosse sempre piena di curiosi che si fermavano ad ammirare le immagini trasmesse.

E così le nostre giornate australiane erano scandite da uno di quei ritmi che ci avrebbe sicuramente garantito un volo di rientro con 24 ore filate di sonno !!!!!!! Alla mattina sveglia “abbastanza presto”, diciamo 8.30/9.00 e poi organizzazione della mattinata per visite turistiche alla città e ai dintorni. Primissimo pomeriggio al Bounty per un lauto pranzo con vista fronte “Opera House” e poi via, con il motoscafo diretti al villaggio olimpico. Più o meno si rimaneva poi a vedere i vari eventi fino alle 23.00 di sera, per poi tornare al Bounty per la baldoria finale della giornata.  E così via per 8 lunghissimi giorni ………..

Purtroppo il poco tempo disponibile non ci ha permesso di vedere molte cose e soprattutto non abbiamo avuto la possibilità di allontanarci molto dalla città; comunque devo dire che del tempo a disposizione non ne abbiamo sprecato neanche un po’ e ci siamo visti tutto il possibile. Sydney è bellissima: Hide Park, l’Opera House, i Botanic Gardens con i suoi alberi secolari e giganteschi, la Monorail, una monorotaia aerea che attraversa tutto il centro città, l’AMP Tower  con i suoi 305 metri di altezza, l’Horbour Bridge sul quale sarei voluto salire a piedi ma serviva una prenotazione da farsi con mesi di anticipo, Bondi Beach spiaggia famosa per le sue onde e per i surfisti che ci passano giornate intere ad aspettare quella giusta, Watsons Bay, Manly Beach e il fascino delle Blue Mountains con il loro panorama incantato a poche ore di distanza dalla città. Ricordo il giorno che andammo a visitarle, quando passeggiando a piedi in un piccolo paesino nelle vicinanze, fui attratto da un piccolo cartello stampato ed esposto davanti all’ingresso della piccola chiesa del paese; in quel cartello c’era scritto:

 

“ NON TUTTI POSSIAMO ESSERE OLIMPIONICI ……

MA TUTTI POSSIAMO PROVARE A FARE DEL NOSTRO MEGLIO !!! ”

 

Rimasi molto colpito da quella frase, dalla sua semplicità da un lato e incisività dall’altro, da quante verità ci fossero in quelle poche parole che probabilmente un bravo sacerdote volle comunicare alla sua comunità, come spunto di riflessione e meditazione.

L’altra parte del viaggio era meno turistica se vogliamo, ma con vocazione più sportiva. Verso le 14.00 ci facevamo una mezz’oretta di motoscafo per raggiungere il villaggio olimpico che era, credetemi, un qualcosa di eccezionale, immenso e perfetto, sotto tutti i punti di vista; “gli australiani ci sanno proprio fare”, pensavo ogni volta accingendomi a varcare uno degli ingressi.

La vista all’entrata era una di quelle mozzafiato, un unico grande vialone centrale in leggera pendenza dove si vedeva una marea umana di persone che si spostavano avanti e indietro, da destra a sinistra e viceversa, impegnate ad andare ad assistere ai vari eventi pianificati per la giornata. Non me la sento di azzardare ipotesi su quante persone ci fossero, ognuno può farlo liberamente solamente guardando una delle tante foto scattate. Percorrendo il viale principale del villaggio, si accedeva ai lati alle diverse strutture dedicate alle varie discipline sportive, il Super Dome (Olimpic Stadium), il Baseball Stadium, il Dome, i Papillon 1, 2, 3, 4, l’Aquatic Center, lo State Sports Centre, l’Hockey Centre, e giù fino al Tennis Centre; oltre poi a una infinità di strutture di servizio e supporto, come ad esempio l’Olimpic SuperStore 2000.

Il centro era quanto di meglio organizzato e tecnologicamente all’avanguardia si potesse desiderare, gestito con il supporto di un numero incredibile di volontari, cittadini australiani, che il THE SUN-HERALD di domenica 1° ottobre 2000 ha definito “I 47.000 EROI”. Tutta gente comune che svolgeva l’incarico assegnato con una devozione e passione che gli si leggeva negli occhi, un senso del dovere e della nazione che pochissime altre volte ho avuto l’occasione di riscontrare. Sempre in linea con lo spirito di efficienza totale dell’intero sistema, erano tanti ma ben riconoscibili nelle loro funzioni, in base al colore dell’abbigliamento indossato:

giallo               =          servizi agli spettatori

viola                =          trasporti

rosso               =          assistenza medica

verde               =          sicurezza

Sempre quel giorno, il noto quotidiano decise di rendere omaggio agli eroi, pubblicando i nomi di tutti 47.000, in ordine alfabetico, in pagine e pagine che da sole potevano formare un volume.

Gli eventi sportivi che ho visto in quei giorni furono tutti molto appassionanti e  di altissimo livello; tra i principali ricordo: la maratona, le semifinali di basket maschile tra Australia/Francia e Stati Uniti/Lituania, la finale di calcio tra Spagna e Camerun, la finale di pallanuoto maschile tra Russia e Ungheria. Un fascino tutto suo lo ebbe la cerimonia di chiusura, con uno stadio stracolmo nei suoi 140.000 posti a sedere, brulicante di luci che tutti agitavano con un sincronismo che sembrava essere stato provato e riprovato a tavolino. L’atmosfera era quella dei grandi eventi, pacifici e aggreganti, dove tutte le cose tristi e sbagliate della vita vengono messe da parte e dimenticate, anche se solo per poche ore, sentendosi tutti uniti nel festeggiare e celebrare momenti di gioia ed unione.

Lunedì 2 ottobre 2000, THE SYDNEY MORNING HERALD titolava a caratteri cubitali “THE BEST GAMES EVER” con lo sfondo di una bellissima foto a colori della cerimonia di chiusura e io, ancora oggi ricordo quel viaggio come uno dei più belli, per il contesto, unico nel suo genere, per l’occasione dell’evento, per il Paese ospitante e per l’organizzazione e le risorse messe a disposizione da chi, gentilmente, mi ha ospitato.

Contrariamente alla previsioni, il viaggio di rientro non l’ho speso a dormire, cosa che ho fatto poi a casa, bensì a organizzare con l’ausilio del mio computer, un album fotografico che fosse in grado di trasmettere e immortalare, almeno in parte, le cose vissute in quei dieci giorni. Fu un lavoro arduo ma molto ben riuscito ed è grazie anche a quell’album, oggi custodito gelosamente, che ho potuto rievocare quell’esperienza in questo libro, con  buona novizia di dettagli e particolari.

 

Nel 2003 stavo maturando l’idea di fare un bel viaggio da solo, uno di quelli che non facevo più ormai da qualche anno; ero molto indeciso sulla destinazione, sul tipo di viaggio, sulla sua durata; ero attratto sia da località balneari/godereccie come Cuba o le Maldive, ma mi sarebbe piaciuto molto anche un viaggio in Islanda o in India. Non ricordo il contesto esatto, ma ricordo che eravamo all’inizio dell’estate ed io ero in macchina da solo con mio figlio Giacomo con il quale parlavo del più e del meno; lo vedevo molto maturo e cresciuto, aveva quasi 12 anni ma ai miei occhi era già un ometto, pronto a fare le sue prime esperienze in giro per il mondo. Dal pensiero all’azione è passato meno di un decimo di secondo ……., sorse così per me spontaneo proporgli di venire con me a fare un viaggio, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico.

Il pretesto fu quello del premio per la sua promozione agli esami di quinta elementare, ma in realtà mi piacque molto l’idea di portarmelo via, da soli io e lui, con zaino in spalla e una sana cura  “anti-mammite-acuta” che lo svezzasse un po’; era poi un’occasione importante per avvicinarlo di più a me in quanto in quegli anni a causa del mio lavoro ne avevo avuto poche occasioni. La sua reazione fu entusiasta e non ci pensò un attimo a dimostrarmelo, riempiendomi di domande: ma dove andiamo?, quanto stiamo via?, ma prendiamo l’aereo? ……..

Visto il compagno di viaggio, molto particolare ed esclusivo, anche la meta doveva essere ponderata con attenzione in quanto dovevano esserci anche delle cose da vedere che fossero interessanti agli occhi di un ragazzino di 11 anni. Decisi così di scegliere gli Stati Uniti e più precisamente New York in quanto simbolo indiscusso dell’America e la Florida, dove avremmo potuto vedere il parco divertimenti più grande del mondo (DisneyWorld) e le bellezze della costa oceanica a nord di Miami.

Il suo entusiasmo fu tale che, appena arrivammo a casa, corse da sua mamma a dirgli che sarebbe venuto in America con me, in aereo e con lo zaino. Tanta era la gioia di mio figlio e tripla era la rabbia di mia moglie, non per il viaggio in quanto tale, ma perché non ne avevamo parlato prima io e lei, come eravamo soliti fare su cose di una certa importanza; si era sentita esclusa e senza possibilità di replica, visto l’entusiasmo di mio figlio per una cosa ai suoi occhi ormai decisa e programmata. Passato comunque il problema iniziale, anche lei, seppur impaurita di un viaggio di quel tipo, si rese conto che per Giacomo era un evento importante e speciale.

La preparazione del viaggio fu tutta una gioia e un’euforia, dalle visite in agenzia viaggi per studiare la programmazione dei voli per la traversata e le relative tratte interne, fino all’acquisto dello zaino, strumento indispensabile per il viaggio. Ogni giorno Giacomo contava, come chi si accinge a finire il servizio militare, i giorni mancanti alla fatidica data “X”, non mancando di esternare nel frattempo il suo entusiasmo a cugini ed amici “lo sai che io vado in America con mio papà…” diceva ripetutamente con orgoglio.

Ed eccoci finalmente al giorno della partenza, quando iniziò a prendere piede all’orgoglio la paura per il volo; fino a quella data l’unica occasione che ebbe di volare fu quando in Croazia, alcuni anni prima, affittammo un piccolo aereo a quattro posti che ci portò a visitare dall’alto le bellezze della costa mediterranea. Quella mattina, arrivammo all’aeroporto Marco Polo di Venezia con un buon anticipo rispetto all’orario previsto di partenza, sia per evitare di fare le cose di corsa, ma anche per permettere a Giacomo di ambientarsi in un luogo a lui completamente nuovo e caotico. La confusione di quella mattina era secondo me al dì sopra della media, forse perché essendo l’inizio di settembre, c’erano viaggiatori ancora prevalentemente di tipo turistico, sicuramente più chiassosi degli austeri business man che affollano gli aeroporti nel resto dei periodi dell’anno, abituati a volare molto di frequente e a rimanere silenziosi, quasi avvolti nei loro pensieri e preoccupazioni professionali. Essendo poi a pochissimi giorni dalla triste ricorrenza dell’11 settembre 2001, il grado dall’erta e le misure di sicurezza, soprattutto per i voli diretti negli Stati Uniti, erano ai livelli massimi. Il momento più difficile per Giacomo fu sicuramente l’attesa davanti al check in bagagli ….. una coda interminabile di gente davanti e altrettante persone dietro, con funzionari addetti alla sicurezza che ogni due minuti ti chiedevano qualcosa, a volte in italiano e a volte in inglese. Lui stava lì, con il suo bianco pallido, a cercare di capire, rendendosi conto che non era possibile tornare indietro, rinunciare a quel viaggio tanto atteso e che adesso era per lui motivo di paura e di tensione.

Una volta scaricati i nostri pesanti zaini ed entrati nell’area riservata alle partenze, le cose andarono decisamente meglio; finalmente un ambiente più tranquillo, dove tutti aspettano comodamente e rilassati il momento dell’imbarco del proprio volo e poi, la vista degli aerei, così vicini alle grandi vetrate che si affacciavano alle piste di decollo e atterraggio. Insegnai a Giacomo come leggere la carta d’imbarco, identificando il numero del gate sul biglietto e poi cercandolo nei pannelli luminosi e nelle frecce poste qua e là, fino a raggiungerlo a piedi. Il resto del tempo lo passammo girovagando tra il bar e i duty free shop dell’aerostazione, fino al tanto atteso decollo del nostro volo Delta Airlines, in perfetto orario.

La sensazione che ebbi all’arrivo all’aeroporto J.F. Kennedy di New York, fu esattamente la stessa che avevo avuto sedici anni prima durante il mio viaggio di nozze: un aeroporto molto vecchio e cresciuto negli anni in modo disorganico,dove pertanto era molto difficile orientarsi. Lì erano le prime ore del pomeriggio, ma per noi era già tarda serata e quindi la stanchezza si faceva un po’ sentire. Una volta espletate le operazioni doganali e usciti dall’aerostazione, prendemmo il primo pullman che capitò, diretto a down town, il centro città; Giacomo era un po’ intimorito ….. il bus era abbastanza sporco esternamente, c’era tanta gente di colore e non capiva cosa dicevano.

Poi finalmente l’approdo alla grande mela quando, uscendo dalla maestosa stazione centrale, ci trovammo d’un tratto in una delle vie adiacenti alla famosa Quinta Strada del centro di Manhattan, avvolti da maestosi grattacieli così alti che ti permettevano di vedere il sole solamente orientando lo sguardo in direzione parallela a una delle lunghe e dritte vie che tagliano la città longitudinalmente o trasversalmente. Era domenica e quindi la città era sorprendentemente tranquilla, anche se in lontananza si sentiva un forte caos, quasi ci fosse una manifestazione o qualcosa del genere. In effetti dopo pochi isolati ci trovammo immersi in una chiassosa e allegra festa brasiliana, con una marea di persone che ballava, mangiava e passeggiava lungo tutta una zona che ospitava chioschi, venditori ambulanti, artisti di strada e di tutto un po’. Attratti da uno di questi chioschi ambulanti e un po’ affamati, non resistemmo alla tentazione, lasciammo gli zaini e ci sedemmo per terra in un comodo e ospitale marciapiede cittadino, a gustarci il primo piatto tipico locale.

L’albergo che avevamo prenotato via internet era su una laterale di Times Square, piazza famosa in tutto il mondo per la moltitudine di pannelli luminosi grandi e piccoli che addobbano tutti i palazzi che ci si affacciano e che la illuminano a giorno anche in piena notte. Da lì ci muovevamo a piedi e in metropolitana per visitare tutti i luoghi tipici per chi approda per la prima volta a New York:

L’Empire State Building con la salita diretta fino all’ottantesimo piano per poi arrivare con un ascensore “locale” all’ottantaseiesimo piano dove si trova la bellissima terrazza panoramica dalla quale i palazzi di venti o trenta piani sembrano poco più di una casetta bifamiliare.

Il negozio di giocattoli più grande del mondo, con i suoi quattro piani divisi a tema, la ruota panoramica funzionante, la casa della Barbie in dimensioni naturali e le gigantesche opere costruite con le costruzioni LEGO.

La classica passeggiata nei quartieri di China Town e Little Italy, con i suoi sapori, le sue genti e le atmosfere che si mescolano andando a costituire una grande e unica cultura multietnica che va ben al dì la della Cina e dell’Italia.

La Statua della Libertà, affacciata sulla fantastica baia di New York e protetta da sistemi di sicurezza tali che rendevano bene l’idea dell’importanza storica e simbolica che essa rappresenta per tutto il popolo americano.

La Borsa di Wall Street, imponente, frenetica e anche lei protetta al massimo delle possibilità: In tempi migliori poteva anche essere visitata al suo interno ed era persino possibile assistere alle contrattazioni, grazie ad una apposita area predisposta allo scopo.

Il momento sicuramente più toccante della visita alla grande mela fu l’approdo a Ground Zero ……., era una giornata uggiosa e una leggera pioggerellina rendeva ancor più suggestivo, qualora ce ne fosse stato bisogno, l’ambiente circostante. Man mano che ci avvicinavamo alla zona dove solo tre anni prima posavano maestose le due torri gemelle, l’atmosfera si faceva molto meno caotica, quasi ovattata come in una forma di rispetto per quel luogo, simbolo della fragilità, dell’innocenza e della sofferenza di tanta gente comune, colpevole solamente di essere stata lì, quella mattina dell’11 settembre 2001, magari solo per fare il proprio dovere. Finalmente vediamo da lontano, al termine di una via, la zona dell’attentato, recintata in tutto il suo perimetro da una griglia metallica alta forse 4 metri che aveva nella sua parte superiore dei grandi pannelli neri dove erano elencati i nominativi di tutte le vittime. All’interno i cantieri erano pienamente operativi e impegnati alla ricostruzione, avevano già costruito tre o quattro piani sotterranei e stavano per arrivare al livello del suono. Anche gli operai lavoravano apparentemente senza fare il minimo rumore …… dal silenzio che c’era, non sembrava affatto che ci fossero centinaia di persone e macchinari impegnati nella ricostruzione.  L’unica cosa che testimoniava quanto era successo era una grande croce costruita con i resti di una struttura metallica distrutta dall’attentato, stava lì maestosa e affascinante come memoria ai caduti. Al dì fuori del muro infine, il nulla, mancava il solito consumismo americano, le bancarelle, i gadgets, tutti vietati dal sindaco della città per un determinato raggio attorno a Ground Zero; apprezzai molto quella piccola grande decisione, segno di equilibrio e di rispetto.

Giacomo rimase affascinato da tutto questo, scoprì come fosse facile viaggiare con la metropolitana o ordinare qualcosa al bar, pur sapendo poco o niente della lingua inglese. Rimase entusiasta dal vedere tutte le grandi cose viste e riviste per televisione, ma gli piacquero molto anche le piccole scoperte sugli usi locali molto diversi dai nostri, le loro macchine, la divisa dei poliziotti, i taxi e mille altre cose.

Di lì ci trasferimmo poi in aereo a Orlando, in Florida, dove all’arrivo l’impatto con il clima tipicamente tropicale fu abbastanza duro. Volevamo noleggiare un’autovettura cabrio, ma purtroppo i costi eccessivi ci costrinsero ad optare per una berlina giapponese di media cilindrata. Giacomo mi prendeva in giro e diceva che avevamo noleggiato un water, in quanto quando ci sedevamo sui sedili così bassi, l’impressione che ne avevamo era esattamente quella. Erano le cinque del pomeriggio e decidemmo di spostarci sulla costa a Daytona Beach, località a noi famosa per le gare automobilistiche. Arrivammo che era ormai buio, un po’ disorientati e dubbiosi sulla scelta per il pernottamento quando, grazie alla nostra fedele guida Lonley Planet, trovammo un piccolo motel fronte mare che all’apparenza ci sembrava alquanto squallido e abbandonato. L’indomani mattina invece ci svegliammo rendendoci conto che quello che diceva la guida era assolutamente riduttivo rispetto alla realtà: una fantastica vista fronte oceano, una spiaggia bellissima e gigantesca e un giardino verde con una bella e invitante piscina nella quale ci saremmo tuffati già di prima mattina, visto il caldo e il sole cocente che splendeva in cielo.

Daytona deve la sua notorietà alla sua spiaggia, bianchissima e durissima al punto tale che un tempo ci facevano le gare in automobile. Oggi le gare si fanno solamente nell’altrettanto famoso autodromo, anche se Daytona è l’unico posto che conosca dove sia possibile andare in spiaggia in macchina (pagando 5$) e parcheggiare vicino agli ombrelloni. Di per se non sembra una cosa molto bella ma in realtà vista nel loro contesto la cosa ci stava molto bene in quanto il rapporto tra le auto e lo spazio disponibile non era certo quello a cui siamo abituati noi nella costiera romagnola o dell’alto Adriatico. Io e Giacomo decidemmo di divertirci un po’ noleggiando una moto a quattro ruote con la quale abbiamo percorso tutta la spiaggia in lungo e in largo.

L’indomani, dopo aver visitato anche l’autodromo, ci spostammo più a sud in direzione Miami, fino ad approdare in quella che viene chiamata la “penisola spaziale” in quanto ospita il Kennedy Space Center e Cape Canaveral. Dovendo scegliere uno dei due centri spaziali, optammo per il primo e devo dire che una giornata intera fu assolutamente necessaria per visitarlo tutto; gli spazi all’interno erano davvero immensi e i confini non si riuscivano a vedere ad occhio nudo.

Un giorno d’obbligo a Disney World e poi l’ultimo giorno prima della partenza lo trascorremmo a Cocoa Beach, una località molto nota ai giovani e in particolare ai surfisti attratti dalle onde sempre particolarmente presenti in quelle spiagge. Saranno state le enormi conchiglie trovate in riva al mare, sarà stato il turismo esclusivamente fatto dai ragazzi surfisti americani, sarà stata la musica sulla spiaggia, saranno stati i locali che si affacciavano sui moli in legno, ma stà di fatto che noi abbiamo passato tutta la giornata in spiaggia e Giacomo per ore e ore è stato lì impalato e piacevolmente attratto da quei ragazzi che pazientemente aspettavano l’onda giusta per lanciarsi con il loro surf e fare le evoluzioni più disparate…….., sembrava realmente di essere sul set del film “Bay Watch”.

Finalmente il ritorno, è bello partire ed è anche bello tornare, rivedere i propri cari e poter raccontare le esperienze vissute. Per me è stato un viaggio impegnativo, portarsi via un figlio così giovane non è semplice, bisogna stimolarlo, mantenere vivo il suo interesse, fargli apprezzare tutte le cose belle e meno belle del viaggio, della gente e dei luoghi visitati. Dovevo far si che lui ricordasse quel viaggio come una esperienza positiva e indimenticabile ….. e così è stato. Tuttora ogni tanto prende il suo album delle foto, se lo riguarda da solo o lo fa vedere con fierezza a cuginetti e amici. Tutto questo mi gratifica e mi ha portato a credere che anche nel futuro vorrò ripetere questa esperienza con lui, magari verso luoghi un po’ più impegnativi e profondi.

 

I miei grandi desideri per il futuro: Il mondo dell’Oriente e delle Indie, il mal d’Africa e le bellezze naturali del Nord America e del Canada.

 

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Nato a Mantova il 3 maggio 1964 e diplomato come perito elettrotecnico, inizia la sua prima esperienza lavorativa, nel 1984 come commerciale in una agenzia IBM. Successive esperienze commerciali in P&G (7 anni), Montenegro (1 anno) e Tecnica (4 anni) e poi come amministratore delegato di Intersport Italia (4 anni) e infine di Briko spa (3 anni). Ha pensato e creato due startup web, nel 2007 Galileo, un B2B innovativo per contenuti e funzionalità e nel 2012 Truckpooling, il principale comparatore online per spedire merci. Nel 2002 inizia la sua avventura di imprenditore in provincia di Treviso nel commercio al dettaglio di articoli sportivi e subito dopo, nel 2003 con la vendita online nella quale ha maturato ad oggi più di 14 anni di esperienza. Tra i vari siti e-commerce del suo gruppo il principale è Glooke Marketplace ( https://www.glooke.com ), il centro commerciale online con più di 120.000 prodotti praticamente di tutte le merceologie, incluso l’alimentare. Glooke Marketplace vende in 120 Paesi ed ha identificazione fiscale diretta in UK, DE, FR e ES, oltre ad avere circa 20 account nei principali marketplace a livello mondiale. Esperto di Marketplace, è consulente di Ebay e di Confcommercio per le quali ha seguito il progetto “eBay adotta l’Aquila”. Sempre per eBay e Confcommercio si occupa su base continuativa di formazione ed avvio al business online di aziende.

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